“quare habe tibi quidquid hoc libelli”

Caio Valerio Catullo

Le mie poesie, per lo più in ordine cronologico, dalla adolescenza a oggi. Forse due sono riuscite per metà. Ho trovato stupito degli endecasillabi, involontari come le espressioni del papà che ci sorprendono allo specchio, quando abbiamo la sua età. Ma per lo più la matrice è quella indicata da una delle poesie stesse, che dice:

prospera la poesia

su questa ambiguità affastella

più significati su un significante

togliendo le virgole

spezzando il discorso

il volo di una farfalla

che va da una parte

ma poi ci ripensa

Prima di partire (primavera 1995) 

Caro ippocastano, oggi come sempre
se lo sguardo dai miei studi levo
a te li volgo e penso: ippocastano,
vero non è che uguali tutte le piante
sono perch'io le fronde tue fra tante  
più care, le avrei riconosciute.

Caro ippocastano, oggi verdi e fresche
le tue foglie sono, e i germogli 
di primavera sanno e sussurrano
ma dimmi se non ricordi l’inverno! 
Insieme l’uno e l'altro accanto
abbiamo pianto, o forse ho pianto io
perché tu composto l’hai provato.

Ma sapevi che par morte ciò ch'è sonno
perché quando a punzecchiare cincia
riprese leggermente, come sempre 
quest’anno i rami ho visto rinverdire.
Talora guardo alla finestra e noto 
compiaciuto il tuo risveglio, ippocastano 
ma tu sai come vanno le umane cose!

Assieme l’uno all’altro accanto 
abbiamo vissuto, ma non ho radici 
e a cambiar dimora sono costretto.
Qualora giù dal basso una carezza
sentirai, piangi caro ippocastano
perché io piangendo me ne vado.
La trattoria (primavera 1996)

Voci miste
posate incrociate
come campanelli bicchieri
tintinnio che al brusio s’assomma
musica al nascer si confonde
e talora risa sguaiate e forti
da esso emergono improvvise.
Bottiglie disposte in file
riflettono numerose luci
dietro le vetrine.

Il cameriere rapido
corre tra tovaglie bianche
e bianchi tovaglioli
salvietta sulle spalle
sempre col sorriso.

Ma laggiù quell’uomo
è sordo perso
nel fondo smosso
di un bicchiere.
Il gufo (11 giugno 1996, ore 15:38)

Il gufo volge teso i suoi languidi lumi.
Bagliori penetrano le tenebre
e nel bosco indietreggia la notte.
Aspetta, raccolto nel folto
col fiato sospeso.
Ma si apre ormai l’occhio
sulle valli incantate.
Fruscio improvviso rompe per primo il silenzio.
Il ramo, scosso, ondeggia.

Eco di pianto lontano.
E’ solo il giorno
che si rinnova.
Il gufo (18 giugno 1996, ore 21:06)

Prima del primo vagito dalla culla
del primo ronzare d'api per le valli
dell'acuto grido del rapace sui dirupi
il fruscio d'ali del gufo è il primo rumore
del mattino. 
Commiato (luglio 1996)

Addio verdi pascoli e colli sinuosi
valli silenziose e austeri picchi
fresche fronde e giocosa fonte,
il sussurrio m'è dolce nell'ora estrema.

Addio carezzevole brezza
che corri lieve tra i fili d'erba
e i miei capelli e dolcemente 
disperdi il filo del discorso.
Ricerca (1° ottobre 1996, ore 1:12)

Tra le coperte del letto avito
nell'incerto lume del mattino
o tra le ariose stanze
della paterna casa;
fra le ombre e gli echi del focolare
o tra le gioie e i drammi del mercatino;
nella folla scomposta
o nelle notturne strade cittadine;
fra le nostre valli silenziose
e i venti discreti sulle romite vette;
o tra le fulgide stelle delle notti d’estate
io ti cercherò, papà.

O tra le pallide pietre del cimitero.
In auto (22 ottobre 1996)

Ruggiva riottoso il giorno morente
e il mondo stupiva prima del buio.
Iroso, i monti ammoniva e nel cielo 
sperdeva le pavide nubi e già
incalzavano lontano da oriente
fulgidi astri che spegnevano il fuoco.

Forte batteva il mio cuore
e rapida l'auto correva.
E tu padre mio, che sorridevi
e guardando lontano dicevi:
Andiamo verso il sole!

Ovunque ti avrei seguito, papà
ma sei partito da solo.
L'uomo sulla montagna (autunno 1996)

C'è un uomo sulla montagna,
fra l'erba rugiadosa striscia
l'ultima notte
e in fondo alle valli scivola.

C'è un uomo sulla montagna,
nelle nubi basse, fra le valli, 
ascolta la terra madida,
i dirupi assorti.

Ombra fra i vapori,
miraggio del mattino.
A volte vado a trovarlo,
piangiamo insieme 
il nostro destino.
Spettro (1997)

Stendono gli ampi artigli
le tenebre predatrici.
Foschi monti osservano,
perversi incappucciati.
Affretto i miei passi,
paura mi assale,
terrore di non tornare.
Nubi maligne si insediano scaltre.
Allungo il passo, abbasso lo sguardo,
m'affanno a consumare il sentiero
che quasi scompare.
Alberi neri oscurano l'aria,
stendono i rami, mani insidiose.
Rumori alle spalle mi tormentano,
non oso voltarmi. 
Sussurri tra i cedri,
sghignazzi fra i rovi,
da dietro veloce qualcuni m'insegue.
Accelero il passo, voglio fuggire.
Ma sgomento maggiore m'assale;
m'arresto, il petto tumulta,
un brivido forte mi scuote:
sospesa davanti un'ombra mi sta;
immobile, gobba, avvolta
in un nero sudario m'indaga.
Assorta mi sfida.

"Vegliardo o demonio che sia,
spettro maledetto, vattene via!"

Le gambe mi portano salvo oltre il colle,
intanto il corvo, sonnolento, scuote le ali
e in cerca di un più tranquillo ramo vola. 
Ninna nanna (1997)

Dormi piccolo tesoro
che vien la notte dolce 
dalle stelle d'oro,
(ma altrove ancora alto è il sole).

Dormi piccolo tesoro
che la mamma ti protegge
accarezzando i tuoi riccioli d'oro,
(ma la fame ghermisce altrove piccole prede).

Dormi piccolo tesoro
che il morbido guanciale il capo regge
e sogna del felice bambino d'oro,
(ma il gelo accarezza altrove deboli corpi).

Dormi piccolo tesoro,
alza il lembo sulle rosee guance,
chiudi gli occhi al dolce coro
che passa la morte
ed altrove le sue mani cala.
Anime (15 gennaio 1999)

Il sole taglia lo sguardo
liquida sfera,
il pozzo si stringe sorpreso.
Fluttering,
si danno e no 
le remiganti al barbaglio,
è solo un attimo.
Il picco schernito?
Quello è il ricordo
anche per noi.
Vedi?
Non stanno sospese 
a guardarci. 
Caprioletto curioso (inverno 1999)

Caprioletto curioso
tormento delle rupi
vecchi induriti
degli anfratti scontrosi.

Ombra soffusa, verde cupo.
In vivide macchie
la luce indaga
i tessuti di una foglia novella,
nel ronzare di un'ape si sfrangia,
lampeggia un istante
nella liquidità dell'iride.

Ora ti vedo sereno al lavoro, papà
tu grande
io piccolo, al cospetto.
"Mamma mi ha chiesto il timo!"
Meditato il rimprovero
in una smorfia si scioglie, in un sorriso.

Ti stendo Paoletto
tra le piume di quei giorni.
Esterrefatto, lancinante
vi bacio nel sogno
voi tre.
Quadro del bisnonno Pietro (inverno 2000)

Riflessi sul fondo
di uno specchio d'acqua
o flusso sotterraneo
di sangue
quel morbidissimo panneggio
annebbiato dal lutto.

Tante dita sottili
gettate affrante su quel capo
i capelli.

Testimonia indiscutibilmente
una esistenza
quel volto.
Malattia (aprile 2003)

Guardando il soffitto
stillano lente le ore,
come l’ultimo sangue
di una gola recisa.

Respingo e accarezzo
le lusinghe continue
di una penna lucente,
un coltello.

Sfogo a volte
per strada di notte
l’angoscia immobile
del giorno.

Interrogo la sera i lampioni.
Carezzandomi con pallida luce
mesti mi dicono
‘non guarirai’.

Con un lumicino di speranza
sempre disattesa
sopporto la vita
tra una visita e l’altra.

Invano il male esorcizzo
con formule arcane,
i nomi misteriosi
delle medicine.

Sfoglio i giorni
a centinaia,
come pagine insignificanti
di un’agenda
senza memorie.
Convalescenza (aprile 2003)

Malati e inconsistenti tepori
poi inverno di nuovo
per giorni.
Ogni anno una lotta
in sordina.

Così la salute per me.
Solo tardi ho voluto capire
che un succo dolcissimo
mi era concesso.

Le lucertole mi insegnano ora.
Quelle vecchie
che conoscono il gioco
e quelle novelle
sbocciate l’estate.

Da campi nascosti
bevo avido il primo sole,
sulle rocce mi riposo
placido e stanco
come un anziano.
Incredulo ammiro i colori
del mondo ritrovato.
Alberi (4 novembre 2004)

Quanti autunni sono venuti
con il loro fresco tonificante
a darmi sollievo?
Cosa resta dei cieli d'autunno,
dello scricchiolare sotto i piedi
delle lacrime brune dei platani?
Degli acquazzoni che gridano
che l'estate è finita,
del tempo vissuto
con i miei genitori
cosa mi resta?

Conservo forse le parole di mio padre
quando lo seguivo, lupetto curioso,
nel buio sottobosco della villa?
Un istante vivo di quei giorni
non mi rimane.

Ho scoperto cosa c’è negli alberi
che ci affascina.
Loro sono i nostri morti
che  quietano i cuori
con il coro delle voci
dei mille rami dei mille anni
della nuova vita nutrita 
dalle vite dei mille padri,
delle madri,
dei mille figli e sposi
per i cuori smarriti
che stillano lacrime
per le cose che ogni giorno
ci scorrono fra le dita.                                     
L'uomo di neanderthal (4 dicembre 2004)

Forte, buono
ora anche bello
il neandertaliano
per i paleoantropologi.

Scienziati canuti
invecchiati in un museo
a fissare le orbite vuote
degli antenati
ritrovano pallide luci dell’adolescenza
sogni di esplorazioni
e di scoperte.

Emerge un ricordo tenero
il padre che da tanti anni
non rientra più a casa
dopo  il lavoro
e sono di nuovo bambini.

Come fare a parlare
dell’uomo che più hanno amato
dell’uomo migliore del mondo
senza piangere
senza dare sospetti?

Caro neandertaliano
hai conquistato le terre fredde
della mia mente.
Sei il pensiero più bello
e pulito
che abbia mai avuto.
La mamma (20 aprile 2005, ore 22:15)

Un volto più caro
più noto del tuo
c’è stato mai?
Occhi più dolci
corpo più caldo
braccia più forti
per stringermi
le ho mai conosciute?

Sciogliere nell’acqua
i colori del tuo viso
come il pigmento
come ho potuto?
Dimenticarti per sempre
scomporre
i tuoi lineamenti
confonderli come nei puzzle
di quando ero piccino
perché?

Ti ho fatto morire
anche nel ricordo
per non dover soffrire.
Viaggio impossibile (2006)

Contro le correnti del Tempo
maestose
severe mi scuotono
ma cedono gli eoni

paurosamente incombono
i divieti infrangibili
a stento schivo
i no imperiosi
lambendo con un brivido
le vallate sospese
delle paure congenite
risalgo con sforzo le Leggi
trepidante mi godo
il silenzio attonito

forse sarò il primo
schianterò
tra un battito e l’altro
il divieto ineluttabile
scivolerò oltre
su una sospesa vertigine

e ti rivedrò.
Paleoantropologo (19 maggio 2007)

Una vita invecchiata
dietro le ossa
a far combaciare frammenti
di volti sottratti alla pietra
che ne chiuse le gole
quando era terra

comporre e scomporre
con dita veloci
di giovane uomo
misurare e descrivere
con la sicurezza dell’uomo maturo
lasciando infinite stagioni
oltre la finestra
dietro le spalle

per ritrovare poi vivo
solo alla fine
nel riflesso di un vetro
il viso tanto cercato

quello del padre
che da una sera
di tanti anni prima
non rientra più a casa
dopo il lavoro.
Genesi 3,14 (17 dicembre 2009)

Eva amata candida figlia
e tu Adamo dolce speranza
ascoltate

nel tempo prima dei tempi
prima che foste anche solo pensiero
quando tutto abitava in me solo
prima di Eden e degli altri infiniti giardini
che vi ho riservato oltre la cortina cangiante del cielo
prima di tutto volli svelare
della gioia il volto segreto
non per me
ma per dare alla luce creature
che mi fossero grate di respirare

trarle dal Nulla non posso
pensavo
se poi non sapessi farle felici

tenere fronti dolci capi
il vostro intelletto l’anima vostra può prosperare
oppure appassire e languire
a voi sta stimolarli
io vi spiegherò come

sapete dirmi perché gli uccelli sanno librarsi
mentre le stelle cadono giù?
Eva coraggio! Adamo dimmelo tu
non lo sapete lo so
ho voluto così
dovrete scoprire ogni cosa
e nel farlo la mente incerta si accrescerà
con fatica senz'altro ma con somma soddisfazione
avrete il potere ma lo dovrete strappare
perché ho previsto una legge per ogni cosa
le ho scritte in filo d’argento e poi le ho nascoste
perché le cerchiate

il potere strappato camminando sul ventre
mangiando la polvere ogni giorno
è l’unico di cui si possa godere
questo è il segreto di una vita felice

ma attenti!
non dovrete mai languire!
il sonno vi trovi operosi
poiché nel morire da vivi non c’è nulla di male
piccoli miei
l’unica sventura
che in questo mio mondo dovrete evitare
è che viviate da morti.
Nessun messaggio nuovo (2009)

Trecento milligrammi
quattrocento, o niente.
Polvere fine
in capsule d’ostia
o gocce benedette
di fiale ambrate.
Mi affido al pantheon
della farmacopea:
Risperidone padre celeste
Sertralina sua sposa
Trazodone dio dei mari…

Assidua presenza
l’ostinazione del cellulare
e del computer
senza nessun messaggio nuovo.
E la speranza frustrata
di mordere i soccorritori
come un animale ferito.

Le tracce non ritrovo
in questa stanza
della guerra
tra la rabbia e l’impotenza.
Il cranio ne è il teatro
mille e quattrocento grammi
di cervello sfibrato
le rovine.

Tutto quello che rimane
adesso
è il desiderio di rivivere
un giorno
da essere umano.
Come quando
da bambino
ogni giorno
era una vita intera.
Oggi (13 ottobre 2010)

Generazioni nascono e muoiono
e a restare di noi
sono solo atomi
di azoto e carbonio dispersi
nei sussurri anonimi
delle piante e del vento
nel gorgoglio delle acque
le voci di miliardi di anime
senza memoria.

Il passato fluisce
in un pozzo che non c’è
il futuro non ci appartiene
e per morire ce ne vuole
di pazienza più di quanta
se ne abbia avuta mai
per vivere e di denti
da stringere
per chi resta.

E allora dillo adesso
che gli vuoi bene
e non risparmiare le forze:
la vita non può essere
un’abitudine
perché oggi
è tutta la nostra vita.
Oggi
Senza vagiti (2 novembre 2010)

Quello che ho trovato
oltre la porta non eri
più tu
tu non eri
già più
familiare
e completamente alieno

dimentico ogni volta
ma busso e aspetto
davanti a quella porta
sono morto
e sono nato
allucinato
attonito un neonato
già adulto
senza vagiti

ma dove sono?
nella mia città?
e dove altro

adesso sono
veramente solo
con la tua giacca
di fronte all’Inverno.
Sindone (14 novembre 2010)

Quanta sofferenza
il flagello e le percosse
e quanto è dura a morire
sulla croce

questo ti hanno fatto
gli uomini
ma in fondo te la sei cavata
con poco in poche ore
te la sei cavata

noi uomini non siamo
così fortunati
malattie bizzarre e crudeli
giovani menti perdute
nella psicosi
e bambini sepolti
dai capricci della terra

questo ci fanno
le divinità
e mille stigmate
sono solo dei graffi
qualche miracolo
un’ingiustizia

non è che una goccia
la tua sofferenza
una voce
in miliardi di grida.
Lacrime (7 dicembre 2010)

Tra le circonvoluzioni
di quel velluto morbido
che diciamo tuttavia
corteccia
il tessuto deve aver ceduto

o più giù nella trama
impossibile di dendriti
che ci piace chiamare
cuore
di rami e di radici
come frattali
qualcosa si è spezzato

Forse nel nucleo antico
il tronco encefalico
deve essersi incrinato

perché dalle sorgenti nascoste
non nascono più
le lacrime.
Sepolcri imbiancati (7 dicembre 2010)

È caduto l’ultimo velo
e fisso attonito il vuoto
oltre l’ostinata finzione
delle chiacchiere sul tempo e la partita
il nuovo romanzo
di cui non si vede il bisogno
i pettegolezzi e le mode
i vuoti rituali dei sacerdoti
tutto quello che fate per non vedere
la futilità degli scopi la fragilità
della vita

i giocattoli degli adulti
sepolcri imbiancati le auto e le case
gli indumenti più scomodi che utili
e l’affanno per le cose da sfoggiare
per i piaceri di cui non abbiamo bisogno

tutto per scordare
ciò che già sapevamo
perché hanno ragione
i bambini e anche io
ho di nuovo paura
del buio.
Sepolcri imbiancati
Tempo (8 dicembre 2010)

Si ferma il tempo
per tutto il tempo che vorrò
sono solo
un bisbiglio tutte le voci
del mondo e il mondo
non corre più sul suo filo di seta

una biglia colorata
su una pista di giganti
ma anche una macina grave
sul suo asse che macina
i giorni oltre i millenni
per millenni
migliaia di vite a ogni giro
da sempre e per sempre
perché?

si ferma il roteare delle stelle
per tutto il tempo che vorrò
sono solo sulla strada
che non ritrovo
casa
con il moto della terra
e del sole e della nostra galassia
non siamo più nelle regioni dove siamo
nati
per il roteare delle stelle
rispetto a cosa?

pensiamo di restare
fermi sotto una quercia
e non è vero
schizziamo nel nulla
senza sentirlo
perché il moto è inerziale
e questo ci inganna

si ferma il tempo in questa stanza
siamo soli
per tutto il tempo che vorrai
il giorno e la notte uguali
con il respiro sospeso
la neve non si scioglie
al sole.
Tempo
Primati (9 dicembre 2010)

Lo volete sapere?
siete primati
con l’abitudine curiosa
di indossare vestiti
sì!
di scimmiottare gli dèi
fatti come voi
da voi
perché fosse più facile
già!
quel vegliardo che è in ogni cultura
e quell’Apollo di trent’anni
al quale cambiate sempre il nome
e la mamma
che ancora vi allatta

ma poi perché
li invocate
quando vi ammazzate a vicenda?
con il metallo
la combustione
o i giocattoli atomici
che vi sembrano chissà cosa
simboli fallici
di maschi aggressivi
più dei gorilla
che fanno un gran chiasso
ma sono buoni

non vi vedete?
camuffati
col doppio petto
e lo smartphone
ma con le scarpe di pelle
ancora le pelli indossate
delle vostre prede
travestiti da dèi vi distinguete da chi?
dai primati?
non credo

sapete cosa?
Dio è il maschio alfa
e lo venerate
lì siete rimasti
e se qualcuno lo nota
gli fate il grugno.
Primati
Disegni (15 dicembre 2010)

Una notte si fermerà la sveglia
e per me sarà finita
una foglia vive solo un’estate
e nessuno la ricorda
nel lavorio dei batteri
divide con la neve la stessa sorte

e allora verso le lacrime
in una bottiglia
e tutti i battiti del cuore
li affido al mare 
i miei quattro disegni senza valore

è come una magia
la luce dello scanner
e in un lampo sono cifre i miei pensieri 
uno e zero
la solitudine e il nulla
bit
il canto di una cincia
fra olmi e  faggi di nessuno
nel bosco che valica gli eoni

e se fra mille orbite 
o mille volte mille dei cicli 
che ci sopravvivono da sempre
un archeologo saprà ricomporre
una sola sequenza
di numeri binari
allora tra le pagine di un libro
una foglia si sarà salvata.
Disegni
Lascaux (16 dicembre 2010)

Lo immagino su una roccia
seduto con il mento in un palmo
per cento e più dei secoli
della nostra storia

immagino che si sia commosso
il Tempo per una volta
nelle stanze intime della terra
ha fermato i giorni a quel giorno
che l’ultimo dei pittori
lasciò un disegno
e portò via i suoi colori

sono ancora lì i cervi megaceri
non si sono estinti i mammut
in quelle grotte
un fiume perduto si è conservato
ecco, lo guada un gruppo di renne
per sempre
e l’altra sponda non arriva mai

immaginate che mi sia commosso
seduto con il mento in un palmo
sulla riva di quel fiume
il mondo non si è perduto

la terra ha chiuso da tempo gli occhi
di quegli uomini
ed è diventata pietra
eppure ho visto l’ultimo dei pittori
guardare il suo lavoro
seduto con il mento in un palmo
è ancora lì
e diecimila anni fa
non ha portato via i suoi colori.
Lascaux
Autunno (25 dicembre 2010)

Avevo vent’anni
sulla cima di quella parabola
un acrobata incosciente
come quando da bambino
seguivo nostro padre in cantiere
troppo felice
per guardare in basso
così veloce il pensiero
da non poter stare fermo
troppo bello il cielo d’Autunno
per rinunciare a toccarlo
tardi
per non cadere

avevo vent’anni
e ne ho avuti cento
precipitare è così facile
è così bello lontano
dal cielo
un angelo triste mi ha vegliato
senza parole senza apparire
nella selva di Dante
c’ero davvero
tra le conifere immobile
in attesa che indietreggiasse la notte
hai fatto più tu di tanti abbracci di carta
hai detto di più di tanti saggi a noleggio

essere non apparire
hai lasciato su un faggio
perché lo trovassi
quando non ho trovato che un corpo
quando fosti sicuro
che avessi ritrovato me stesso

tardi per volerti bene
poco due versi
per la tua vita
troppi danni per riparare
troppo grave da concepire
fuori da questa selva abusata
ogni stella sarà appannata per sempre.
Libri (9 gennaio 2011)

Chiusi
come le donne dei soldati
aspettano monoliti austeri
lontani
come i ritratti degli antenati
mi osservano da anni
esercito di statue
foglie
di vecchi sogni dispersi
sui tavoli corpi
di un’antica battaglia
quando tutto sembrava possibile
con il potere dei libri
bastava volere
governano il mondo
le equazioni differenziali

volavano le pagine
al vento dei vent’anni
la notte solo una candela
e l’immobilità d’un geco
e posso dire senz’altro
di aver vissuto per sempre
al vento dei vent’anni
disperderei i miei trenta
per un altro giorno per sempre

aspettano come la donna
del soldato un crociato
che non torna
e Penelope forse
questa volta
ha chiuso l’ultimo nodo

per favore cercate
un geco e una candela
un ragazzo bizzarro
sotto un cappuccio
un piumino troppo corto
guardate la manica destra
se è rammendata
ditegli che ancora lo aspetto
da anni
non ho chiuso l’ultimo nodo.
Mattino (13 gennaio 2011)

come una minaccia
l’anima diafana
che preme da fuori
in attesa di qualcosa che non voglio

all’afelio di una lontanissima orbita
prima
mi scopro in una stanza
ora
emergono i libri affiancati sulle mensole
statue marziali
di qualche antico ordine
di cavalieri severi
maestri
infallibili e disumani
montagne senza vetta

il mattino convalescente
cerca i colori della salute
chiede
di essere vissuto
chiudo
gli occhi e mi rannicchio
c’è ancora tempo
non si incarna
il giorno è ancora solo
un presagio
Unità di misura (09 gennaio 2011)

Prima della sveglia
quando la veglia
incalza gli ultimi sogni
e la memoria li rifiuta
questa mattina
si fa avanti una nube confusa
delle voci che ricordano qualcosa
visi famigliari che ho visto
ma dove?

il popolo delle unità di misura
moltitudine incerta
di profughi dispersi

il joule e l’erg si guardavano affranti
indecisi se abbracciarsi o no
incapaci di ricordare
il rapporto che li legava
il loro coefficiente di conversione

invano il tesla
cercava di afferrare il secondo
che schizzava sconvolto
mentre il volt teneva stretto l’ohm
che offriva resistenza con tutte le forze

e se il cavallo vapore provava disperatamente
a disarcionare il watt
il corpulento chilogrammo peso
subiva in silenzio
l’aggressione verbale del newton e la dina

ho visto poi il bar e il pascal
vagare disperati sulle tracce del torricelli
e la mole arrancare
dietro la nazione vociante delle costanti fisiche
numeri senza nome e senza misura
popolo di terremotati che cerca le proprie case
dopo il cataclisma.

Sarà capitato anche a voi
di cercare le mattine di pioggia
in aula nella memoria
quante giornate
le illustrazioni dei libri di storia
le penne a sfera e i raccoglitori ad anelli
i compiti in classe
quanti temi e quanti esercizi
più importanti del resto del mondo
tutto il mondo allora
quanto poco adesso.
Punto e virgola (11 gennaio 2011)

ibis redibis
non
morieris in bello

una virgola
è tutto la differenza
fra vita e morte
condanna o speranza
basta un segno
a cancellare i sogni
ma se il destino è in versi
ciascuno legge
il futuro che vuole

prospera la poesia
su questa ambiguità affastella
più significati su un significante
togliendo le virgole
spezzando il discorso
il volo di una farfalla
che va da una parte
ma poi ci ripensa
traccia più direzioni
e le lascia lì
ognuno raccoglie
quella che vuole.
Infanzia (1 aprile 2011)

Ricordo i miei amici
come erano allora
i bambini che sono stati
quando restammo
sulla soglia dell’adolescenza
con il viso rivolto indietro
segnato dalla terra e dal sole

giornate di caccia alle rane
boccate di vento in bicicletta
sgridate per il ritardo alla cena
per le scarpe rovinate
pedalate memorabili
camere d’aria bucate
graffi e ginocchia sbucciate
micetti e ciotoline di latte

viaggi epici ai confini del mondo
assaggio precoce di libertà
a un passo da casa
inebriati e spaventati scoprimmo
l’abisso di un mondo più vasto
lontano da mamma e papà

mi rivedo perso con loro
tra colonne di pioppi sotto le volte
dell’albero che si dice del sole
tirato dai rovi marcato
dal succo acre delle graminacee ferite
eccoci persi in un passo favoloso
cimitero di megaliti assorti
pelle di muschio e rughe cadenti
fondali induriti di un mare scomparso
in sudari tessuti
con un popolo morto di simbionti
le infinite anime calcaree dei bivalvi
molluschi addormentati dai vagiti del mondo

naufragammo
in un mare d’erba che arriva alla vita
sulla schiena ripida
di un monte grandioso regno dei venti
mi chiamano
ma turbina l’aria e non li sento
in una distesa pettinata dal vento
si sono disperse le nostre vite.
Agenda (20 luglio 2011)

Nascosto come un topo
rannicchiato
tra vestiti sparsi libri resti
dei tentativi di evasione
dal vuoto
che ovunque tu vada
ti rimette al centro
che razza di gioco

la spada non serve la forza
il nemico è oltre lo specchio
dietro quegli occhi cerchiati
ci sei tu
l’impegno e la volontà
non valgono più
le regole sono diverse qui si cerca
il tesoro
la formula magici infiniti
da ripetere all’infinito
provare aggiungere togliere
cambiare combinare
sperare
disperare

si ferma il tempo sulla strada
sei una lancetta indecisa
apri il fiume di gente
che si richiude e non ti vede
un giocattolo di latta
non può ricaricarsi da solo

si ferma il tempo in questa stanza
resti solo resta
una penna esaurita
sulle pagine di un’agenda
senza memorie.
Agenda
Mente (13 settembre 2011)

Tre compresse al giorno
e ci vediamo tra un mese

di mese in mese e negli anni
dimenticasti com’era
a ritrovarla
senza di lei
non ce l’hai fatta
a rianimarla
con la tecnologia
ne hai confuso le orme

per gli altipiani
di fossili
in Etiopia e tra le formule
dietro al futuro si perse
tra le pagine a settembre
a vent’anni
gli unici giorni
che tu mai abbia vissuto
all’inizio di un libro
chiuso da allora

la luce non viene più
dell’alba
dalle imposte o lo scroscio
dei temporali
lo stesso giorno
da anni deteriorando
ti dicono

ma ti avessero detto che si perde
come i sogni al mattino
oltre lo specchio mille volte
la rivolevi com’era
splendente a vent’anni
dopo un brutto sogno
la tua mente
per sempre.
Oscillazioni

Schianto
di specchi
in costellazioni disperse
di carapaci
di vetro
di blatte
sorprese dalla luce
alla fuga
il pensiero

oppure
ombra mefitica
d’un sauropode stanco
nella camera chiusa
da mesi.
Oscillazioni
Clinica (18 novembre 2011)

Ti trovo meglio

ogni volta
voglio crederci
che io non me ne accorga
ancora
il richiamo del carrello dei farmaci
e tutti in corridoio ammaestrati
rassegnati con i palmi a scodella
condomini muti
ci guardiamo a vicenda
diffidenza
convivenza forzata

reparto chiuso in attesa
richiamo delle chiavi e della porta a vetri
tutti fuori
nel giardino in gabbia
la macchinetta del caffè
un rituale che non stanca
è il sangue di un dio pagano
l’eucaristia che rassicura
acqua e sapore di quotidiano
nero però
succo degli incubi di tutti noi
di chi non uscirà mai
di chi non uscirà più se stesso
diverso qui
qualcosa si è rotto.
Ulisse (18 febbraio 2011)

Si squarcerà lo Spazio
resterà a guardare
il Tempo in un angolo
coprirà il grido con il sudario
muto
fra i grugniti dei Proci
come topi sorpresi
dalla luce fuoco
negli occhi la rabbia di anni
umiliata con le catene
fruste adesso
vortice chiuso in una stanza
troppo a lungo
perché un animale
non diventassi alla fine
per sopravvivere così
un uomo non si può essere questo
non è un uomo.

Getterò il mantello
l’ombra
delle strade notturne
mimetismo dei fantasmi perduti
quanti siamo quanto soli

A terra gli stracci
onda d’urto
mi riconoscerete con un brivido
e sarà tardi.

Troppi anni in gabbia
a leccare le ferite
troppo a lungo da dimenticare
di essere un uomo
avete dimenticato che lo fossi
quello che fui lo avete gettato nella torba
in un giorno
e dalla torba il turbine terribile represso
sarà una tempesta

Un giorno ma non ora
lecco ancora
le ferite le catene
di ferro sono maledette ancora
cerco invano la mattina la chioma
di Sansone
tra i capelli che cadono
scandendo gli anni.
Spazzatura

Affacciato sul mondo disperato
del cassone
nel pattume ho rivisto i pazienti
di una clinica senza dimissioni
popolo perduto
lasciato a invecchiare in un giardino

pannolini lordi amorevoli balie
mante albine
hanno donato il candore
per finire così
in pasto al termovalorizzatore
tutto il loro contributo ora
è il calore
di una combustione veloce

un paio di scarpe malinconiche
usurate e stanche
vecchi tonni spiaggiati
aspettano senza proteste
il prossimo carico
nella massa mefitica
banchetto osceno
dei batteri saprofagi

e questa bicicletta
inghiottita
ha chiesto che provassi
a salvarla le risparmiassi
la sofferenza gratuita
di anni di discarica
non si augura a nessuno

un paio di pedali nuovi
per ricominciare
una spugna per detergere
i brutti sogni e tutti i peccati
sono rimessi adesso
non c’è altro da scontare
lubrificante ai cuscinetti
perché la vita non sia più
solo una salita nessuno merita
di morire da solo.
Luce (dicembre 2011)

Che mondo è?
E che devo fare?

Un atleta consuma da solo
il fabbisogno quotidiano di cibo
di un gruppo di Masai.

Un’auto brucia sull’asfalto
in poche curve
tanta energia
quanta un bue sui campi
ne spende in una vita di lavoro.

E un flacone di crema
di quella per le rughe
costa come una campagna di vaccinazione
per un villaggio remoto
dell’India.

Accendo la televisione
e non ne posso più
di oggetti che non servono
di presentatori ruffiani
di showgirl che stringi stringi
praticano sempre la stessa arte
in quel mondo di cartone
che non è la poesia
ma si chiamano artiste
e di muscoli esibiti
nutriti con chili e chili
di carne sciupata

di telegiornali sui pettegolezzi
di servizi sui parrucchieri dei gatti
di applausi come temporali per scemenze
nei talk-show e uguali ai funerali
di shampoo antiforfora
e detergenti così forti
da uccidere tutti i germi
senz’altro
ma insieme a un intero ecosistema

di confezioni di antidepressivi
il cui prezzo fa arrossire
se dei bambini non hanno nemmeno il latte
in popolazioni che sono alla rovina
con il sorriso sulla bocca

di conti esorbitanti dal dentista
per riparare i danni di un’alimentazione
abnorme
spendiamo più di quanto abbiano tanti
per un’alimentazione che sia
almeno sufficiente.

Facciamo studiare i giovani
oltre i vent’anni
quando un abbecedario è un lusso
per i bambini col fucile sulla spalla.

Uno blu
e uno verde
io non li butto
e con questi due accendini
proviamoci
a illuminare tutta la vita
che ci rimane.

Sono un ambulante
che ha incontrato questa sera un ambulante
che mi ha regalato una cosa
che io ora vi passo.
Luce
Palestra (23 febbraio 2011)

È sempre buio
all’inizio
si comincia sempre da zero
si ricomincia
cerco l’interruttore
aspetto il ritardo e l’incertezza
dei tubi al neon

la luce non basta
dormono ancora
enormi ragni cromati le macchine
catalogati per massa
i dischi neri sogni
di ferro e carbonio
manubri e bilancieri

sonno pesante di ghisa
silenzio di sfida
si comincia
fisso il peso aggiungo
pesi che tintinnano
come bicchieri di cristallo
sfiancano
come sogni di piombo

espiro e tiro con tutta la rabbia
inspiro e mollo
piano però, non è una sconfitta
e comincia il ballo del ferro duello
con la carne
è più forte la volontà
sotto l’acciaio non soccombe

soli in due io e quel tale
oltre lo specchio
l’illusione di sollevare ogni problema
di ricominciare da zero

è sempre buio
all’inizio
si è sempre soli.
Stelle

Perché vivi male?
Perché mi vergogno
E di cosa?
Di aver vissuto male

Allora apri la finestra
e ricomincia
perché una vita si riscatta
anche l’ultimo giorno
e non rassegnarti
il grigio non è una fatalità

sii più grande
del muro più grande
della vita stessa
le stelle non sono solo da contare
e se impegni la tua vita
ottieni l’oro delle stelle

non guardarti attorno
perché si gode il viaggio
quando per goderlo
non si ha il tempo
avrai tempo per riposare
tutto il Tempo quella notte
che non metterai la sveglia

i tuoi occhi
non dare per scontati
la lucidità e le gambe
perché tanti non sono così ricchi
e darebbero la vita che resta
per un giorno ti giuro
di quelli che hai sciupato
e l’ultimo giorno non è tardi
se la mano trattiene ancora le stelle
c’è tutto il tempo

è vero
siamo solo uomini
non siamo titani
né dèi ma dei giganti
siamo proprio per questo
e se fallisci hai vinto comunque
perché hai fallito se non hai tentato
e forse la salita
già per se stessa è la meta.

Ricordati
che se il desiderio è sincero
Dio
mi disse un aviatore
ci fa desiderare
solo ciò che possiamo avere.
Stelle
Tram (9 gennaio 2011)

acquario
utero d’acciaio
una mamma gravida
cuore
di magnete sangue
di elettroni
ape regina di larve
nidiata numerosa
di monadi mute

rimugino mastico
le parole con la fronte
sul vetro
non può essere
così tutto qui
non può essere

cervice del ventre d’acciaio
pistoni idraulici
la dilatano
senza delicatezza
finisco fuori
dove vanno tutti quanti?
fermo sulla soglia
della quotidianità
rimugino mastico l’infinito
nascere
non è mai stato facile
La guerra di Lyme (15 aprile 2016)

Non è mai stata
Così piccola
La balena bianca
Balugina
In un mare tutto interno.

Sulle rive dell'Ellesponto
Serpeggiano gli Achei
Spirochete
Come pensieri insidiosi
Ha trovato l'inganno
Perfetto Ulisse
Le cellule dendritiche
Sono il mio cavallo di legno.

La barriera ematoencefalica
La Normandia.

Melville, Omero, F. Jacob
Le battaglie importanti
La storia le affida ai poeti.
Candida e nera 1.0 (15 aprile 2016)

Mi ricordo di averti seguita un giorno
Nel cuore del caldo
Dietro i bambini che si rincorrono
Ad Ur, i capelli neri e la figura snella
Sul baluginare dei muri imbiancati
Quattromila anni fa come ora
Indaffarata in qualcosa sovrappensiero
Ti infilavi in un uscio.
Ero lì, tra i buoi candidi 
Che sfilavano pigri, divinità estinte
Di una Mesopotamia da migliaia di alluvioni
Sepolta.   

E sono sicuro di averti vista 
Nella tua auto, un pomeriggio di pioggia
Tante generazioni dopo di questa
In città, su un pianeta che non è il nostro
Intorno a una stella ancora senza nome
In un ramo della galassia.
Spigolosa e tenera, candida e nera
Il volto eterno della ragazza senza etnia
E senza epoca.

Gli zigomi larghi raccontano di popolazioni
Che inseguivano migrazioni epiche dall’Est  
Di ungulati seminando
Commerci e guerre, altari e cimiteri.
La fronte ampia preserva secoli 
Di civilizzazione, matematica e filosofia 
Dei pascoli dell’Attica
Sotto il sole di Omero.
Sono arabi i capelli, hanno visto l’Africa del Nord
Gli occhi scuri ma luminosi
La caduta delle mura di Cartagine.
Sigilla storie anonime di amori vissuti
Tra papi e soldati, nei vicoli di città operose
O nelle campagne immobili del Medioevo
La bocca.

Un viso che racconta una storia
Quella dell’Uomo, le luci epiche e le tenebre
Di questa avventura favolosa
Candida e nera.
La retta e il punto 1.0 (20 novembre 2018)

Avevi dieci anni in vacanza 
con i tuoi tu di me non ti ricordi
ma ero lì in Egitto di passaggio
per gli altipiani di fossili, la terra 
degli Afar.

Ti vidi e seppi di amare 
la donna che saresti stata
e allora pregai la dea nera
i fianchi bruni che cullano 
il mondo.

Siete separati da troppe stagioni
non si può – mi disse – la legge non vuole.
Avete solo una donna nella vita 
dalla culla alla tomba di volto in volto
sono sempre io, dovresti saperlo.
La troverai con un’altra voce, dimentica
il suo nome.

Ma io pregai fino a farmi del male
la sedussi con l’arte che non pensavo 
di avere e le strappai il patto terribile
che sarei stato una statua pur di poterti 
amare. Tutto questo viaggio 
immobile qui l’ho fatto solo 
per te.

La dea ammonì che il tempo per me 
non avrebbe ripreso e nel momento 
in cui ti trovo ti perdo, resto indietro. 
L’incontro dura l’intersezione 
di una retta con un punto, tu devi andare 
e io sorrido oltre il presagio liquido
del pianto.
L-Val 1.0

Io scordarmi di te?   

La spia sotto il cappottino  
che attraversa trafelata 
il cortile del condominio 
oltre il diaframma della porta
come un'attrice 
che dopo un'esitazione 
esce dal film, dalla cornice 
della sua recitazione
e mi misura dai piedi ai capelli 
che si siede sul letto che tenevo 
in sala ed è sola, persa
in un dolore che spera 
io già conosca immersa. 

Oppure la fanciulla elegante 
con i pantaloni larghi  
che imitano la gonna l'istante
che si ferma una sera d'estate 
da Piazza Re di Roma non distante. 
In Villa Celimontana, fiore patavino
tra le foglie oleandre; 
e poi minuto corpicino 
che mi fa sentire grande
nel riflesso del finestrino
sulla metro seduta affianco   
alla mia camicia azzurra 
tirata dal petto. 

Dimentico tante cose, 
ma questo no, prometto.
Titus Lucretius Carus, On the Nature of Things, V 529-533  (2022)

This is the subject of my teachings, and I go on to describe
all the possible causes of the stars's movement across the Universe.
Of these hypotheses, only one must be the right explanation,
but what animates the bodies in the sky is still beyond the grasp
of those who move at an honest pace through the path to Truth.
Candida e nera 1.2 (luglio 2022)

Mi ricordo di averti seguita
quel giorno nel cuore del caldo
dietro i bimbi che si rincorrono
capelli neri, figura snella 
ad Ur, sul baluginio dei muri
quattromila anni fa come ora
indaffarata in qualcosa
ti infilavi in un uscio.
Ero lì tra i buoi candidi
pigre divinità ora estinte
in Mesopotamia da migliaia
di alluvioni ormai sepolta.
E sono sicuro di averti vista
in auto, un pomeriggio di pioggia
tante generazioni a venire
in città, su un pianeta lontano
intorno una stella senza nome
in un ramo della Galassia.
Spigolosa e tenera il volto
senza etnia della ragazza
e senza epoca, candida e nera.

Gli zigomi larghi di popolazioni
che inseguivano da Est migrazioni
epiche di ungulati narrano, 
commerci seminando e guerre,
candidi altari e neri averni.
La fronte ampia preserva secoli  
di matematica e filosofia 
dei pascoli attici di Euclide.
Sono arabi i capelli neri,
gli occhi scuri eppur luminosi
hanno visto a nord del Ciad l'Africa,
il crollo delle mura di Cartago.
Sigilla storie anonime di amori
vissuti tra papi e i soldati
nei vicoli di città operose
o anche nelle campagne immobili 
del medioevo d'Europa, la bocca.
Un viso che racconta una storia,
quella dell'uomo: le luci epiche
e le tenebre di questa avventura
che è favolosa, candida e nera. 
L-Val 1.2 (agosto 2022)

Spia sotto il cappottino
che attraversa trafelata
il cortile del condominio
e il diaframma della porta

oltrepassa come un'attrice
che dopo un'esitazione
esce dal film, dalla cornice
della sua recitazione.

Si siede sul letto in sala
sempre sola comunque persa
è in un dolore che spera
io già conosca, immersa.

Oppure fanciulla elegante, 
soavi vesti affusolate
che imitano la gonna l'istante
che si ferma, sera d'estate,
da Re di Roma non distante.

Sul Celio, fiore patavino,
oltre le foglie oleandre,
e poi minuto corpicino
vicino fa sentire grande
nel riflesso del finestrino

alla mia camicia affianco,
in metro, tirata dal petto.
Tante cose mi dimentico,
ahimè, ma questo no, prometto.    
La retta e il punto 1.2 (3 agosto 2022)

Avevi dieci anni in vacanza 
con i tuoi tu di me non ti ricordi
ma ero lì in Egitto di passaggio
per i fossili degli altipiani, 
verso la terra degli Afariani.
Lì ti vidi e seppi di amare 
la donna che saresti diventata. 

E allora pregai la dea nera,
fianchi bruni che cullano il mondo.
Siete divisi da troppe stagioni
non si può – disse – la legge non vuole.
Hai solo una donna nella vita 
da culla a tomba, di volto in volto
sono sempre io, dovresti saperlo.
La ritroverai con un’altra voce, 
dimenticati il suo vero nome.

Ma io pregai fino a farmi del male
la sedussi con arte che ignoravo 
di avere e le strappai il patto 
terribile che sarei stato statua 
pur di poterti amare un giorno. 
Tutto questo viaggio qui immobile 
l’ho fatto solo per te, tesoro mio.

La dea ammonì che il tempo per me 
non avrebbe ripreso e nel momento 
in cui ti trovo ti perdo, resto indietro. 
L’incontro dura l’intersezione 
di una retta veloce con un punto, 
tu devi andare e io sorrido 
dietro presagio liquido di pianto.
Libri 1.2 (24 settembre 2022)

Chiusi come le donne dei soldati
aspettano, monoliti austeri
lontani come volti di antenati
osservano, esercito di statue
foglie di remoti sogni dispersi
sui tavoli corpi d'antico agone
quando tutto sembrava possibile
col potere dei libri mi bastava
la volontà: governano il mondo
le equazioni differenziali.
Sono come la moglie del soldato
che aspetta un crociato che non torna
e Penelope forse questa volta
ha sigillato il nodo finale. 

Volavano le pagine al vento
dei vent'anni e nella notte solo
la candela e l'immobilità
d'un geco e posso dire senz'altro
di avere vissuto per sempre.

Per favore, sui terrazzi di notte
cercate un geco e la mia candela,
un ragazzo bizzarro e un cappuccio
di un piumino troppo corto, guardate
la manica destra s'è rammendata,
ditegli che lo aspetto ancora qui
e che non ho chiuso l'ultimo nodo.
Chiusicomeledonnedeisoldati
aspettanomonolitiausteri
lontanicomevoltidi_antenati
osservano esercitodistatue
fogliediremotisognidispersi
suitavolicorpid’antico_agone
quandotuttosembravapossibile
colpoteredeilibrimibastava
lavolongovernanoilmondo
leequazionidifferenziali
Sonocomelamogliedelsoldato
che_aspettauncrociatochenontorna
ePenelopeforsequestavolta
hasigillatoilnodofinale
Volavanolepaginealvento
dei ventannienellanottesolo
lacandelael’immobili
diungeco_epossodiresenz’altro
diaveregiàvissutopersempre
Perfavoresuiterrazzidinotte
cercate_ungecoelamiacandela
unragazzobizzaro_euncappuccio
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lamanicadestrase_èrammendata
diteglichelo_aspetto_ancoraqui
echenonhochiuso l’ultimonodo
Agenda 1.2 (24 settembre 2022)

Nascosto come un topo, rannicchiato 
tra vestiti sparsi e tra libri, resti 
di tentate evasioni dal vuoto
che ovunque tu vada ti mette al centro
di questa perversa specie di gioco.

Non servirà la spada né la forza:
il tuo nemico è oltre lo specchio
dietro quegli occhi cerchiati ci sei tu
impegno e volontà non valgono più. 
Le regole sono diverse adesso 
si cerca il tesoro, la formula, 
infiniti da dire all’infinito:
aggiungere, riprovare, togliere
cambiare, combinare, poi sperare.

Ora si ferma il tempo sulla strada:
sei come una lancetta indecisa
che divide il fiume di persone 
che si richiude e non ti ha visto.
Eppure un giocattolo di latta
non può mai ricaricarsi da solo.

Si ferma il tempo in questa stanza
resti solo, resta una penna vuota
sui fogli di un’agenda senza note.
Nascostcome_untoporannicchiato
travestitisparsi_etralibriresti
ditentateevasionidalvuoto
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diquestaperversaspeciedigioco
Nonservilaspadalaforza:
iltuonemicoèoltrelospecchio
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impegno_evolonnonvalgonopiù
oraleregolesonodiverse
Sicercail tesorolaformula
infinitidadire_allinfinito
aggiungereriprovaretogliere
cambiarecombinarepoisperare
Orasiferma_iltemposullastrada
seicome_unalancettaindecisa
chedivideilfiumedipersone
chesirichiudeenontihavisto
Eppureungiocattolodilatta
nonpuòmairicaricarsidasolo
Sifermailtempoinquestastanza
restisoloresta_unapennavuota
suifoglidi_unagen dasenzanote

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