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Diana era non solo un brillante ingegnere, ma anche una capace organizzatrice. In breve tempo assunse sulle sue spalle anche la gestione di tutti gli aspetti logistici  della spedizione. Sposò la missione con tutte le sue forze, perché aveva inteso che il caso le aveva destinato una fortuna speciale, un ruolo di rilievo nella storia dell’umanità.

Lev  era stato assistito dalla sorte, aveva trovato una donna malata di assoluto, proprio come lui. Aveva trovato una lavoratrice infaticabile, un’esperta nella gestione di grandi staff, una capace specialista di relazioni pubbliche. I due erano complementari e McArthur volle senz’altro condividere con lei la paternità della missione.

Il vascello veniva realizzato presso la Pax, dove l’uomo si era infine dovuto trasferire, quale dirigente del neonato Dipartimento di Crononautica. Anche lì, nel chiasso e nella confusione della colossale stazione, il dottor McArthur aveva comunque trovato il modo per condurre la sua vita da recluso, la sua esistenza in clausura. Ma non poteva più fare a meno, ormai, di andare di tanto in tanto a prendere del cioccolato caldo nella sala  ristoro, sotto al grande pannello trasparente, con il suo ingegnere preferito.

In tutti gli angoli del Sistema Solare si sentiva ormai parlare della spedizione e già circolava la voce che sarebbe stato lo stesso dottor McArthur a sacrificare la vita per intraprendere il viaggio. Ma il vascello era per due e non ci voleva molta immaginazione per individuare chi sarebbe stato il più probabile secondo componente dell’equipaggio.

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La Terra si fermò quando furono conferite le medaglie a Smith e a McArthur, e con lei ogni pianeta e ogni luna del Sistema Solare. Ormai si era ad un passo dal salto, dal più grande balzo che l’umanità avesse mai fatto.

La  Beagle si staccò dalla Pax, rivaleggiando con lei per imponenza. Le sue vele stellari si aprirono e Marte rimase sospeso, in muta ammirazione.

Stridettero i macchinari, squarciarono con bagliori elettrici la notte superba. Fu mandato a regime il cronopropulsore, contro le correnti temporali che scuotevano il vascello maestose e severe. Ma cedevano gli eoni all’audace propulsore. Anno per anno li lacerò la carena metallica. Paurosamente i divieti infrangibili scossero la  Beagle. A stento la nave schivò i no imperiosi, lambendo furtiva le vallate sospese delle paure congenite.

Il dispositivo risalì con sforzo le Leggi, ma era ben congegnato, funzionò. Schiantò, tra un battito e l’altro dei loro cuori, l’ineluttabile barriera del Tempo. Scivolò oltre, su una sospesa vertigine. Trepidanti i due crononauti  si godettero il silenzio attonito del Cosmo, all’origine del Cosmo.

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*

La  Beagle solcava la disperazione dello spazio senza mondi, gettava una debolissima luce  sulla solitudine più nera. Ma gli occhi di Diana riservavano a Lev infinite scoperte. Quante ore di quella notte senza stelle e senza alba McArthur visse perduto nel paesaggio delle iridi azzurre di Diana? Quante volte percorse le circonferenze blu che le delimitavano? Quante volte colse le pupille che, colpite da un raggio di luce, si restringevano? Lev registrava con attenzione le variazioni di colore di quegli occhi, le fluttuazioni del tono dell’azzurro, dal celeste liquido dei momenti di malinconia  a quello corposo delle ore di ritrovata vitalità. Con gli occhi negli occhi vissero Diana e Lev, per tre anni.

Ma la  Beagle affondava nel nulla: il cielo era vuoto, senza speranze e senza dèi. Le domande degli uomini provocavano i membri della spedizione, sospese nel vuoto, sempre presenti, intatte. E Lev dovette assistere allo sfiorire di Diana, al suo lasciarsi andare, a poco a poco, sempre più giù. Vide le sue palpebre adombrare, pesanti, la luce dei suoi occhi. Vide spegnersi quel mondo del quale aveva vissuto fino ad allora.

Per amore di lei, McArthur le diede il veleno. La vide scomparire, mentre le teneva le mani, mentre accompagnava fra le lacrime il suo ultimo sonno.

Poi toccò a lui. Mandò giù il veleno, prima che l’abrutimento lo facesse suo, prima che il bene prezioso della sua vita fosse macchiato dall’orrore di un’esistenza senza speranza.

*

Lev è seduto affianco a un letto. Sopra il letto una luce, debole. Altri letti nel buio, nel silenzio. Persone che dormono. Attesa. Attesa che finisca la flebo, attesa che arrivi l’infermiera, attesa che passi un’altra ora, attesa che giunga finalmente il giorno; con la speranza irragionevole che l’incubo finisca con la notte. Attesa di dimenticare nel sonno l’orrore del corpo lacerato di suo padre, in agonia, disteso, sul letto. Nulla da fare, per lui, se non passare una garza umida sulle sue labbra, una garza bagnata di lacrime amare, calde di rabbia e di lancinante dolore.

*

«Chi sei?» chiede Lev a una persona che  lo fissa dal buio, da un bosco silenzioso di intricata vegetazione. E’ una figura enorme, un uomo nella sua più vigorosa maturità, avvolto da una giacca di pelle. Occhi blu, capelli finissimi e luminosi. Lev ha paura.

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«Sono papà. Ti sei già dimenticato di me?» Ora è vicino, sedutogli accanto.

«Eri così quando ero piccino, è passata una  vita, perché mi inganni? Non avercela con me. Ho fatto il possibile, ho lottato fino alla fine per te! Avrei dato la mia vita, avrei affrontato un gigante, se solo fosse servito. Ma non ti ho salvato. Non ci sono riuscito. Credimi, quando ti chiesi con un sussurro di mollare, ero stremato. Non potevo più vederti così. Perdonami». I due si avvicinano e si abbracciano. Piangono.

Ora, sul letto, il corpo è avvolto da un lenzuolo, disteso imponente sotto un panneggio bianco. Si scorgono le forme delle mani, adagiate sullo sterno. I piedi tendono il lenzuolo. Il volto è incorniciato da una fascia bianca. La bocca è socchiusa in un respiro immobile. Un occhio è rimasto semiaperto.

Lev è seduto al suo fianco. Lo ritrae, mette fra lui e il corpo il foglio di carta, per rimandare il dolore. Poi cerca suo padre, per fargli vedere il disegno, come quando era piccolo.

Ma d’un tratto si ritrova solo, in montagna, avvolto in una nube bassa. Tutto è bianco, vede solo il terreno. Il suolo trasuda gli umori della terra, mentre l’aria piange. E’ mai stato più smarrito?

Lev chiama il papà a gran voce, a squarciagola, con tutto se stesso. Niente. Dal bianco emergono delle ombre, immobili, colossali. Fantasmi di cavalli, assorti, nel nulla. «Papà!». Niente da fare.

Poi la nebbia si dirada e si apre una valle infinita. Ecco suo padre. Lo raggiunge di corsa, felice come un bambino, risorto dall’incubo. Si sente di nuovo protetto, sicuro, all’ombra della colonna della sua vita. Il papà ha in mano un fungo. Lo pulisce dalla terra con le sue dita. Lev bacia le mani amate del padre, le bagna del pianto di un bambino.

Il padre parla a Lev tenendogli una spalla con la mano. Il vento accarezza la paglia dorata dei suoi capelli e il suo volto è tutto pervaso dalla luce estiva dei suoi occhi. Lev perde il suo sguardo fra catene montuose lontanissime, faggete sconfinate, nuvole vaporose e imponenti.

Lev sta guardando, ma non sta osservando; ascolta la voce di suo padre, calma, bassa, rotonda: «Caro figlio, tu credi di avere tutto il tempo davanti a te. Ma il tempo di una vita è poco, pochissimo! Cerca, per quanto è in tuo potere, di non sprecarne mai, ti prego».

«La verità assoluta non posso dartela; noi la conosciamo, ma le Leggi ci impediscono di tornare tra voi per svelarla. Questo però è il mio insegnamento: non smettere mai di cercare ostinatamente la verità, non illuderti di trovarla e fuggi da coloro i quali affermano perentoriamente di possederla e sono di una certezza incrollabile».

Lev è perplesso. Tutto ciò che gli sta accadendo è bellissimo, ma è falso. «Non è mio padre», pensa fra sé. «Tu non sei mio padre, questo è un inganno, mio padre è morto. Non c’è modo per riaverlo, neanche qui, ai confini del mondo. Chi sei?».

*

Lev stringe una penna ottica fra le dita. E’ davanti a una lavagna. Dietro di lui il professor Landini lo sta interrogando. «McArthur, mi dia la definizione del generico problema di Cauchy».

Lev scrive: «Data l’equazione differenziale del primo ordine

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si dice problema di Cauchy la ricerca delle soluzioni dell’equazione che soddisfano la condizione iniziale f(t=0) = a». Poi aggiunge a voce: «In generale il problema di Cauchy non è risolvibile univocamente ma, sotto certe condizioni, la soluzione è una ed una sola. Questo vuol dire che se conosco la legge di un fenomeno, cioè la sua equazione differenziale, e se ne conosco lo stato iniziale, cioè la sua condizione iniziale, allora posso prevedere l’evoluzione del sistema nel tempo».

Landini: «Bene, mi dica ora quali fenomeni sono governati da equazioni differenziali.»

Lev: «Tutti i fenomeni dell’universo.»

Landini: «Vuole dire anche la vita, anche l’evoluzione delle specie?»

Lev: «Ogni sistema, che sia un insieme di molecole di gas o un batterio, è governato da equazioni differenziali.»

Landini: «Se possedessi le leggi di ogni fenomeno dell’universo, se queste costituissero un sistema di equazioni differenziali univocamente risolvibile, note le condizioni iniziali, allora potrei prevedere l’evoluzione dell’universo nel tempo?»

Lev: «In teoria potrei conoscere il comportamento di ogni singolo pianeta, di ogni singola stella e di ogni singolo individuo del Cosmo, in ogni dato momento. Ma questo è assurdo!»

Landini: «McArthur, lasci da parte i commenti e mi dica se, alla luce di quanto detto, ha senso lo scontro fra creazionisti ed evoluzionisti.»

Lev: «Non ha alcun senso, professore. Dio avrebbe potuto semplicemente stabilire le condizioni iniziali e le leggi fisiche, per poi lasciare l’universo a uno sviluppo autonomo. In questo modo si potrebbe sia riconoscere l’indipendenza dal Creatore di ogni fenomeno evolutivo, sia l’aderenza del tutto al disegno del Creatore. Potremmo così sia ammettere la validità del meccanismo di evoluzione biologica, sia la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. Ma tutto ciò è assurdo»

Landini: «Non le piace il fatto che ogni suo gesto sia stato preordinato, non è così McArthur?»

Lev: «Sì, non potrei sopportare questa verità. Non la tollererei. Ma tu non sei il mio professore. Quante facce hai?»

*

Entità: «Quale faccia mi attribuisci Lev? Come mi preferisci? Con la barba bianca e un corpo maturo ma vigoroso? E che nome mi dai?»

«Se sei arrivato sin qui, è giusto che tu sappia ogni cosa. Io non avevo previsto il vostro arrivo dal futuro. Sì, è vero, vi ho plasmati secondo il mio volere. Ma non sono in grado di prevedere le vostre azioni. Il tuo libero arbitrio è salvo, dolce Lev. Il vostro cervello è la cosa più complessa che abbia previsto nel Cosmo e nessuna equazione matematica potrà mai descriverne il funzionamento. Ho trovato nella mente di voi due, cari esploratori, più di quanto io potessi mai immaginare: la fantasia, l’ironia, la creatività, l’amore. Tutte cose alle quali non avrei mai pensato.»

Lev: «Ora so da dove viene il genere umano. Ma perché lo hai creato? Questo mi devi spiegare!»

Entità: «Ho trovato nella tua mente nozioni di biogenesi. Voi umani, nel tuo lontano futuro, fate esperimenti che hanno come fine il tentativo di creare la vita. Perché mai vi impegnate in queste cose?»

Lev: «Noi lo facciamo per conoscere meglio noi stessi, per capire cosa siamo. Vuoi dire allora che anche tu hai creato il mio mondo per cercare la verità? Dunque non sei Dio! Non sei il Creatore, ma una creatura. Ti prego, dimmi come stanno le cose!»

Entità: «E’ così, figlio mio. Appartengo a un mondo che neanche puoi immaginare, e anche io formulo le domande che ho trovato nella mente tua e in quella di Diana.»

«Ma devi sapere che non è Dio ciò che cerco. Per me infatti le posizioni del teismo e dell’ateismo non sono valide: esse non risolvono nulla. Per quanto mi riguarda, io credo più probabile una terza posizione. Tuttavia non posso illustrartela, l’architettura del tuo cervello non ti permetterebbe di afferrarla… Ti ricordi dell’esperimento dello specchio? Solo alcune specie animali, come le scimmie antropomorfe, sono in grado di riconoscere se stesse nella immagine riflessa dallo specchio. Le altre non possono arrivare ad avere autocoscienza, non hanno consapevolezza di sé. Così, voi esseri umani non potreste comprendere la mia ipotesi sulla origine del Tutto, del vostro e del mio mondo.»

«Ma ecco ciò che realmente conta, figlio: la ragione per vivere è contenuta nel nostro discorso. Tu devi vivere per continuare la tua ricerca della verità, per proseguire la tua indagine fuori di te, dentro di te e nelle persone che ami. E ama le persone, gli animali e le cose più di quanto tu possa amare te stesso.»

*

L’uomo si svegliò dolcemente. Era confuso. Dove si trovava? In che tempo? Per un attimo ebbe la sensazione di essere nella camera della sua infanzia. Gli sembrò, per un attimo, di sentire le voci dei genitori provenienti da una stanza vicina. Era un’illusione.

Le luci della plancia sottraevano al buio il suo viso con tenui bagliori azzurri. Arrivava al suo orecchio solo il ronzio di qualche remota apparecchiatura. Oltre l’oblò, lo spazio era ingombro di stelle fino all’inverosimile, ed era pervaso da un diffuso chiarore. Tutto era immobile. Pace.

Diana dormiva, con il capo sulle braccia raccolte. I sottili capelli chiedevano solo una carezza delicata, le palpebre un bacio leggero. Gli occhi si muovevano, stava sognando.

Lev avrebbe dato qualunque cosa, per conoscere i sogni di lei, per sapere se anche lui era una parte di essi. Ma era ora consapevole del fatto che nessuno avrebbe potuto conoscerli, nessuno avrebbe potuto prevederli; nessuno avrebbe potuto rubarglieli.

Una falce colossale si accese oltre l’oblò e dietro di lei si affacciò una stella accecante. Passarono i minuti e la falce si ispessì. Passarono i minuti e Lev riconobbe Marte, i suoi mari, le sue vallate erbose, le sue città. Quella immagine gli riportò alla mente ricordi confusi: la vista del pianeta dalla sala ristoro della stazione orbitante, la costruzione della Beagle, il viaggio, i tre anni nel nulla. E poi? Il veleno. Diana doveva essere morta e lui anche.

Cosa era successo? Ricordava dei sogni, delle immagini incoerenti, un dialogo impossibile. Erano veramente sogni? Ma come poteva essere vivo? Era anche questo un sogno, uno scherzo della mente prossima alla morte?

La donna aprì gli occhi lentamente, alzò leggermente il capo e rimase a fissare il cielo per un po’. Poi si volse verso Lev e gli sorrise. Lui restò a guardarla con tenerezza, quindi tornò a osservare Marte, a cercare, in quello spettacolo, delle risposte; qualcosa che potesse risolvere il suo smarrimento.

Ed ecco che vide una stella sfolgorante uscire dalla porzione in ombra del pianeta. Ancora un istante e Lev riconobbe la Pax, più bella che mai, animata da tante piccole luci lampeggianti, affollata di vascelli attraccati, di oblò aperti su una vita interna pulsante. Con i pannelli solari spiegati, ricordava un veliero del lontano passato.

Lev capì quello che era successo. Abbracciò Diana, ancora disorientata, sciogliendosi in lacrime. Era tornato nel suo tempo e nel suo universo. E aveva tutta l’intenzione di popolarli e di esplorarli.

Fine

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Un pensiero su “Biogenesi, ultima parte

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