Amputations

This is Mark Ormrod, a triple amputee trying to deadlift 105 Kg. As you can see, he fails at the beginning and he succeeds only after a struggle with the barbell and the gravity acceleration. His struggle is painful even to watch and yet this is a powerful accomplishment of Mark’s will.

But the real reason why I want to share this video is that this is a perfect allegory of the struggle that I do every day to perform cognitive tasks. I fail most of the times and yet I’ve never given up. I’ve spent most of the last 20 years in this struggle. You can’t see the amputations in my brain, and there is no way to record the fight that happens all inside my skull. I have to make one hundred times the effort of an average person, to obtain one hundred times less. This can be really discouraging, it has in fact been devastating, considering also how competitive I was (and I still am). 

At present, there isn’t an explanation for these amputations of the brain, there isn’t even a way to clearly measure them. And of course, there is no prosthetics. Nothing beside pure, brutal will.

Il segreto di Mosè

Il segreto di Mosè

Quello che segue è un frammento proveniente dagli appunti per un romanzo che tentavo di scrivere nel 2006. Il romanzo non fu mai compiuto, anche lui vittima della malattia. Ma alcuni anni dopo utilizzai parte del materiale già scritto per una storia breve, intitolata “Il flauto di Turk” (disponibile qui). Altri passaggi di quegli appunti, come questo, reclamano da anni una vita propria.


Sono circa le tre del mattino e mi trovo nel corridoio del reparto di Seconda Medicina, seduto sotto la statua della Vergine, l’unico caso di donna mediorientale con le sembianze di una biondissima scandinava. Nel pomeriggio di ieri un paio di persone sono venute davanti a questa statua per pregare, per chiedere con tutta probabilità la guarigione di un congiunto. Fissavano la statua, questa dea bellissima vestita di azzurro, divinità e fata. Dal piedistallo lei guardava in basso, congelata nell’accenno di un abbraccio irraggiungibile. Guardava in basso, un punto indefinito del pavimento, lungo una direzione difficile da intercettare, con un sorriso di porcellana, il sorriso di una di quelle vecchie bambole dal viso dipinto.

Mi è sembrato che queste due persone se ne siano andate insoddisfatte, forse infastidite da un simulacro così palesemente falso, un personaggio di plastica dei giochi delle bambine. Ma forse mi sbaglio, ho proiettato sui loro visi la mia indifferenza nei confronti di una religiosità che in fondo usa esattamente lo stesso repertorio iconografico dei culti di ogni tempo e di ogni luogo: Zeus, Apollo ed Era hanno cambiato solo il nome e il sentimento religioso ha mantenuto sempre gli stessi connotati poiché l’Umanità in fondo è rimasta la stessa: il gesticolare dei sacerdoti è ancora il rituale dello sciamano mentre le parole rivoluzionarie di quell’uomo che mendicava il pane, in Galilea, sono finite intrappolate in formule da ripetere a memoria.

Queste riflessioni mi riportano a ciò che è successo ieri, al motivo per cui sono finito qui. Allora metto un foglio su un tavolino solitario, abbandonato a pochi metri dalla dea, e inizio a scrivere, a ricostruire quello che è successo, in compagnia di una statua fredda, ben diversa da quella che ieri mi ha travolto.

*

Uscito dalla Facoltà di Ingegneria mi sono diretto verso la Chiesa di San Pietro in Vincoli, che sorge adiacente all’edificio universitario, in fondo a un piccolo largo. Ho attraversato la piazzetta sguarnita, da cui si innalza una breve rampa di scale, sormontata da un portico buio. Circondato da grate scure e fitte, che lo preservano da un rapporto diretto con la luce del giorno, esso costituisce tutto ciò che si scorge del luogo di culto dall’esterno. Oltre il colonnato del portico mi sono lasciato alle spalle l’atmosfera tiepida e leggermente ventilata di questi giorni, per ritrovarmi avvolto da un’aria stantia e umida, da una luce malata, indebolita e smembrata dal diaframma della trama metallica e dei pilastri. Quell’ambiente rappresenta una camera di decompressione, una tappa necessaria per sfumare il passaggio dal contingente, che ci lasciamo alle spalle, all’eterno, che ci aspetta terribile oltre le piccole porte lignee, consumate da un fiume secolare di mani.

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Porte piccole per accedere a un locale molto ampio: l’improvviso cambio di scala è un espediente efficace, usato nei luoghi di culto per sopraffare il fedele, per nutrire il suo smarrimento, il suo sentimento di inadeguatezza e di miseria. In fondo il nucleo geometrico delle nostre chiese è ispirato a una religiosità antica, pagana, che si inoltra profondamente nella memoria delle generazioni sepolte. Nel ruotare di un’anta si manifesta dinnanzi a me tutta l’ampiezza della navata centrale, in parte nascosta dal buio e dunque, per quello che si potrebbe definire “effetto Leopardi”, ancora più smisurata, quasi infinita. Davanti ai miei piedi trovo una vasta superficie di pavimento assolutamente libero – i primi scranni sono molti metri dinanzi – senza punti di riferimento; sopra il mio capo si svela un cielo improvvisamente altissimo.

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Conosco il potere suggestivo di questa sapiente gestione dello spazio e della luce, eppure ciò non basta a evitare che mi senta toccato, con addosso un disagio vago, una vertigine. Mi affretto verso una navata laterale, per godere del sollievo dato da un ambiente più a misura d’uomo. Le navate laterali servono a questo in fondo: sono un percorso protetto, una corsia di emergenza, un posto tranquillo dove sottrarsi alla sfacciata ostentazione di grandezza dell’Onnipotente.

Ero nella navata destra dunque, ma non ero tranquillo, perché sapevo che qui, in questa chiesa, la navata destra non è un posto dove potersi sottrarre alla voce dell’Eterno. Ho camminato col cuore in gola, lungo il corridoio scandito dalle ombre delle colonne, che tagliano il chiarore pallido dei lucernai sperduti nelle altezze della navata di mezzo. Luci e ombre. Vogliamo dire che lo spazio architettonico in cui mi trovavo aspiri a essere una metafora della nostra vita mortale? È così. L’esistenza stagna a volte in torbide paludi di oscurità dove molti purtroppo indugiano per sempre; per altri c’è invece la rinascita che nella sua commovente bellezza ripaga di ogni pena. Diciamo allora che il percorso che facevo, sotto gli sguardi pietosi dei santi, voleva essere un augurio, una metafora piena di speranza: luce, ombra, luce…

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Pellegrino umile, incerto, mi sono avvicinato alla fiamma potente imprigionata nel contesto angusto e modesto del monumento funebre a papa Giulio Secondo. Con lo sguardo basso, cercando il coraggio di guardare il terribile vortice di marmo, avvolto in una poderosa spirale, ho posato le mani e gli occhi sulla balaustra, unica, misera protezione offerta al visitatore contro il tremendo gigante.

Anche senza osservarlo ne ho avvertito la presenza, nell’aria. Al suo cospetto l’atmosfera vibra in ogni molecola, come se fosse scossa dalle più basse note di un organo titanico. Un parapetto sottile, alto non più di un metro. Che protezione può dare contro la forza di quel corpo maestosamente avvitato, di quelle membra massicce?

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Ho cominciato ad alzare il viso, con molta prudenza. Radici tenaci di una quercia millenaria appaiono le falangi del piede disumano, che scarica al suolo un peso grandioso. La tibia è vigorosamente avvolta da fasci nodosi e solidi di muscoli. Vedo statica forza, resa dinamica dal panneggio di una veste essenziale, dal tessuto spesso, pesante. Articolazioni robuste, tendini come corde navali, rete di turgidi vasi sanguigni: ho osservato mani come quelle stringere pale nei cantieri, o cime sui bastimenti. Riposano enormi, come il corpo massiccio, fissato nel marmo, dell’Ercole Farnese.

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Il torace, immortalato in una vigorosa maturità, alimenta gli omeri spaventosi, gli avambracci, duri rami di un ampio tronco di noce. La barba è una vertigine che riempie lo spazio, agitandolo, creando flussi potenti.

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Mi sono fatto animo e ho affrontato il capo del mostro, completamente dimentico ormai del motivo per cui ero lì, delle vicende di quella mattina; fuori dal tempo, oltre me stesso. La fronte corrucciata, sporgente e ossuta, è l’icona della volizione. Lo sguardo emerge infuocato dalla sinistra oscurità delle orbite profonde, incorniciato da zigomi spigolosi e larghi, siberiani.

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Il visitatore è indegno dell’attenzione del gigante, è solo un’insignificante e passeggera perturbazione dell’eternità, dimensione alla quale egli appartiene. Personificazione della volontà, Mosè esige l’inchino del destino stesso.

Io dico che quel viso è riconosciuto da tutti come famigliare, da qualunque nazione si provenga, qualunque sia l’etnia e la cultura di appartenenza. È un’immagine terribile che traspare dalle acque dei ricordi degli anni più teneri, quelli in cui il piano del tavolo della cucina segnava i limiti della nostra statura, del nostro universo tattile. È il volto del papà, contrariato per quella cornice che abbiamo rotto mentre giocavamo con la palla. Del padre, il gigante delle meraviglie, dei disegni favolosi eseguiti per noi, mentre ci teneva sulle ginocchia; delle ombre fatte con le mani, sul muro della nostra cameretta, per farci addormentare.

Il Mosè incarna quest’uomo. O meglio, il suo lato oscuro, il suo potere di terrorizzare, solo con la minaccia di una punizione. Il suo potere assoluto. Mosè: il padre, il gigante padrone del mondo, poeta e demiurgo. E orco.

Ma la vita è contorta, fin nella sua più intima fibra, come le eliche che archiviano il progetto di ciascuno di noi, nelle cellule. Michelangelo questo lo sapeva e non poteva nasconderlo, neanche in questo suo monumento alla forza.

Ero perduto davanti a quella magnifica epifania, quando comincio a penetrare nel mistero che giace dietro alla prorompente carica vitalistica della statua. Ho una rivelazione sconvolgente: il gigante è impotente, ripiegato su se stesso. La sua forza si disperde tutta nell’attrito prodotto dai vortici che lo avvolgono e dalla tensione della sua torsione. Egli non riesce ad andare da nessuna parte, si agita violento, ma non conclude nulla. È il corpo di un serpente a cui è stato mozzato il capo: soffoca se stesso avvitando le spire, sfogando tutta la sua energia vitale in una terribile agonia.

Dietro la divinità avevo scoperto la miseria dell’uomo. Mi ha investito allora una marea potente di angoscia e mi sono ritrovato io stesso nell’incubo dello scultore. Il terrore di non poter concludere positivamente il mio lavoro, di non riuscire a dare un senso alla mia vita, mi stava soffocando. Oppressione toracica, angoscia indefinita, palpitazioni. La vista si stava sfocando, come dietro a un velo di lacrime. Con un’emissione impercettibile di fiato ho sussurrato:

Tutti i fiumi scorrono verso il mare
e il mare non si empie mai;
sempre i fiumi tornano a fluire
verso il luogo dove vanno scorrendo.
Ogni discorso resta a mezzo,
ché l’uomo non riesce a concluderlo.

Era la Bibbia, lo sconvolgente libro di Qohèlet.

*

Cosa ci fa un rubicondo tedesco sopra di me? Sta sventolando una cartina sul mio viso, mentre versa nella mia bocca una bevanda fresca, con un sapore intenso. Sono disteso supino sulla scalinata davanti alla chiesa, al centro di un gruppetto di turisti teutonici che mi fissano preoccupati. Io sono confuso e debolissimo e istintivamente bevo dalla lattina poggiata sulle mie labbra, mentre guardo il viso paonazzo che mi incoraggia premuroso, accennando un sorriso. Bevo diligentemente, un sorso alla volta, mentre qualcuno mi sostiene il capo. Bevo, bevo. Ma cosa? Sento la testa dolermi e girami. Per Giove è birra! Razza di …

Non ho neanche la forza di protestare, inoltre ormai è troppo tardi. Sorrido al mio salvatore e ricado nel buio. Io non tollero l’alcool, sono totalmente astemio.

Quando rinvengo, mi ritrovo in un letto d’ospedale, con indosso un camice indecente, aperto sulla schiena. Mi hanno detto che sarò dimesso domani, dopo il giro dei medici.


 

Punto e virgola

In questo breve testo parlo delle differenze fra linguaggio matematico e linguaggio umano, con particolare riferimento alla poesia. Scritto intorno al 2011. L’immagine della sibilla delfica è una mia copia di una figura della Cappella Sistina. Olio su cartone, colore steso dalla mano inesperta di un adolescente. In seguito persi la capacità di dipingere, insime a tanto altro.

*

Prima lezione con lui, quel giorno, tanti anni fa. Ci affrontò come un attore navigato, davanti alla platea dell’ennesima replica. Ci passò in rassegna di volata dalla prima all’ultima fila, come per verificare qualcosa; forse per assicurarsi che avessimo gli stessi volti degli studenti che si trovò di fronte quando tenne la sua prima lezione, decenni addietro. In fondo i ragazzi sono sempre gli stessi, da sempre, nonostante ciò che si dice quando ragazzi non si è più.

Si voltò e iniziò un antico rituale, lui e la lavagna; e quella frase che si componeva sotto il bussare del gesso sull’ardesia. Suono magico che ci ipnotizzò, inducendoci al silenzio, come lo schiocco della frusta del domatore. Scrisse:

IIBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO

Il latino era l’ultima cosa che ci si potesse aspettare in quella sede, ma in realtà la citazione era molto pertinente, e sarebbe stata illuminante. Attesi una spiegazione, ed ebbi un racconto.

Tanto tempo fa, cominciò il professore, ma potrebbe anche essere oggi, un giovane soldato si recò da una sibilla, una maga se volete, per sapere se sarebbe tornato vivo dalla guerra, all’affetto dei genitori e della sposa. La donna, che più che veggente era saggia, e furba certo, farfugliò qualcosa di oscuro gesticolando platealmente, rivolta a un punto indefinito; poi, quando ritenne di aver impressionato a sufficienza il giovanotto, emise questo vaticinio, disse il professore indicando la lavagna dietro di lui.

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Fu furba, continuò, perché in latino la negazione può trovarsi sia prima del verbo, che dopo; per cui questa frase è ambigua, e può assumere due significati, uno favorevole:

andrai e ritornerai, non morirai in battaglia

E uno infausto:

andrai e non ritornerai, morirai in battaglia

Dipende da dove si mette la virgola, se prima o dopo la negazione. In ogni caso, dunque, il vaticinio si sarebbe avverato.

Ma la sibilla fu anche saggia: sapendo che il giovane avrebbe avuto qualche possibilità di tornare solo se avesse creduto in se stesso, e che lo avrebbe fatto se si fosse convinto di avere un destino propizio, volle dargli una speranza. Il futuro infatti, e la sibilla questo lo sapeva meglio di chiunque altro, è quello che ti fai, dipende solo da te, dalla forza e dalla speranza; il vostro destino, ragazzi, è scritto su un foglio che potete strappare, se non vi piace, disse il professore fissandoci. Ma sto divagando, aggiunse, non era di questo che volevo parlarvi. E riprese chiedendo quale fosse la morale della storia.

Il linguaggio umano, si rispose il professore (che credo stesse seguendo in realtà un copione con pause e divagazioni ben studiate), è ambiguo; questa è la sua natura, è nato così, non saprei dirvi perché. In fondo sarebbe potuto essere del tutto univoco, poiché la natura sa esserlo: pensate al materiale genetico che, fatti salvi eventuali errori, si duplica uguale a se stesso, trasmettendo un messaggio preciso, senza possibilità d’interpretazioni errate. Eppure il linguaggio umano è ambiguo, il significato che attribuite a ciò che vi sto dicendo dipende molto da voi, da quello che sapete, da come pensate.

E allora io vi chiedo uno sforzo, perché qui useremo un linguaggio che non ammette interpretazioni, che vede l’ambiguità come un flagello biblico: il linguaggio della matematica si è evoluto, in contrasto con la natura umana, perché potesse esistere una corrispondenza esatta, biunivoca, fra significante e significato, disse il professore osservandoci. Ma questo, continuò, non costituisce un limite alla creatività, non è una costrizione; è solo una necessità, un ostacolo da superare per accedere a strumenti molto potenti, concluse.

“Amen”, gli rispose una voce anonima, nel silenzio generale. Risate e indulgenza del professore, che era abituato allo spirito goliardico degli studenti e lo tollerava.

Sulla strada del ritorno rimuginavo, masticavo le parole, come una gomma americana. Sotto il cappuccio di un piumino troppo corto, guardavo per terra e pensavo:

Ibis redibis

non

morieris in bello

una virgola

è tutto la differenza

fra la vita e la morte

condanna o speranza

basta un segno

a cancellare i sogni

ma se il destino è in versi

ciascuno legge

il futuro che vuole.

Prospera la poesia

su questa ambiguità affastella

più significati su un significante

togliendo le virgole

ognuno le mette dove vuole

spezzando il discorso

il volo di una farfalla

che va da una parte

ma poi ci ripensa

traccia più direzioni

le lascia lì

e ognuno raccoglie

quella che vuole.

Oggi, molti anni dopo, mi è capitato di camminare per strada con un quaderno e una penna, fermandomi ogni tanto per appuntare un verso, il volo spezzato di una farfalla. E osservando i visi sorpresi dei passanti, che mi incrociavano ruotando la testa come la torretta di un cannone che segua un bersaglio mobile, annotavo sul quaderno:

Con le cravatte al collo

tanti guinzagli

ragionieri della vita

con ragionieri al posto del cuore

inseguono l’efficienza

dei calcolatori servi sciocchi

inventati da giovani brillanti

senza cravatta.

Rimuginavo, masticavo le parole, come una gomma americana. Sotto il cappuccio di un piumino guardavo per terra e pensavo.

Poi, alzando la testa, nel riflesso di un vetro, la vetrina di un negozio, mi è sembrato di vedere un ragazzo, sotto il cappuccio di un piumino troppo corto, mi osservava. È stato un attimo, solo un fotogramma. Mi sono immediatamente guardato intorno: niente. Allora mi sono avvicinato alla vetrina, e ho scrutato oltre, con un tuffo al cuore.

Ma niente. Solo lavatrici e frigoriferi e una famiglia tra le file di elettrodomestici. Nient’altro. Eppure era lì, sono sicuro, non mi sbaglio: era lui, ero io, quel giorno di cui vi ho parlato.

Quel giorno di tanti anni fa non è finito, perché se il punto non c’è, lo metterò soltanto quando deciderò di farlo

Even if I came back in time one thousand times

I remember the day I took this photo, two decades ago. I was not feeling well, I knew that something terribly wrong was going on: I couldn’t think clearly, part of my brain had shut down. And that defiant smile was only the suit I dressed my fear with. Even if I came back in time one thousand times, I would not be able to save that talented boy. The best I could do would be trying to persuade him that it is not his fault.

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Had I the chance to have him in front of me now, I would use modern technology, tools he couldn’t even dream of: I would scan his whole DNA, searching for rare genetic diseases, maybe use an array of random peptides in order to study his immune response to self, I could read all the foreign genetic material in his blood, in a quest for pathogens, and even measure 5 or 6 hundred metabolites in his body fluids, looking for deficiencies or abnormalities, and a few metabolites directly in his living brain using magnetic resonance with spectroscopy, checking neuroinflammation. And yet, this would probably be not enough to save his mind and his future and to prevent him from being housebound for decades. I feel that I have failed him, that I have left him alone in a path of unthinkable suffering and loss. There isn’t a day in which I don’t feel sorrow for my younger self.

Biogenesi, ultima parte

Biogenesi, ultima parte

<-Precedente

Diana era non solo un brillante ingegnere, ma anche una capace organizzatrice. In breve tempo assunse sulle sue spalle anche la gestione di tutti gli aspetti logistici  della spedizione. Sposò la missione con tutte le sue forze, perché aveva inteso che il caso le aveva destinato una fortuna speciale, un ruolo di rilievo nella storia dell’umanità.

Lev  era stato assistito dalla sorte, aveva trovato una donna malata di assoluto, proprio come lui. Aveva trovato una lavoratrice infaticabile, un’esperta nella gestione di grandi staff, una capace specialista di relazioni pubbliche. I due erano complementari e McArthur volle senz’altro condividere con lei la paternità della missione.

Il vascello veniva realizzato presso la Pax, dove l’uomo si era infine dovuto trasferire, quale dirigente del neonato Dipartimento di Crononautica. Anche lì, nel chiasso e nella confusione della colossale stazione, il dottor McArthur aveva comunque trovato il modo per condurre la sua vita da recluso, la sua esistenza in clausura. Ma non poteva più fare a meno, ormai, di andare di tanto in tanto a prendere del cioccolato caldo nella sala  ristoro, sotto al grande pannello trasparente, con il suo ingegnere preferito.

In tutti gli angoli del Sistema Solare si sentiva ormai parlare della spedizione e già circolava la voce che sarebbe stato lo stesso dottor McArthur a sacrificare la vita per intraprendere il viaggio. Ma il vascello era per due e non ci voleva molta immaginazione per individuare chi sarebbe stato il più probabile secondo componente dell’equipaggio.

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La Terra si fermò quando furono conferite le medaglie a Smith e a McArthur, e con lei ogni pianeta e ogni luna del Sistema Solare. Ormai si era ad un passo dal salto, dal più grande balzo che l’umanità avesse mai fatto.

La  Beagle si staccò dalla Pax, rivaleggiando con lei per imponenza. Le sue vele stellari si aprirono e Marte rimase sospeso, in muta ammirazione.

Stridettero i macchinari, squarciarono con bagliori elettrici la notte superba. Fu mandato a regime il cronopropulsore, contro le correnti temporali che scuotevano il vascello maestose e severe. Ma cedevano gli eoni all’audace propulsore. Anno per anno li lacerò la carena metallica. Paurosamente i divieti infrangibili scossero la  Beagle. A stento la nave schivò i no imperiosi, lambendo furtiva le vallate sospese delle paure congenite.

Il dispositivo risalì con sforzo le Leggi, ma era ben congegnato, funzionò. Schiantò, tra un battito e l’altro dei loro cuori, l’ineluttabile barriera del Tempo. Scivolò oltre, su una sospesa vertigine. Trepidanti i due crononauti  si godettero il silenzio attonito del Cosmo, all’origine del Cosmo.

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*

La  Beagle solcava la disperazione dello spazio senza mondi, gettava una debolissima luce  sulla solitudine più nera. Ma gli occhi di Diana riservavano a Lev infinite scoperte. Quante ore di quella notte senza stelle e senza alba McArthur visse perduto nel paesaggio delle iridi azzurre di Diana? Quante volte percorse le circonferenze blu che le delimitavano? Quante volte colse le pupille che, colpite da un raggio di luce, si restringevano? Lev registrava con attenzione le variazioni di colore di quegli occhi, le fluttuazioni del tono dell’azzurro, dal celeste liquido dei momenti di malinconia  a quello corposo delle ore di ritrovata vitalità. Con gli occhi negli occhi vissero Diana e Lev, per tre anni.

Ma la  Beagle affondava nel nulla: il cielo era vuoto, senza speranze e senza dèi. Le domande degli uomini provocavano i membri della spedizione, sospese nel vuoto, sempre presenti, intatte. E Lev dovette assistere allo sfiorire di Diana, al suo lasciarsi andare, a poco a poco, sempre più giù. Vide le sue palpebre adombrare, pesanti, la luce dei suoi occhi. Vide spegnersi quel mondo del quale aveva vissuto fino ad allora.

Per amore di lei, McArthur le diede il veleno. La vide scomparire, mentre le teneva le mani, mentre accompagnava fra le lacrime il suo ultimo sonno.

Poi toccò a lui. Mandò giù il veleno, prima che l’abrutimento lo facesse suo, prima che il bene prezioso della sua vita fosse macchiato dall’orrore di un’esistenza senza speranza.

*

Lev è seduto affianco a un letto. Sopra il letto una luce, debole. Altri letti nel buio, nel silenzio. Persone che dormono. Attesa. Attesa che finisca la flebo, attesa che arrivi l’infermiera, attesa che passi un’altra ora, attesa che giunga finalmente il giorno; con la speranza irragionevole che l’incubo finisca con la notte. Attesa di dimenticare nel sonno l’orrore del corpo lacerato di suo padre, in agonia, disteso, sul letto. Nulla da fare, per lui, se non passare una garza umida sulle sue labbra, una garza bagnata di lacrime amare, calde di rabbia e di lancinante dolore.

*

«Chi sei?» chiede Lev a una persona che  lo fissa dal buio, da un bosco silenzioso di intricata vegetazione. E’ una figura enorme, un uomo nella sua più vigorosa maturità, avvolto da una giacca di pelle. Occhi blu, capelli finissimi e luminosi. Lev ha paura.

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«Sono papà. Ti sei già dimenticato di me?» Ora è vicino, sedutogli accanto.

«Eri così quando ero piccino, è passata una  vita, perché mi inganni? Non avercela con me. Ho fatto il possibile, ho lottato fino alla fine per te! Avrei dato la mia vita, avrei affrontato un gigante, se solo fosse servito. Ma non ti ho salvato. Non ci sono riuscito. Credimi, quando ti chiesi con un sussurro di mollare, ero stremato. Non potevo più vederti così. Perdonami». I due si avvicinano e si abbracciano. Piangono.

Ora, sul letto, il corpo è avvolto da un lenzuolo, disteso imponente sotto un panneggio bianco. Si scorgono le forme delle mani, adagiate sullo sterno. I piedi tendono il lenzuolo. Il volto è incorniciato da una fascia bianca. La bocca è socchiusa in un respiro immobile. Un occhio è rimasto semiaperto.

Lev è seduto al suo fianco. Lo ritrae, mette fra lui e il corpo il foglio di carta, per rimandare il dolore. Poi cerca suo padre, per fargli vedere il disegno, come quando era piccolo.

Ma d’un tratto si ritrova solo, in montagna, avvolto in una nube bassa. Tutto è bianco, vede solo il terreno. Il suolo trasuda gli umori della terra, mentre l’aria piange. E’ mai stato più smarrito?

Lev chiama il papà a gran voce, a squarciagola, con tutto se stesso. Niente. Dal bianco emergono delle ombre, immobili, colossali. Fantasmi di cavalli, assorti, nel nulla. «Papà!». Niente da fare.

Poi la nebbia si dirada e si apre una valle infinita. Ecco suo padre. Lo raggiunge di corsa, felice come un bambino, risorto dall’incubo. Si sente di nuovo protetto, sicuro, all’ombra della colonna della sua vita. Il papà ha in mano un fungo. Lo pulisce dalla terra con le sue dita. Lev bacia le mani amate del padre, le bagna del pianto di un bambino.

Il padre parla a Lev tenendogli una spalla con la mano. Il vento accarezza la paglia dorata dei suoi capelli e il suo volto è tutto pervaso dalla luce estiva dei suoi occhi. Lev perde il suo sguardo fra catene montuose lontanissime, faggete sconfinate, nuvole vaporose e imponenti.

Lev sta guardando, ma non sta osservando; ascolta la voce di suo padre, calma, bassa, rotonda: «Caro figlio, tu credi di avere tutto il tempo davanti a te. Ma il tempo di una vita è poco, pochissimo! Cerca, per quanto è in tuo potere, di non sprecarne mai, ti prego».

«La verità assoluta non posso dartela; noi la conosciamo, ma le Leggi ci impediscono di tornare tra voi per svelarla. Questo però è il mio insegnamento: non smettere mai di cercare ostinatamente la verità, non illuderti di trovarla e fuggi da coloro i quali affermano perentoriamente di possederla e sono di una certezza incrollabile».

Lev è perplesso. Tutto ciò che gli sta accadendo è bellissimo, ma è falso. «Non è mio padre», pensa fra sé. «Tu non sei mio padre, questo è un inganno, mio padre è morto. Non c’è modo per riaverlo, neanche qui, ai confini del mondo. Chi sei?».

*

Lev stringe una penna ottica fra le dita. E’ davanti a una lavagna. Dietro di lui il professor Landini lo sta interrogando. «McArthur, mi dia la definizione del generico problema di Cauchy».

Lev scrive: «Data l’equazione differenziale del primo ordine

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si dice problema di Cauchy la ricerca delle soluzioni dell’equazione che soddisfano la condizione iniziale f(t=0) = a». Poi aggiunge a voce: «In generale il problema di Cauchy non è risolvibile univocamente ma, sotto certe condizioni, la soluzione è una ed una sola. Questo vuol dire che se conosco la legge di un fenomeno, cioè la sua equazione differenziale, e se ne conosco lo stato iniziale, cioè la sua condizione iniziale, allora posso prevedere l’evoluzione del sistema nel tempo».

Landini: «Bene, mi dica ora quali fenomeni sono governati da equazioni differenziali.»

Lev: «Tutti i fenomeni dell’universo.»

Landini: «Vuole dire anche la vita, anche l’evoluzione delle specie?»

Lev: «Ogni sistema, che sia un insieme di molecole di gas o un batterio, è governato da equazioni differenziali.»

Landini: «Se possedessi le leggi di ogni fenomeno dell’universo, se queste costituissero un sistema di equazioni differenziali univocamente risolvibile, note le condizioni iniziali, allora potrei prevedere l’evoluzione dell’universo nel tempo?»

Lev: «In teoria potrei conoscere il comportamento di ogni singolo pianeta, di ogni singola stella e di ogni singolo individuo del Cosmo, in ogni dato momento. Ma questo è assurdo!»

Landini: «McArthur, lasci da parte i commenti e mi dica se, alla luce di quanto detto, ha senso lo scontro fra creazionisti ed evoluzionisti.»

Lev: «Non ha alcun senso, professore. Dio avrebbe potuto semplicemente stabilire le condizioni iniziali e le leggi fisiche, per poi lasciare l’universo a uno sviluppo autonomo. In questo modo si potrebbe sia riconoscere l’indipendenza dal Creatore di ogni fenomeno evolutivo, sia l’aderenza del tutto al disegno del Creatore. Potremmo così sia ammettere la validità del meccanismo di evoluzione biologica, sia la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. Ma tutto ciò è assurdo»

Landini: «Non le piace il fatto che ogni suo gesto sia stato preordinato, non è così McArthur?»

Lev: «Sì, non potrei sopportare questa verità. Non la tollererei. Ma tu non sei il mio professore. Quante facce hai?»

*

Entità: «Quale faccia mi attribuisci Lev? Come mi preferisci? Con la barba bianca e un corpo maturo ma vigoroso? E che nome mi dai?»

«Se sei arrivato sin qui, è giusto che tu sappia ogni cosa. Io non avevo previsto il vostro arrivo dal futuro. Sì, è vero, vi ho plasmati secondo il mio volere. Ma non sono in grado di prevedere le vostre azioni. Il tuo libero arbitrio è salvo, dolce Lev. Il vostro cervello è la cosa più complessa che abbia previsto nel Cosmo e nessuna equazione matematica potrà mai descriverne il funzionamento. Ho trovato nella mente di voi due, cari esploratori, più di quanto io potessi mai immaginare: la fantasia, l’ironia, la creatività, l’amore. Tutte cose alle quali non avrei mai pensato.»

Lev: «Ora so da dove viene il genere umano. Ma perché lo hai creato? Questo mi devi spiegare!»

Entità: «Ho trovato nella tua mente nozioni di biogenesi. Voi umani, nel tuo lontano futuro, fate esperimenti che hanno come fine il tentativo di creare la vita. Perché mai vi impegnate in queste cose?»

Lev: «Noi lo facciamo per conoscere meglio noi stessi, per capire cosa siamo. Vuoi dire allora che anche tu hai creato il mio mondo per cercare la verità? Dunque non sei Dio! Non sei il Creatore, ma una creatura. Ti prego, dimmi come stanno le cose!»

Entità: «E’ così, figlio mio. Appartengo a un mondo che neanche puoi immaginare, e anche io formulo le domande che ho trovato nella mente tua e in quella di Diana.»

«Ma devi sapere che non è Dio ciò che cerco. Per me infatti le posizioni del teismo e dell’ateismo non sono valide: esse non risolvono nulla. Per quanto mi riguarda, io credo più probabile una terza posizione. Tuttavia non posso illustrartela, l’architettura del tuo cervello non ti permetterebbe di afferrarla… Ti ricordi dell’esperimento dello specchio? Solo alcune specie animali, come le scimmie antropomorfe, sono in grado di riconoscere se stesse nella immagine riflessa dallo specchio. Le altre non possono arrivare ad avere autocoscienza, non hanno consapevolezza di sé. Così, voi esseri umani non potreste comprendere la mia ipotesi sulla origine del Tutto, del vostro e del mio mondo.»

«Ma ecco ciò che realmente conta, figlio: la ragione per vivere è contenuta nel nostro discorso. Tu devi vivere per continuare la tua ricerca della verità, per proseguire la tua indagine fuori di te, dentro di te e nelle persone che ami. E ama le persone, gli animali e le cose più di quanto tu possa amare te stesso.»

*

L’uomo si svegliò dolcemente. Era confuso. Dove si trovava? In che tempo? Per un attimo ebbe la sensazione di essere nella camera della sua infanzia. Gli sembrò, per un attimo, di sentire le voci dei genitori provenienti da una stanza vicina. Era un’illusione.

Le luci della plancia sottraevano al buio il suo viso con tenui bagliori azzurri. Arrivava al suo orecchio solo il ronzio di qualche remota apparecchiatura. Oltre l’oblò, lo spazio era ingombro di stelle fino all’inverosimile, ed era pervaso da un diffuso chiarore. Tutto era immobile. Pace.

Diana dormiva, con il capo sulle braccia raccolte. I sottili capelli chiedevano solo una carezza delicata, le palpebre un bacio leggero. Gli occhi si muovevano, stava sognando.

Lev avrebbe dato qualunque cosa, per conoscere i sogni di lei, per sapere se anche lui era una parte di essi. Ma era ora consapevole del fatto che nessuno avrebbe potuto conoscerli, nessuno avrebbe potuto prevederli; nessuno avrebbe potuto rubarglieli.

Una falce colossale si accese oltre l’oblò e dietro di lei si affacciò una stella accecante. Passarono i minuti e la falce si ispessì. Passarono i minuti e Lev riconobbe Marte, i suoi mari, le sue vallate erbose, le sue città. Quella immagine gli riportò alla mente ricordi confusi: la vista del pianeta dalla sala ristoro della stazione orbitante, la costruzione della Beagle, il viaggio, i tre anni nel nulla. E poi? Il veleno. Diana doveva essere morta e lui anche.

Cosa era successo? Ricordava dei sogni, delle immagini incoerenti, un dialogo impossibile. Erano veramente sogni? Ma come poteva essere vivo? Era anche questo un sogno, uno scherzo della mente prossima alla morte?

La donna aprì gli occhi lentamente, alzò leggermente il capo e rimase a fissare il cielo per un po’. Poi si volse verso Lev e gli sorrise. Lui restò a guardarla con tenerezza, quindi tornò a osservare Marte, a cercare, in quello spettacolo, delle risposte; qualcosa che potesse risolvere il suo smarrimento.

Ed ecco che vide una stella sfolgorante uscire dalla porzione in ombra del pianeta. Ancora un istante e Lev riconobbe la Pax, più bella che mai, animata da tante piccole luci lampeggianti, affollata di vascelli attraccati, di oblò aperti su una vita interna pulsante. Con i pannelli solari spiegati, ricordava un veliero del lontano passato.

Lev capì quello che era successo. Abbracciò Diana, ancora disorientata, sciogliendosi in lacrime. Era tornato nel suo tempo e nel suo universo. E aveva tutta l’intenzione di popolarli e di esplorarli.

Fine