La versione in inglese di questo articolo è disponibile qui.

Introduzione

Il parvovirus B19 è un virus a singolo filamento di DNA con un tropismo per i precursori degli eritrociti di Homo sapiens. Fu scoperto nel 1975 (Cossart YE et al. 1975) ma fu classificato come patologico per gli esseri umani solo nel 1981 (Pattison JR. et al. 1981). Il suo genoma consiste in un DNA lineare a filamento singolo con una lunghezza di 5,600 basi che include i geni per le due proteine ​​del capside VP1 e VP2 e per la proteina non strutturale NP1 (Trösemeier JH. et al. 2014). La sua classificazione linneana è quella riportata nella tabella sottostante. Il parvovirus B19 ha un diametro di soli 25 nm, e a questo deve il suo nome: parvum è un aggettivo latino che significa piccolo. Nei bambini, l’infezione acuta è associata a erythema infectiosum (noto anche come quinta malattia). Negli adulti immunocompetenti può causare poliartrite simmetrica acuta, mentre nell’ospite immunodepresso l’infezione persistente da B19 si manifesta come aplasia eritroide pura e anemia cronica (Heegaard ED et Brown KE 2002). Il parvovirus B19 si diffonde attraverso le secrezioni respiratorie, come la saliva, l’espettorato o il muco nasale, quando una persona infetta tossisce o starnutisce [R]. Il virus può persistere nei globuli bianchi (Saal JG. et al. 1992).

Family: Parvoviridae
Subfamily: Parvovirinae
Genus: Erythroparvovirus
Species: Primate erythroparvovirus 1

Parvovirus B19 e sindrome da fatica cronica

Una forma di affaticamento cronico è stata descritta sia durante l’infezione acuta da parvovirus che durante la convalescenza (Kerr JR et al. 2001) ed è risultata associata a livelli elevati di TNF-α e INF-γ. Uno studio ha seguito 39 pazienti con infezione da Parvovirus B19 acuta per una media di due anni e ha riferito che 5  di loro (13%) hanno sviluppato la CFS. La maggior parte di loro aveva una PCR positiva e/o IgG positive nel sangue per B19. Il deterioramento nella memoria e nella concentrazione, il malessere post-sforzo e la mialgia erano presenti in tutti e cinque i soggetti. La prevalenza di IgG anti-VP1/2 era pressappoco la stessa nei pazienti e nei controlli, mentre le IgG anti-NS1 e il DNA nel siero erano più prevalenti nei pazienti che nei controlli (Kerr JR. et al. 2002). Nel 2009 Frémont e colleghi hanno cercato il DNA virale nelle biopsie intestinali (sia dell’antro gastrico che del duodeno) e hanno riscontrato una maggiore prevalenza di risultati positivi nei pazienti rispetto ai controlli. Eppure, i pazienti con PCR positiva per il DNA di Parvovirus B19 nelle biopsie avevano una PCR negativa nel sangue (Frémont M. et al. 2009). Un altro studio ha riscontrato una maggiore prevalenza di IgG anti-NS1 nei pazienti rispetto ai controlli, mentre il DNA del siero, l’IgG anti-VP1/2, l’IgM anti-VP1, l’IgM anti-NS1 non differivano tra pazienti e controlli. Gli anticorpi anti-NS1 erano associati a artralgia, tra i pazienti (Kerr JR. et al. 2010). Recentemente, un altro gruppo ha confermato una normale prevalenza di IgG anti-VP1/2 nei pazienti CFS, ma un contestuale un aumento di IgM anti-VP 1 e DNA sierico nei pazienti rispetto ai controlli (Rasa S. et al. 2016). Questi dati sono riassunti nella tabella sottostante.

Tipologia di test
ME/CFS
Controlli sani
valore p
Riferimenti
IgM o DNA 3/200 Chia JK. et Chia A. 2003
DNA in biopsie¹ 19/48 (40%) 5/35 (14%) 0.008 Frémont M. et al. 2009
DNA nel siero 3/5 (60%) 0/50 Kerr JR. et al. 2002
11/200 (5,5%) 0/200 NS Kerr JR. et al. 2010
34/200 (17%) 2/104 (1.9%) <0.0001 Rasa S. et al. 2016
0/32 Frémont M. et al. 2009
WBC DNA 1/5 (20%) 0/50 Kerr JR. et al. 2002
Anti-VP 1 IgM 4/200 0/200 NS Kerr JR. et al. 2010
16/200 (8%) 0/89 0.0038 Rasa S. et al. 2016
Anti-NS1 IgM 3/200 1/200 NS Kerr JR. et al. 2010
Anti-VP 1/2 IgG 4/5 (80%) 37/50 (74%) Kerr JR. et al. 2002
150/200 (75%) 156/200 (78%) NS Kerr JR. et al. 2010
140/200 (70%) 60/89 (67.4%) NS Rasa S. et al. 2016²
Anti-NS1 IgG 2/5 (40%) 8/50 (16%) Kerr JR. et al. 2002
83/200 (41.5%) 14/200 (7%) <0.0001 Kerr JR. et al. 2010

1: biopsie dell’antro gastrico e del duodeno. 2: il kit usato è questo. WBC, white blood cells.

In letteratura sono descritti almeno quattro casi di pazienti ME/CFS con infezione B19  attiva (DNA positivo nel sangue) trattati con successo con immunoglobuline per via endovenosa, con rapida risoluzione dei sintomi e eliminazione dell’infezione. In tre casi il trattamento è stato il seguente: 400 mg/kg/giorno per cinque giorni (Kerr JR. et al. 2003). Nel paziente rimanente la posologia non viene riportata (Jacobson SK. et al. 1997).

Discussione

L’infezione acuta da Parvovirus può evolvere in ME/CFS in più del 10% dei casi (Kerr JR et al. 2001), (Kerr JR. et al. 2002). Questa prevalenza è in accordo con la percentuale di coloro che sviluppano ME/CFS dopo infezioni sintomatiche da Giardia duodenalis (Mørch K et al. 2013), virus Epstein-Barr, Coxiella burnetii e Ross River virus (Hickie I. et al. 2006) (vedi anche questo post). Ciò suggerirebbe che diversi patogeni possono innescare un percorso comune che alla fine porta alla ME/CFS. Eppure, i marcatori di infezione attiva da Parvovirus B19 sono più comuni tra i pazienti ME/CFS rispetto ai controlli sani: questo è il caso del DNA virale nella mucosa gastrica (Frémont M. et al. 2009) e nel siero (Rasa S. et al. 2016) e delle IgM anti-VP 1 (Rasa S. et al. 2016). Inoltre, la sintesi di IgG specifiche per NS1 è significativamente più prevalente nei pazienti rispetto ai controlli, e questo tipo di anticorpi è stato documentato essere più frequente in caso di decorso più grave e persistente dell’infezione da B19 (von Poblotzki A. et al. 1995). Quattro casi di ME/CFS con infezione attiva da B19 sono stati trattati con successo con IVIG (Jacobson SK. et al. 1997), (Kerr JR. et al. 2003). Allo stesso tempo, la sieroprevalenza di B19 rispetto alle IgG contro le proteine VP 1/2 è la stessa nei pazienti e nei controlli (Kerr JR. et al. 2002), (Kerr JR. et al. 2010), (Rasa S. et al. 2016), il che significa che il numero di individui che contraggono il virus nella loro vita è lo stesso nei pazienti e nei controlli.

Conclusione

La sieroprevalenza del parvovirus B19 è la stessa nei pazienti ME/CFS e nei controlli, ma l’infezione attiva è più prevalente nei casi rispetto ai controlli. Inoltre, i pazienti hanno maggiori probabilità di avere anticorpi contro la proteina NS1, un marcatore di decorso persistente dell’infezione da B19. Le immunoglobuline in vena potrebbero essere un’opzione terapeutica nei pazienti ME/CFS con infezione attiva da B19.

 

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