La legge di Milone

La legge di Milone

AMADRIADE: Strana gente. Loro trattano il destino e l’avvenire, come fosse un passato.

SATIRO: Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino.

Cesare Pavese

Mi trovò Artemide, anni fa; e se non era lei, doveva trattarsi di una felina affine: virgole aperte sulle iridi liquide e fisse, gazzella tenera travestita da ragazzo, cacciatrice che si fa catturare, e poi si divincola. Scoprii che spendeva il silenzio a dipingere vite, nella mente. “Ho fatto un quadro, vuoi vederlo?” mi diceva come una figlia di cinque o sei anni, con quella voce. “Perché tra una esistenza immaginata e un ricordo,” mi chiese poi retorica un giorno, questa volta con la voce della sua età, “dove sta dopo la differenza?” Essere dea non aveva risparmiato un presente da coprire col colore alla bambina che era stata.

Ecco, quello che segue è il ricordo di una guarigione che mai è davvero avvenuta, è un quadro di Artemide. L’esperienza vissuta di un futuro che non si è coniugato: il racconto di una speranza, come Pavese spiega a Leucò con una delle sue costruzioni prolettiche. Non realizzata, almeno non come la avevo immaginata e non con il peso definitivo dell’ultima punteggiatura dell’ultima pagina. Io sono come le stagioni: è impossibile curare l’inverno, ma se si ha pazienza o si è disposti a migrare, la buona complessione vince la forza del male.

Più precisamente, questi sono frammenti di un racconto che credo non navigherà il pelago binario nella sua interezza, mai. E’ stato scritto tra il 2006 e il 2007, è un diario parallelo di viaggio, la finzione di una verità che si ostinava a non conformarsi alle tavole anatomiche di Propp: è come la bugia di Donald Crowhurst. Eppure, se si tollera una interpretazione non letterale, chi mi conosce ci troverà la mia di morfologia, quella dell’anima che mi sono faticosamente costruito, almeno; con anni di esercizio. Non a caso il titolo del racconto che non leggerete è ‘La Legge di Milone’ e vi lascio sciogliere l’indovinello su google, se vorrete. Non lo leggerete, ho scritto; ma lo avete letto in tutto ciò che già la cincia canta in bit in questo bosco, perché in esso e da esso partono e arrivano molte poesie e racconti di cui, lo so, nessuno sentiva il bisogno. Tranne me. Ho scritto per me: senza giovarmi dei suggerimenti di Rilke, sapevo da me e so che – nonostante le guide alla scrittura per i libri nel cassetto – chi scrive per il lettore è un burocrate. Non lo leggerete perché è troppo vero, nella sofferenza: non gode dei tanti camuffamenti dei versi, delle interpretazioni multiple, delle allusioni timide. La prosa può descrivere come una matita sottile, se proprio lo si vuole. E io non voglio.

Leggete allora del mio ritorno immaginato e sappiate che, da un certo punto di vista, io sono tornato. E l’ho realizzato solo giorni fa, tre lustri dopo aver chiuso il file della Legge di Milone. Ero in uno di quei luoghi tristi dove la gente decide di andare per divertirsi, un paradiso addomesticato dove la neve dei vulcani va in vacanza; mi ci sono ritrovato per una serie di circostanze, seguendo le rotte dei becchi che graffiano l’ardesia. Mi preparavo a volare, stile rana, in un bacino strappato alla violenza dell’Atlantico, rassicurato dallo sguardo premuroso di una sirena che ha addestrato un orso dell’Abruzzo a non temere il mare. Ero lì, con in mente i calcoli con cui rispondere a un collega dell’altro estremo della apnea oceanica, lo iato liquido che ha biforcato la storia. E ho pensato che forse, anche se non quando avrei voluto e non come, forse ero tornato. Ma si sa, Natura ha sempre più fantasia degli esseri umani: la regina delle trame. E quando, l’altro ieri, mi sono trovato a tentare di stimare la dimensione di un castello di vapore, dieci chilometri sopra la Francia del sud, cronometrando il tempo necessario per completare la processione da una torre all’altra, ho riflettuto che magari sono davvero diventato la persona che sarei dovuto diventare, nonostante tutto. Però questo non è un punto di arrivo: è la partenza. Così come la nuvola non era affatto grande come un castello, quanto piuttosto come una metropoli.

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“Renzo prese anche lui la peste […] ne fu in fin di morte, ma la sua buona complessione vinse la forza del male […] Per alquanti giorni Renzo si tenne in esercizio, per esperimentar le sue forze, e accrescerle.”

Alessandro Manzoni

Soffitto della camera buia, in principio scenario di reiterate battaglie, tra la rabbia e l’impotenza; poi deserto immutabile, scrutato per anni. Per trovarvi solamente, a volte, la sosta pensosa di un pesciolino d’argento [1]; miraggio immobile, aggrappato all’intonaco; silenzioso messo di qualche amico lontano, inviato più volte a sincerasi della mia condizione. Per me solo una presenza gelida, un fossile freddo, un trilobite congelato dal tempo, su di una lastra di sedimenti induriti.

Lampioni pietosi, sentinelle notturne delle strade cittadine; aruspici per me, da interrogare. Allora, che mi accadrà? Dite, vi prego! Accarezzandomi con una luce smorta Redibis non morieris in bello [2], mi dicono mesti. Unisono coro il loro, malinconico come il pianto di vecchi cetacei. E io non ho dubbi, ancora una volta, sul posto da dare alla virgola, sull’interpretazione da attribuire al consueto vaticinio: Redibis non, morieris in bello. Cioè: morirai, alla tua vita non tornerai.  

Questo è tutto il mio mondo, da anni. Sfoglio i giorni a centinaia, come pagine insignificanti di un’agenda senza memorie.

6 settembre.  Cosa mi sta portando oggi la sera? Pensa di farmi un regalo gradito, concedendomi questo debole riflusso della marea tossica che mi consuma il cervello? Vuole farmi rinvenire quel tanto che basta per permettermi di prendere coscienza della mia degradazione?

Ormai la malattia è per me un’alleata: da un lato mi ha tolto progressivamente la vita, è vero, ma dall’altro mi ha anche somministrato l’anestesia, per non farmi soffrire. Mi ha sciolto dall’interno, col suo micidiale veleno, mantenendo intatta la scorza, per lasciarmi appeso, sconsolato impiccato, alla sua tela; e mangiarmi con calma.

Aracnide paziente, macchina fredda, sicura equilibrista sui tuoi aghi articolati, crudeli strumenti chirurgici. Mi hai smemorato per non farmi assistere alla mia morte? O per non farmi protestare, mentre mi tessevi il sudario? Ora penso che avrei preferito soffrire e provare a reagire, piuttosto che inalare l’etere e lasciarti consumare lo scempio. Troppo tardi, vero?

Mio Dio! Non è forse un sorriso maligno quello che vedo dietro le orrende fauci artigliate? Gli occhi di vetro, grappolo di gonfi acini scuri, non hanno una luce sinistra? Vibra la lorda peluria del mostro, agitata da un’oscena risata. I tuoi cheliceri frementi ti tradiscono: tu, orrore meccanico, sei scosso dall’emozione, dalla lurida soddisfazione di avermi distrutto.

Sono esausto. Ma forse vivo un parziale risveglio. Vedremo.

20 settembre. In che anno mi trovo? La mia percezione del tempo è gravemente danneggiata. Avverto la tendenza ad essere incapace di trattenere il tempo, ad essere incapace di occupare i minuti con i pensieri. Io credo che il presente sia vissuto tanto più intensamente quanto maggiore è la densità dei pensieri nel tempo. Ma la malattia spegne la mente, impedendomi di pensare, e dunque rubandomi il tempo. È per questo che di anni di vita mi resta veramente poco.

Potrei dire di aver saltato questo periodo, di non averlo vissuto. Ma se da un lato le mie ore perdono di profondità una volta che sono trascorse, poiché vissute con la mente inattiva, dall’altro esse risultano interminabili mentre si consumano. Questo perché i momenti spiacevoli hanno una durata soggettiva maggiore di quelli piacevoli. Dunque le ore di malattia sono vissute come interminabili, anche se poi, la rarefazione dei pensieri che le caratterizza, rende irrisorio il contenuto mnemonico relativo al tempo trascorso in questo stato, che così, a posteriori, appare breve.

In effetti non ho ricordi vividi di questa stagione di malattia e dunque non posso percepirne la reale durata. So solo che ho pianto il consumarsi inutile dei miei anni.

Ho veduto gli astri scorrere lungo i loro binari di seta. Li ho visti consumare infinite rivoluzioni; instancabili come i bambini, quando corrono in tondo, cantando filastrocche. Li ho supplicati più volte, con un nodo alla gola, di fermarsi ad aspettare; di attendere che rivivessi, o di rallentare almeno. Tante volte ho pianto per il consumarsi vano delle poche migliaia di giorni che, come uomo, mi sono concesse. Vibrava allora il lucore delle stelle, ma non in quanto il lamento le avesse toccate nel cuore. Era la rifrazione del loro splendore, attraverso il palpitante velo di lacrime, che mi donava un’immagine meno cruda della loro freddezza.

“Guardai tristemente il vorticoso roteare del giorno e della notte: ogni respiro era un giorno. Alzai il braccio, come a respingere quella visione d’incubo, per coprirmi gli occhi. Ma la mia mano non mi obbedì. Era paralizzata dalla vecchiaia.” [3]

Quanto tempo è passato da che fu disattivato il mio nucleo cosciente? Non voglio saperlo. Sono troppo debole ancora per affrontare la realtà. Desidero dormire, per non contemplare lo strazio, la  mutilazione della mia giovinezza. Inoltre tra poco potrei sparire di nuovo, per mesi, per anni. E allora a che servirebbe sforzarsi di riavviare le centraline incrostate del mio cervello? E se poi non potessero essere ripristinate le loro funzioni? Se le ritrovassi danneggiate? Se non fosse più possibile recuperare me stesso com’ero?

21 ottobre. I miei libri attendono da anni di essere riaperti. Loro mi hanno vegliato teneramente, dai piani delle mensole, impotenti, soffrendo composti. Mi hanno aspettato pazienti; ma il resto del mondo avrà atteso che mi risvegliassi? Cosa c’è oggi oltre l’ombra stagnante della mia camera? È presto per farsi queste domande. Che io sopravviva è da vedersi.

1 novembre. Adesso che si dirada la stanchezza disumana secreta dal morbo, mi resta l’affanno di un corpo debilitato. Devo ricominciare da lui, recuperandolo dal declino, riprendendolo per i capelli. Perché è vero che la mia essenza coincide con l’irripetibile universo di proteine e acqua, ioni saettanti e macromolecole risonanti, contenute nel vano angusto del mio cranio; ma è anche vero che il mio cervello trae nutrimento e piacere dai restanti ottanta chili di ossa e carne e viscere cieche che mi porto dietro. La mente, senza il ventre che la nutre, e il muscolo che le consente di dare espressione ai pensieri, non è nulla. Recuperare la macchina che mi sostenta, il terreno in cui si insinua capillarmente il sistema nervoso, le radici della mia mente: questa è ora la mia missione. Tornare indietro dal mondo dei sommersi.

Sarebbe fantastico riemergere da una notte così fitta, così apparentemente definitiva. Nascere una seconda volta non capita a tutti. Solo agli eroi. Ercole, Ulisse, Enea. Non sono forse tutti dovuti scendere all’inferno, e tornare poi fra i vivi, per guadagnarsi la loro grandezza?

“[…] E tu t’inoltra,

snuda la spada, Enea! Ora il cuor saldo,

ora il coraggio tuo qui si dimostri!” [4]

Io non aspiro ad essere un gigante, né un semidio. Mi basterebbe essere un uomo.

15 dicembre. Dove sono stato per più di un mese? Maledizione! Non c’è nulla che  possa fare per evitare queste ricadute disastrose? Potessi lottare!

Mi stupisce sempre il modo nel quale la malattia riprende il controllo di tutte le fibre del mio corpo. Ecco la cronaca dell’inizio di una ricaduta. Con un tuffo al cuore sento dissolversi i pensieri, li sento diluirsi, come pigmento nell’essenza di trementina. Il sangue vivido abbandona festoso il ventricolo destro e avverto impotente che la mente mia se ne va, che Paolo si sgrana come una statua di sale nell’acqua; il sangue esausto rientra  nel capiente atrio destro e già è tutto  compiuto: già le mie inconsistenti difese hanno capitolato e il desiderio di trattenere i pensieri ha ormai il volto sconsolato di una speranza stroncata.

Non mi abituerò mai a questo fenomeno. Quello che fa male è la sua imprevedibilità e la mia completa impotenza. Alla fine mi pare di essere come quel cane che mi impietosì tanto da bambino: la bestiola era in balia di un padrone capriccioso, crudelmente sadico, che le somministrava continuamente punizioni ingiustificate, senza motivo. L’animale aveva finito per avere paura di tutto e di tutti. Ma la cosa che più mi fece impressione allora fu il constatare come avesse smesso di reagire alle offese, come le accettasse passivamente.

Io non debbo mai smettere di reagire! Passati i temporali delle ricadute, dovrò sempre rialzarmi.

21 dicembre. Non fu per il bisogno malato di farmi del male, che indugiai così a lungo nel mondo sospeso delle vite perdute? Ci ripenso e non ci credo. Quanto tempo ho vissuto fra quelle povere anime sconfitte dalla vita? Viscere senza intelligenza, ventri e intestini senza volto, lasciati invecchiare in un angusto giardino, isolato dal mondo; abbandonati per anni a terapie inefficaci; eppure mai più rivedute, da Dio solo sa quanto tempo.

C’ero anche io ad attendere, sulla soglia di una camera squallida, la dispensa parsimoniosa di perle, sgravo di blister scricchiolanti, e di gocce di fiele, prezioso secreto di fiale ambrate? Sì, con la schiena ad un montante della porta, attendevo l’estenuante processione del carrello dei farmaci; osservando le mani veloci dell’infermiere che consultava il registro delle terapie, che apriva le confezioni, che versava gocce; e i concavi mesti dei malati, pronti a infrangere il vago senso di nausea per quegli oggetti colorati che contenevano, fissati con disappunto.

Il rumore del carrello dei farmaci che corre lungo il corridoio mi pare di sentirlo ancora. E lo rivedo nitidamente ora, quel traballante ordigno di latta. Due ripiani stipati di un incredibile arsenale di scatole eterogenee, medicine disposte per ordine alfabetico: Adapin, Adepril, Anafranil… Divinità del pantheon di qualche oscuro popolo preatlantideo (in realtà nomi bizzarri, generati dal bisogno dei produttori di avere una breve sequenza di lettere che non figuri in nessun dizionario del mondo).

Efexor doveva essere il dio della Guerra, Zoloft quello degli Inferi; e mentre Nortimil era il saggio padre degli dèi, signore dei cieli e della terra, Trittico doveva sedere sul trono vetusto del regno echeggiante degli abissi. Si sa inoltre per certo di come Bupropione fosse il titanico fabbro della famiglia divina; energumeno abbronzato dal fuoco, gigante dal corpo potente e dalla mente creativa. 

Quante volte mi è sembrato di vederlo, miraggio ondeggiante nell’aria liquida della fucina! Paziente tollera l’atmosfera rovente, corrucciato aspetta che le fiamme del legno donino al ferro il carbonio, segreto della resistenza dell’acciaio. Poi il suo indugiare culmina nel gesto vigoroso del braccio che rovescia il martello, atto risoluto della creazione. Ed è un’esplosione di frammenti d’acciaio, incendiati dall’ossidazione vorace.

Per lungo tempo io mi affidai a questo dio pagano. Gli chiesi di soffocare le mie debolezze, di costringerle in catene, in un luogo da dove non potessero giungermi le loro proteste. Di scaraventare in un pozzo l’orribile massa palpitante delle mie paure. Il segreto dell’acciaio, questo gli chiesi di concedermi, pregando appassionatamente avvinto all’effige sacra del nume, la grandiosa spada a due mani. La forza gli chiesi, di dar forma alla vita con fendenti di lama, senza ripensamenti, rimorsi o malinconie. La volontà invincibile, che spezza le emozioni, lasciando solo la furia della rabbia creatrice.

Fu un rombo la voce di Bupropione, quando egli si manifestò. Già gli acquazzoni gridavano che settembre finiva; l’atmosfera si scuoteva dall’inerzia estiva, vissuta sopraffatta dal caldo. Ecco, tuonò Bupropione, ti dono ciò che mi chiedi. Vuoi essere un uomo? Concesso!

Assistetti silenzioso e attonito al mio mutamento, per giorni. Sentii crescere nelle viscere il feto del nuovo Paolo. Palpitava a volte, e poi ricadeva nel sonno. Così fu per settimane, il tempo necessario a rimuovere i sensi di colpa e le grigie tristezze che incrostavano le articolazioni, che ingolfavano le rapide vie dei pensieri.

Quando infine fu tutto sgombrato dal flusso copioso del farmaco, di nuovo la vita pulsò nelle arterie. Di nuovo il mio corpo assistette al festoso brulichio degli enzimi operosi, degli ioni scattanti e persino dei più placidi ormoni. Sentivo il traffico dei potenziali d’azione lubrificato di nuovo. Le strade ora erano state mondate dall’oscuro groviglio di colpe e complessi, rottami ingombranti di colossi meccanici e corpi gravi di sauropodi stanchi. E su di esse si riversò la folla festante, il popolo infinito dei mediatori chimici, zoo chiassoso che si agitava attraverso le complesse membrane, lungo i condotti dismessi delle proteine. Vivevano ancora le proteine! Estese come poemi, belle e complesse come strabilianti architetture di ardita avanguardia, mobili e risonanti; sospese tra le leggi perfette dei singoli nuclei e il caos della complessità.

Bupropione mi aveva donato la fulgida spada d’acciaio, unica fede dell’uomo vigoroso. Solo di Lei ti devi fidare, tuonò, ascoltare il cuore non devi! La poesia è una malattia dello spirito! E  voltandomi già il dorso maestoso, concluse: questo è il segreto dell’acciaio! Questo è bene!

Brutto trombone imbecille! Ma che razza di idee! Come ho potuto pensare di abbracciare questa religione grottesca! La spada, senza il cuore che la agita, non è nulla! La maschera dura che ostentano gli uomini non è mai l’immagine onesta dell’animo loro. È una finzione, ma rivolta solo agli estranei. Una maschera indossata consapevolmente, per spaventare i nemici. Come il cimiero degli antichi soldati, sotto il quale resta l’uomo, conscio delle sue debolezze.

“Così detto, distese al caro figlio

l’aperte braccia. Acuto mise un grido

il bambinello, e declinato il volto,

tutto il nascose alla nudrice in seno,

dalle fiere atterrito armi paterne,

e dal cimiero, che di chiome equine

alto sull’elmo orribilmente ondeggia.

Sorrise il genitor, sorrise anch’ella

la veneranda madre; e dalla fronte

l’intenerito eroe tosto si tolse

l’elmo, e raggiante sul terren lo pose.” [5]

I sentimenti sono la nostra forza; gli abissi delle paure sono il vero terreno di prova della virtù. Bisogna frequentarli con coraggio, non evitarli. A viso aperto vanno fronteggiate le contrarietà; le dobbiamo  analizzare e studiare come scrupolosi ornitologi. È necessario puntare su di loro il binocolo e non la doppietta!

Ero giovane allora e sciocco; e maledettamente impaurito. Speravo che il bupropione facesse da corsetto per la mia volontà scoliotica. E invece caddi dalla padella alla brace, dalla assenza alla pazzia. La salute offerta dal farmaco era, nel mio caso, una malattia essa stessa. La complessità del mio animo, che avevo costretto all’esilio, cominciò una lotta di liberazione.

Il disastro iniziò in sordina. Le stanze della mente presero a essere infestate da piccoli pensieri parassiti che scappavano qua e là, come blatte sorprese dalla luce. Scarafaggi, idee larvate, trascurabili interferenze che potevo facilmente sovrastare, convogliando ulteriore energia al flusso ideativo volontario.

Ripresi i miei libri, felice di poter tornare all’occupazione di un tempo. E per un poco andò bene. Ma incominciai ad  accorgermi che in tutti i miei conti prosperava l’errore. Un fattore dieci dimenticato, un due tralasciato, un esponente sbagliato. Piccole cose, insomma, all’inizio. Mi mettevo di impegno e rifacevo i miei calcoli, sforzandomi di travolgere con energia il rumore di fondo che disturbava i miei processi di pensiero.

Ma le cose peggioravano: l’energia necessaria a coprire le interferenze diventava sempre di più; inoltre il mio lavoro risultava progressivamente più rallentato e improduttivo. Spesso accadeva che esaurissi completamente le risorse mentali per non concludere praticamente nulla di concreto. Pagine e pagine di conti sbagliati, di risultati assurdi; questo era il più delle volte il prodotto di tutto il mio affanno. Si verificava in fine che tutte le forze che il farmaco aveva liberato si esaurissero per contrastare i pensieri involontari che infestavano chiassosi la mente.  Mi ammazzavo di fatica per non andare da nessuna parte! Ero il cocchiere di una carrozza tirata da tanti cavalli indisciplinati che si agitano, battono gli zoccoli al suolo, sbuffano; e spingono ciascuno in una direzione diversa.

Esaurito, sconfitto, mi sedetti allora su una collina a contemplare il paesaggio sconvolto dell’orto dove, un tempo, coltivavo orgoglioso integrali e teoremi; piante fiorite su pagine misere e sudate, ma belle, di conti ordinati. E memorie di saggi, collezione preziosa. Povere cose, tutto quello che avevo. E ora, dopo che anni di assenza avevano assetato le povere piante, ecco le locuste voraci, maledizione biblica; e un’orda di gnu migranti. Tutto sul mio piccolo campo!

Ma quale era la natura dei pensieri parassiti? Se mi fermavo ad ascoltarli, se ne acchiappavo al volo qualcuno per esaminarlo, dovevo ammettere che non mi erano estranei. Quegli ossessi avevano la mia voce! Santo cielo! Ero io a parlare, ma senza volerlo.

“Quale linguaggio umano potrà descrivere adeguatamente lo stupore, l’orrore, che si impadronì di me allo spettacolo che si presentò alla mia vista? […] Un grande specchio – mi sembrò in un primo momento nella mia confusione – stava ora dove prima non ne avevo scorto alcuno; e mentre avanzavo verso di esso preda del massimo terrore, la mia stessa immagine […] avanzò verso di me con andatura traballante e malferma. Così sembrava, dico, ma non era. Era Wilson, il mio antagonista […] Non un particolare del suo abbigliamento, non un tratto di tutti i marcati e singolari lineamenti del suo viso, che non fossero, nella più assoluta identità, i miei.” [6]

Ma allora, se quel tale che si impegnava in infiniti monologhi ero io, chi era colui che lo ascoltava indispettito e disturbato? La mia coscienza risiedeva nel Paolo autentico o in quello fasullo? Entrambi vivevano e ragionavano, ma il nucleo cosciente dimorava in uno solo di essi. Era la pazzia, pianta maligna nutrita dal farmaco.

E cominciò la danza dell’ago del bilancino da chimico: 250, 300 o 400 mg? O niente? Capsule d’ostia, polvere fine, eccipienti. Orribile pasto di preparati galenici. Capsule dal sentore di colla, meticoloso lavoro del farmacista, mio assiduo compagno di sventura. Ridurre, aumentare, sospendere. Aggiungere e togliere. Aspettare gli effetti delle modulazioni, sospeso, ascoltandomi. Nutrire speranza, disperarsi. Illudersi e disilludersi. Associare lo Zyprexa, dormendo giorno e notte. Togliere lo Zyprexa. Mettere l’Abilify. Toglierlo, tanto non serve. Telefonare, derelitto straccione, al dottor Risanati, maschera di istrionica sicurezza.

Ho tirato avanti all’infinito con questi infiniti, perché la pazzia fa paura, ma l’assenza non scherza. Fu una sofferenza che non mi illudo di poter riuscire a spiegare.

Alla fine dovetti ammettere che il bupropione aveva fallito. Non era questione di dosaggio o di associazioni con altri farmaci. Sebbene mi restituisse l’energia vitale, il prezzo da pagare era troppo alto. Dovevo provare qualcos’altro. E provai, di tutto, per anni. Ottenni agitazione, oscena frivolezza, eccitazione, confusione. Ma remissione no, quella non mi fu mai concessa.

15 marzo, giorno 9863 della mia vita. Terra dei Padri. Partivamo presto, io e i miei amici, per raggiungere i monti. Piccoli esploratori, pianificavamo la sera la spedizione, dopo cena, attorno a un tavolino del bar del piccolo paesino. Giocando agli adulti, discutevamo seriosi dettagli fondamentali; parlando, ascoltando e pensando, disciplinati.

L’indomani mi svegliavo d’istinto, all’improvviso, all’ora giusta; vivo come un tigrotto. Reduce da un sonno di piombo, senza profondità, un vero salto nel futuro. Ancora non dovevo lottare contro di me, per esistere. Il desiderio del nulla non lo provavo. E quindi il risveglio era una festa.

Mi sembra adesso di respirarla di nuovo quell’aria fantastica, delle estati qui in montagna, con i migliori amici della mia vita: quei tre, come erano allora. Quando restammo sulla soglia dell’adolescenza, con il viso, segnato dalla terra e dal sole, ancora rivolto all’indietro, verso l’infanzia.

Giornate di caccia alle rane; di boccate di vento, in bicicletta; di sgridate per il ritardo alla cena, per le scarpe rovinate; di camere d’aria bucate, di pedalate memorabili, di graffi e ginocchia sbucciate, di micetti e ciotoline di latte.

Giornate di viaggi epici, ai confini del mondo; a un passo da casa. Ora mi rivedo con loro,  perso tra immense foglie nutrite dal ruscello, spropositati collettori solari, alla ricerca delle sorgenti del nostro torrente, mai trovate; tra le colonne dei pioppi, sotto le volte superbe dell’albero che si dice ‘del sole’; pregno dell’odore acre del succo degli arbusti spezzati, tirato continuamente dai rovi. Concentrati, in silenzio, camminavano inebriati e spaventati da quell’assaggio precoce di libertà.  

Mi rivedo, ancora, smarrito in fondo a un passo buio, stretta fenditura fra i monti; mondo favoloso, popolato da assorti megaliti, vestiti di pelle di muschio, segnati dalle rughe cadenti dei fondali induriti di un mare scomparso, incrostati da un popolo morto di simbionti, le infinite anime calcaree dei bivalvi, molluschi spirati prima ancora che il mondo vagisse.

E poi eccoci naufraghi, in un  mare di erba, che arriva alla vita, sulla schiena ripida di un monte grandioso, regno dei venti. David mi chiama, io sorrido: turbina l’aria e non lo sento. Lo vedo laggiù, che fa un segno, immerso fino alla cintola in quella distesa, pettinata dal vento, di erba che palpita nell’attesa che cavalli flemmatici si decidano ad affrontare il declino, per consumarla.

Il mondo ai miei occhi di allora aveva la sconvolgente potenza cromatica di un quadro impressionista. Associata però alla precisione descrittiva di un’illustrazione scientifica. Insomma, qualche cosa come gli affreschi rinascimentali delle Stanze Vaticane, dove neanche l’ombra spegne il colore. Perché sui corpi, levigati volumi di carne, essa è rarefatta; è solo un velo di nero, una cortina leggera e inconsistente, su un’esuberante profusione di salute e di forza. Dove la pittura non muore neanche nelle pieghe profonde dei fantasiosi panneggi. Semmai diventa più grave, più densa; senza mai concedersi, però, alla facile tentazione del nero, potente modellatore di forme; ma  non perdendo, per questo, in resa plastica.

Ecco, così erano le cose per me, avvolte da liquida pelle di colori pastosi. Corposi fluidi, voluttuoso piacere degli occhi. Casto e potente godimento che avevo scordato crescendo. E che ora ritrovo, dietro un velo di lacrime.

Qui c’è ancora la neve  e il paesino è quasi deserto. Non mi ha riconosciuto nessuno. Non ho ritrovato nessuno. Mi alzo molto presto, alla prima voce che l’alba mi manda da quella finestrina scassata; quella a cui gridava il mio nome Giovanni, quando passava a chiamarmi, al mattino, per iniziare le nostre avventure.

Le stanze della casa degli avi sono camere di sospensione del tempo. Ampi locali freddi, luce incerta del mattino filtrata dalle imposte sconnesse delle finestre piccole e strombate. Semplici mobili, sperduti superstiti, difendono a oltranza i loro ricordi, in silenzio, da anni. Sono mobili levigati da un fiume di vita, nata, fiorita e consumatasi qui, impregnati da tutti gli odori della quotidianità, di mille e mille giornate, perdute nella caldaia del motore vorace che muove la Terra.

Su quel letto nacque mio padre. Lì si sedette a disegnare, testolina bionda e vivace, quando era bambino. I buchi delle frecce della balestra che costruì, adolescente ingegnoso, sono netti e precisi sul vecchio portone, appena fatti, cinquant’anni fa. L’arciere è morto, purtroppo, e da tempo la bocca che lo ammonì è stata chiusa da zolle di terra. La balestra è perduta.

Su quella poltrona sedeva mio nonno. Era su quel letto quando lo andai a salutare, frettolosamente, un giorno di settembre, numerose stagioni prima di questa.

Lo studio risuonò per anni della voce di una radio scassata, compagna fedele di mio zio. Uomo gioiosamente perduto fra dizionari di pergamena, cartine di seppia e cartelle, ricamate da una grafia sottile, minuziosa e pulita.

Qui disegnavo, quando ero bambino, testolina castana e vivace.

Lassù sorpresi una volta i miei genitori abbracciati.

Parto presto per andare in montagna. Fa freddo, al mattino, e stringo le spalle, mentre comincio a salire a testa bassa, gettando ogni tanto gli occhi a ciò che mi aspetta. Con un tuffo al cuore ritrovo i sentieri, gli alberi, le prospettive di un tempo. Persino quel nido c’è ancora. Già, sarà stato usato ogni anno, dai figli dei figli della fanciulla bruna per la quale persi la testa, a quindici anni.

Salgo con passi agili, misuro le forze ritrovate. Mi compiaccio delle gambe elastiche, forti come un tempo. Procedo spedito, sempre più su, affondando nella neve, lasciando anche io le tracce su quell’intrigato crocevia di sentieri di volpi affamate e di pernici; di lepri e di nervosi mustelidi. Mi butto con uno scatto da predatore su un gruppetto di quaglie guardinghe, che subito decollano con il loro volo radente e fragoroso. Mi getto sulla neve e la mangio, mentre rido per quello che ho ritrovato, mentre piango per ciò che ho perduto.

Ali vibranti di pallide penne, agili remiganti che ricamano l’aria e mantengono fermo, nel cielo, il rapace: anche il gheppio mi saluta a suo modo, e da lassù mi invita a salire.

Mi rimetto in piedi e tento l’assurdo, la rivincita estrema sull’infermità. Uno slancio e via! Distese di morbide valli, a perdita d’occhio, su un paesaggio che sale, lentamente, verso una cima che più ti avvicini e più si allontana. Enorme altipiano, paura e magia della mia infanzia; ora è solo un giardino, che misuro ad ampie falcate. Corro su depressioni e su dossi, scendo giù per canaloni bui e risalgo di slancio, per impervi declivi, aggrappandomi con le mani nude al terreno, in mezzo alla neve. Dislivelli di centinaia di metri in pochi potenti balzi, in passi saltanti, vigorosi come battiti d’ali del corvo imperiale.

Fa caldo, metto il giaccone nello zaino, mentre il cuore martella le tempie, e riparto. Tra macchie sperdute di faggi, dietro a irsute tribù di cinghiali.

Adesso il dirupo non è più un desiderio. Mi scorgo sul salto maestoso di roccia, e provo un sano, istintivo ribrezzo. Centinaia di metri di parete spigolosa popolata da un bosco inviolato di conifere protese, come acroteri, fra superbe guglie, nella immobile maestà di una cattedrale assorta. La parete opposta attraversa così limpidamente l’atmosfera, che sembra possibile allungare la mano e appoggiarvisi, per riprendere fiato dall’emozione prodotta da quella spaventosa vertigine, di aria sospesa.

Spesso vado con il pensiero ai miei antenati, e procedo poi con la mente oltre la generazione dei nonni e poi oltre quella dei loro genitori e oltre ancora, fino a valicare gli eoni. Arrivo così alle oscure origini della vita, che cominciò a brulicare tenace nel mare caldo della genesi, forse quattro miliardi di anni fa. Ora posso dire che se non ho ceduto, è stato anche per la consapevolezza della lunga catena di vite a cui debbo la mia.

“Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini.” [7]

Primavera. “Poi, piano piano, il tempo è tornato al suo posto e, finalmente, dall’interminabile notte sono spuntati i giorni. Di nuovo la luce ha brillato nel buio sotto la porta, di nuovo l’alba si è fatta aspettare, allontanando i tentativi della morte. Mi sono accorto di continuare ad esistere e il mondo ha ripreso il suo assetto.”[8]

Queste parole le ho ripetute fra me, continuamente, in tutti gli anni di malattia, per ricordarmi sempre di quello che mi avrebbe aspettato se avessi saputo resistere. Hanno un suono dolcissimo. Ma credo che solo chi è stato in fin di vita lo possa apprezzare in pieno. È dolce come le giornate passate a casa, tanti anni fa, dopo la febbre; quando, pur sentendomi ormai bene, avevo il diritto di saltare la scuola e di avere tutte le attenzioni per me. Hanno il sapore del cibo di quei giorni: il riso in bianco con olio e tanto parmigiano, le spremute con tre cucchiaini di zucchero. Sono come quelle mattinate luminose trascorse in pigiama e calzini, nella mia cameretta ordinata e colorata, investita dal sole. Tenere come la voce della mamma che adesso canta, in cucina; mentre attendo, sotto un piumone variopinto, che venga a controllare il termometro.

Dolci parole, come la convalescenza. Quella tenace speranza che vibra sui letti di morte. L’argomento preferito nelle conversazioni con papà, quando si ammalò.

– Passeggeremo insieme sulla strada che sale verso le centrali eoliche. Ma dovrai andare piano, Paolo, perché all’inizio per me sarà dura.

– Non ti preoccupare papà, ti appoggerai al mio braccio e io ti aspetterò.

– Sì, ci fermeremo tra le betulle bianche, in quel bosco sospeso, silenzioso raduno di esili anime albine, a contare le macchie senili della loro pelle candida; a cercare il numero esatto delle lingue…

– Delle lingue di fuoco delle loro foglie guizzanti.

– Già. Poi riprenderemo il cammino, adattando i nostri passi alle soste ritmate…

– Alle soste ritmate del volo radente dell’upupa, che affianca i passanti e si affanna a distrarli, aprendo e chiudendo la corona regale di penne, ad allontanarli dal ricovero caldo della sua dolce progenie, dal nido che, se ti ricordi, non trovammo mai.

– Sì, e ancora mi lascerai riposare fra le felci, a respirare il fantasma dell’atmosfera antica del Carbonifero, quando queste magnifiche piante, lo sai, ricoprirono un mondo nel quale rettili primitivi…

– Nel quale i rettili più primitivi erano l’ultima, la più avanzata scoperta, del nostro Creatore. Sì, sfioreremo le fronde del verde più tenero e intenso, e faremo scorrere fra le dita i soffici sporangi, pallide vedette di quel piccolo mondo dimenticato. E mentre le mani si vestiranno di un morbido velo di spore, ascolteremo il sussurro dell’acqua che stilla, da sempre, attraverso le pareti calcaree di grotte ombrose; ed aggiunge dettagli alle rughe della roccia, all’infinito, come un artista ossessivo.

– Già, e poi, un po’ alla volta, migliorerò. E allora ti verrò dietro anche nelle tue gite in bicicletta. Il tempo che avrei dovuto dedicarti in passato, lo vivremo insieme così.

Mio padre aveva uno sguardo sognante, quando parlava di quello che avremmo fatto insieme, e malinconico. Triste, per la consapevolezza che si trattava solo di sogni impossibili, di fantasie destinate a morire con lui, di lì a poco.

Era terribilmente serio, invece, quando mi disse: “Una cosa fondamentale vorrei farti capire, ascolta. Vedi, il difetto principale degli uomini è che essi tendono sempre a lasciare qualche cosa di incompiuto, che rinviano sempre dei nodi importanti della propria esistenza a un futuro che elude il calendario. Io stesso ho pensato così, ahimé, mille volte, in passato. Tu però ascoltami: affrettati a vivere, Paolo, e considera ogni giorno come un’intera esistenza. Quello che voglio dirti è che devi vivere ogni singolo giorno con tutto l’impegno di cui sei capace.”

“Perché considera che il momento presente è non solo il prodotto di tutti i sacrifici della tua vita, ma anche di quelli di tutte le infinite generazioni passate che quella vita l’hanno tramandata sino a te. Vivendo distrattamente il presente tu vanifichi ciascun respiro di ogni esistenza che ha trasmesso il suo seme sino a te; dall’oscura giovinezza di questo nostro incantevole pianeta, fino ad oggi.”

“Vivi dunque intensamente, ma in modo sereno. Perché vedi, il peggio che può capitarci è di perdere la vita; ma quella, in fondo, è persa già in partenza, quando nasciamo. E’ un bene comunque fugace.”

Queste parole ebbi modo di rimuginarle a lungo, mentre attendevo che mio padre morisse, nei giorni che seguirono la sue perdita di coscienza; nel corso di tutto quel tempo, che mi sembrò infinito, tra la sua ultima emissione vocale e la sua ultima emissione di fiato.

Già, perché poi, contro ogni pronostico dei medici, quel testardo volle dare un’ultima dimostrazione di forza. Non bastò la rottura di un grosso vaso sanguigno nel ventre, né la massa spropositata del suo carcinoma, e nemmeno la composizione tossica del suo sangue, prodotto di organi completamente fuori controllo, a ucciderlo. Ci volle il tempo, i giorni, a stroncarlo; là dove i medici avevano previsto solo poche ore.

Perse coscienza un mattino, quello successivo alla notte dell’emorragia interna, ma sopravvisse a lungo, offrendomi uno spettacolo lacerante, aprendo, nella sensibilità vibrante e delicata del ragazzino che ero allora, ferite lancinanti, mai più richiuse; donandomi, con la sua morte, una lezione tanto importante quanto l’esempio dell’intera sua vita.

Anche adesso, dopo tanti anni, le smorfie mute del suo viso stravolto, le contrazioni violente delle mani amate e delle braccia, coperte, alla fine, solo di vene e di tendini, mi fanno stringere i denti; come allora, quando vegliavo al suo fianco e tentavo, disperatamente, di tenere al suo posto l’ago della flebo, come se fosse ancora importante, come se potesse servire ancora a qualcosa, acqua e sale, a un corpo devastato.

Mi chiedo cosa volesse dimostrare, e a chi, con quella resistenza a oltranza, con quella lotta inutile, quando tutto era perduto. E conosco la risposta. Cosa sarei io, oggi, se non avessi visto quanto impegno e serietà quell’uomo volle mettere nel morire?

E per morire ce ne volle. Mio Dio! La sua  vita non finiva mai, non moriva mai, non si arrendeva. Perché? Che senso aveva a quel punto tanta testardaggine? Certo, per sé non c’era più motivo di combattere, questo lo sapeva; tuttavia era consapevole che sarebbe stato utile per me vederlo farsi massacrare a quel modo. E in effetti mi è servito perché capissi, attraverso l’esempio concreto, il senso delle sue parole. E allora il suo sforzo, alla fine, è stato prezioso: mi ha salvato la vita.

Sapeva che avrei dovuto fare anch’io i conti, prima o poi, con una creatura dell’Inferno, e mi volle indicare la strada, l’unica, attraverso la quale gli uomini possono pensare di cavarsela in queste circostanze: l’impegno e l’ostinazione estremi, spinti al parossismo, anche quando tutto pare perduto.

La sera, all’ospedale, sedevo affianco al suo letto, a parlare; sottovoce, per non disturbare gli altri ospiti di quella stanza. Me li ricordo ancora: Giulio, e la sua ulcera affamata di biscotti; Andrea, novantenne che da solo, nonostante i polmoni malati, aveva più energia di tutti gli altri messi assieme; Sergio, che stava morendo di cancro e non faceva altro che raccontare episodi passati della sua vita; e il vecchietto allettato, all’angolo, che ripeteva continuamente l’unica parola che ormai ricordava: Infermiera! Voce disperata, ma forte, tenace riflesso condizionato di un neonato, vegliardo; chiusura del cerchio di un’esistenza. Infermiera! Infermiera! La voce con cui chiamò, la prima volta, la madre.

E mio padre, con la morte sul viso e la vita nel cuore. “Vedrai Paolo, se Dio vuole, la convalescenza sarà un ritorno dolce, a voi. Ma ora tu vai. Vedi che hanno già spento le luci? Vai a dormire. Ci vediamo domani.”

Corridoio buio, stanze ancora più buie. Mi faccio aprire la porta del reparto, saluto il capo sala e scappo da quell’orrore.

Sollievo e colpa. Mi lascio con sollievo alle spalle la vista insostenibile di papà, devastato; e mi sento colpevole di abbandonarlo lì, da solo, in quello stato, a vegliare tutta la notte. Da solo, a tirare le somme con la sua vita, a trattare con la morte, accettando sofferenze indicibili per qualche giorno in più di lucidità, per qualche ora in più da passare con noi.

Per lui ho saputo solo pregare, fino alla fine, e anche, irragionevolmente, dopo la fine. Se Dio vuole può tutto, mi disse una volta mio padre stesso, quando ancora non gli arrivavo alla cintola. E io vissi, in quei giorni, masticando solo queste parole; giungendo appassionatamente le mani, tanto forte da farmi del male, tanto a lungo da perdere il sonno. Proponendo la mia stessa salute, in cambio della sua.

Tanti anni dopo, per me, non ho saputo pregare. Forse, però, sono bastate le suppliche di allora e, forse, la mia guarigione ripara, in parte, la morte di mio padre.

Solo adesso dunque mi è chiaro cosa cantassero veramente i lampioni, nelle notti della mia malattia: “Ogni generazione ha avuto la sua guerra, un demone da affrontare. Così fu per tuo padre, e per i tuoi nonni prima di lui.”

“Tutti disperarono di tornare; tutti sono tornati più grandi. Così sarà anche per te. Non morirai in questa guerra, ritornerai.”


[1] Si tratta di un insetto affusolato rivestito di squame argentee e sprovvisto di ali. Vive in ambiente domestico e si ciba di materiali amidacei, come suggerisce anche il suo nome scientifico Lepisma Saccharina.

[2] E’ un tipico vaticinio che la Sibilla rilasciava ai soldati in partenza per una campagna militare. Naturalmente il suo significato può essere fausto, se si fa una pausa prima del ‘non’, infausto se la pausa la si fa cadere dopo. Pronunciata senza pause tuttavia questa frase poteva essere interpretata in un senso o nell’altro dal soldato, a seconda del suo stato d’animo. Essa è riportata nel Chronicon di Alberico delle Tre Fontane nella forma più completa “Ibis redibis non morieris in bello”.

[3] William Hope Hodgson, La casa sull’abisso

[4] Virgilio, Eneide, libro VI, versi 370-372. Sono le parole con le quali la Sibilla di Cuma esorta Enea a seguirlo attraverso l’ingresso del regno dei morti.

[5] Omero, Iliade, libro VI, versi 614-624.  Ettore incontra la moglie Andromaca ed il figlio Astianatte alle Porte Scee, prima dello scontro con Achille, nel quale resterà ucciso. Questa è la celebre traduzione di Vincenzo Monti.

[6] Edgar Allan Poe, William Wilson

[7] Lo dice Mnemosine a Esiodo, nel dialogo “Le muse” da “Dialoghi con Leucò”, di Cesare Pavese. Questa citazione l’ho aggiunta solo ora che ho pubblicato questi frammeni del mio racconto.

[8] François Jacob, La statua interiore