Achille piè veloce, parte quarta

Achille piè veloce, parte quarta

Parti precedenti: prima, seconda e terza.

Achille

Ulisse Isolani, mezza vita del protagonista, conosce l’altra metà attraverso una lettera rinvenuta tra i manoscritti: un invito di Achille a incontrarsi per scrivere il nuovo romanzo che Ulisse da solo forse non partorirebbe mai. Achille è il piè veloce del titolo, incarnazione tragicamente ironica dell’attributo con cui Vincenzo Monti ha riesumato la voce di Omero: un uomo di quasi 30 anni, che vive nella sua stanza da molto tempo, in simbiosi con una sedia motorizzata e con il computer dalla tastiera modificata per le sue dita ubriache, attraverso il quale trasforma i pensieri in fonemi e naviga il pelago binario. Achille è un mostro: il suo cranio è grande, senza forma e quasi muto fra i denti marci, sfigurato dall’idrocefalo con cui si presentò alla luce il primo giorno; il corpo è senza peso e senza forza, “invulnerabile solo nel tallone” ovvero dotato di una buona vista e di una durlindana portentosa, “altro dono velenoso del Demiurgo“, che colpisce a vuoto in una autarchia erotica imposta dalla sanzione divina e dalla crudeltà umana. Achille vive al buio, ferito dalla luce, in una tenebra che illuminerà Ulisse di ineffabile splendore.

Kafka e il minotauro

L’abitazione in cui l’eroe diversamente abile vive la sua solitudine “senza porte” è un edificio dedalico, una architettura con elementi monumentali fuori scala, male illuminata, con stanze e corridoi costruiti secondo i progetti inquietanti lasciati da Kafka nel suo incompiuto America (R); sorvegliata da una copia brutta del meraviglioso Laocoonte ellenistico che non trova sollievo nei musei vaticani (R) e da un’altra lotta, quella di san Giorgio e del drago che defensor fidei non timet, malamente rappresentata su tela dal padre di Achille. Kafka qui è il Dedalo che costruisce la trappola che tiene al sicuro Achille dalla minaccia del mondo esterno e che salvaguarda il mondo esterno dal dolore di questo minotauro che attira il suo Teseo, Ulisse Isolani, per dargli fama e vita d’eroe e affinché lui, per sdebitarsi, gliela tolga la vita, liberandolo.

Mi spiegherò meglio, ci provo. Non è semplice, ma la mia personale Arianna – prima di abbandonarmi sulla scogliera di via Etruria, tra gli albatri che si lamentano con la voce delle sirene, in balia dei ricordi che violentano la spiaggia – ha lasciato un navigatore con un filo di voce piena di promesse, cosicché ne venissi fuori e dipanassi l’intreccio, in nome dell’amore che le accesi e che non mi perdonò di amarla a mia volta.

Minotauro è il figlio disabile di Minosse, frutto del tradimento che la sua sposa Pasifae consuma con il toro bianco di Creta, una storia simile alla tresca di una moglie annoiata con il personal trainer, potremmo dire oggi. Pasifae si uccide per la vergogna e Minosse nasconde quella stessa vergogna infelice in una solitudine senza porte, progettata da Dedalo, nutrendone ogni anno la rabbia e l’invidia onnivora con le vite perfette di giovani sani, sette maschi e sette femmine (R). Minotauro non riceve amore, se non quello della sorella, Arianna; amore che forse non è pietà, pietà che forse – in una versione apocrifa del mito – spinge Arianna a cercare l’eutanasia che soffochi i muggiti del fratello, incoraggiando la mano armata di clemenza di Teseo. Ebbene, Achille è il minotauro. E’ vero, l’amore che non è pietà è quello della madre, non della sorella; il genitore che si suicida è il padre, e non la madre; l’architetto del suo labirinto è Kafka, non Dedalo; i suoi complici assassini sono la madre e Ulisse, non Arianna e Teseo; la sua rabbia non si estrinseca nel pasto orribile, ma nei morsi con cui ferisce la mano del soccorritore Lello, come un animale ferito. Ma nonostante queste asimmetrie, Achille è un perfetto epigono del mito taurino sulla disabilità.

Perché sappiamo che Kafka è l’artefice della cattività di Achille? Se vi dico che è perché nella sua stanza stipata di volumi gli unici libri identificabili sono due atlanti di entomologia, probabilmente resterete delusi e perplessi. Allora seguitemi. Vi ho già detto che Lello Isolani ha i sogni diurni infestati dagli autori dei manoscritti inediti che lui deve valutare. Ma tra loro appare un paio di volte proprio il celebre tisico di Praga. E’ fuori posto fra gli anonimi autori in erba, senza speranze e senza talento, ovviamente. E allora perché è lì? Perché lui e non un altro consacrato scrittore? Kafka è invocato continuamente in questo libro, in modo più o meno esplicito, perché è l’unico che può sciogliere la metafora della disabilità e fornirci la chiave per interpretare il labirinto. Quale è la chiave? Un attimo, vi metterò a parte di quello che forse da soli non potreste capire. A suo tempo. Non è la rivelazione della paternità kafkiana della pianta infausta della dimora di Achille; no, quello è solo un espediente per invocare il minotauro attraverso il celebre autore ceco di labirinti (e viceversa). La chiave che scioglie la metafora ha sei piedi.

La quinta parte è disponibile qui.

 

Achille piè veloce, parte terza

Achille piè veloce, parte terza

Parti precedenti: prima e seconda.

Le bugie di Ulisse

Ulisse Isolani, Lello per gli amici, è mezza vita del protagonista, come ho detto. Autore in gioventù di un romanzo di successo, Racconti grotteschi, aspetta di concludere il suo quarto decennio di esistenza lavorando per una piccola casa editrice di Bologna, la Forge, come lettore di manoscritti. Figlio affrancato di un fornaio, ha ricevuto in eredità lamarckiana una cronica inversione del ciclo sonno-veglia, per cui legge di notte e dorme sul tram o sulle panchine tra la sua abitazione e la sede della casa editrice; un ufficio che frequenta con il fine del tutto velleitario di reclamare il suo stipendio e anche con lo scopo molto più realistico di copulare con la segretaria, Circe – che non fa complimenti – nonostante Pilar sia l’amore corrisposto della sua vita. Ulisse lo conosciamo attraverso le fasi REM movimentate e piene di ironia che animano le sue giornate, in cui dialoga con gli autori dei manoscritti a lui sottoposti; e attraverso il linguaggio dell’intero romanzo, che non possiamo dubitare sia il suo. Sappiamo così che Lello formula continuamente ipotesi sulla realtà che sono alternative al senso comune: i centri commerciali all’orizzonte sono transatlantici nella nebbia, gli ombrelli pieghevoli sbocciano, le altalene di un parco sono tristi come patiboli, la gomma e la matita vivono una della morte dell’altra, i lampadari a goccia sono meduse di vetro, il camion dei pompieri balbetta lampi azzurri etc. Mentre dovremmo respingere queste descrizioni come false, ci rendiamo conto, appena averle lette, che sono più realistiche di uno scatto del telefonino: in estrema sintesi, con metafore spesso ellittiche, attingono al nostro immaginario per dire ciò che non è scritto, illuminando un intero affresco nelle pareti della mente. Ma siccome qui voglio parlare di me, e non di Stefano Benni, vi dirò che io stesso ho cercato, in questi anni inutili, combinazioni di parole dietro le quali tumulare il mio silenzio. Se scrivo che le nubi continuano come sempre la loro epica migrazione, lente ed enormi sopra ogni cosa, non ho risolto numericamente un modello matematico della dinamica atmosferica, ma ho svelato comunque una verità fisica del nostro pianeta, lasciandola in eredità ai posteri. Quando ho riconosciuto che la Terra è una macina grave che macina migliaia di vite a ogni giro non ho aggiunto nulla alla meccanica celeste di Poinsot, ma ho proposto una ipotesi che è difficile confutare, che è intuitivamente vera, da un certo punto di vista. Quando scrissi che i miei amati libri sono chiusi come le donne dei soldati che aspettano un crociato che non torna, vi ho raccontato la mia tragedia personale meglio di quanto potrebbero fare decine di trattati di medicina.

La parte quarta è disponibile qui.

 

 

Achille piè veloce, parte seconda

Achille piè veloce, parte seconda

La prima parte è disponibile qui.

Letteratura

Non riuscendo a dedicarmi a cose impegnative, per i capricci della malattia, decido di leggere il romanzo il giorno stesso. Non sono un consumatore di narrativa, se non sporadicamente: vista la fatica disumana che mi costa decifrare il linguaggio, ho rinunciato ai romanzi, e la libreria dei classici è il mausoleo di una vita precedente. Mi dedico a un altro genere ora, gli articoli scientifici, un tipo di letteratura che pur ignorando l’esistenza dei verbi fraseologici e delle subordinate, è molto più avvincente di qualunque trama immaginata, perché racconta la verità della Natura, che ha sempre più fantasia degli esseri umani. Certo, anche nei romanzi o nelle poesie si possono trovare brandelli di verità, ma sono solo soluzioni molto particolari di sistemi di equazioni differenziali di portata generale, diluite in formicai di inchiostro senza fine e per lo più senza senno. Come diceva Seneca al suo Lucilio riferendosi ai lirici? Nec ego nego prospicienda ista, sed prospicienda tantum et a limine salutanda, in hoc unum, ne verba nobis dentur et aliquid esse in illis magni ac secreti boni iudicemus¹. La poesia della prosa del Newton dei Principia Mathematica echeggia intatta nel cuore degli abitanti di ogni angolo dell’universo; ma lo stesso non può dirsi delle carneficine di Omero. Tuttavia siamo solo uomini, non siamo giganti né dèi, per questo abbiamo bisogno di una bellezza più accessibile, veicolata da un linguaggio naturale che si intenda senza fatica e che si possa tenere sul comodino. La letteratura appunto.

Pilar, Asmara e Penelope

Il romanzo letto prima di questo risale all’estate scorsa, o forse alla primavera, non ricordo: Piazza d’Italia, di Antonio Tabucchi. Un dono della stessa mano, che all’epoca leggevo per poterla accarezzare quella mano, con il pensiero. Nella odissea di gente comune, Tabucchi inserisce una Penelope di nome Asmara la quale, come Penelope, è una apologia femminile partorita dalla ingenua fantasia di scrittori maschi, un santino che ritroviamo nella principale figura femminile di Achille pié veloce: Pilar, avvenente immigrata senza permesso di soggiorno, che si paga gli studi all’accademia di belle arti lavorando in un centro commerciale e, solo sporadicamente e per necessità, come cubista in un girone dell’inferno notturno di Bologna. Benni, a differenza di Tabucchi, gioca a carte scoperte: il secondo nome di Pilar è proprio Penelope, e il suo Odisseo (che è una metà del protagonista chimerico del romanzo, come vedremo) si chiama nientemeno che Ulisse. Pilar: capelli scuri, figura atletica di cui vengono descritti dettagli anatomici in genere trascurati dalla letteratura, che danza nella neve boreale i ritmi del Sud America, simulacro onirico di femminilità e fedeltà, ma senza profondità psicologica: di lei non conosciamo i sogni, le debolezze, i peccati. E se la Penelope omerica dovrà aspettare Luigi Malerba per metterci a parte dei suoi pensieri, questa Pilar rimane senza voce. Con le sue disavventure da immigrata e da vittima del licenziamento di un demonizzato centro commerciale, Pilar costituisce il pretesto per un tributo a una ideologia che non appassiona il mio agnosticismo politico, e probabilmente neanche quello di Ulisse, quello omerico, piccolo aristocratico tagliagole; oltre a essere l’oggetto dell’amore tutto carnale di Ulisse e di battute porcine nei discorsi da bar fra gli altri personaggi.

¹ Non dico che non si debba dare un’occhiata a queste futilità, ma solo un’occhiata e un saluto dalla soglia, badando che non ci raggirino e ci facciano credere che in esse ci sia un grande bene nascosto. Lettera a Lucilio 49, paragrafo 6.

La terza parte è disponibile qui.

Achille piè veloce, parte prima

Achille piè veloce, parte prima

Introduzione

I quattro lettori del mio blog, sparsi fra un villaggio di pescatori delle Filippine, una fattoria sperduta della Norvegia e la remota periferia di una triste città italiana del nord-est, sono ormai abituati alla eterogeneità dei contenuti di questa isola del pelago binario, che vanno da articoli di immunologia concepiti per non essere capiti (R) a dimostrazioni gratuitamente complicate di teoremi semplici (R); da ricordi struggenti di meccanica del corpo rigido (R) a poesie che chiedono l’assoluzione nel nome abusato di Ungaretti (R); senza dimenticare programmi che – unici al mondo – eseguono le operazioni in modo più inefficiente di un essere umano discalculico (R), e disegni che hanno sicuramente un significato simbolico profondo, di cui io però ignoro la natura (R); passando per vademecum di medicina scritti da una persona che non ha saputo curare se stesso (R), in decenni di tentativi. I miei lettori dunque, consapevoli che questo sito è un monumento al mio sforzo versatile di farmi notare, non si stupiranno a questo punto di trovare qui anche la recensione di un romanzo: Achille piè veloce, di Stefano Benni. Ma sarà una recensione particolare questa, perché non parlerò né del libro né dell’autore: parlerò di me, tanto per cambiare. Visto che il mio editore (cioè io) mi concede qualunque licenza, faccio quello che mi riesce meglio: attirare l’attenzione.

Consegna a domicilio

Il pomeriggio del 6 dicembre, Mercurio, messaggero degli dèi, suona al mio citofono. Quattro piani dopo, un ragazzo alto e agile si mette in posa nella cornice della porta, l’estrema propaggine del mio regno, con un plico: la bruna missiva con il sigillo regale di Amazon Prime. Non aspettavo nulla, ma se non c’è da pagare, accetto di buon grado. Scruto un po’ sovrappensiero il messo, e attribuisco al suo sorriso un qualche significato recondito, immagino che sappia qualcosa di me e del messaggio che porta, qualcosa che ignoro: una classica psicosi di grandezza la mia, una infermiera seducente che nutre l’autostima, la imbocca quando è a terra, da anni. Lascio la luce del mondo e l’aria invernale oltre lo sguardo, rimando l’uscio come se chiudessi un frigorifero nella notte. Dopo una lotta con l’involucro tetragono, trovo un libro su un tale in sedia a rotelle che vive in una stanza (come deduco dalla quarta di copertina); niente messaggi né mittente. Ma è il 6 dicembre, un anniversario. E collego subito i puntini. La consegna del libro a domicilio celebra l’inizio e la fine di un’altra consegna periodica: consegna di patemi d’animo, di promesse seducenti, di tenerezza, di lacrime arretrate, di gelosie pretestuose e di passione con le gambe lunghe, in calze nere.

La seconda parte è disponibile qui.

Diagenesi

Diagenesi

Quello che segue è un frammento proveniente dagli appunti per un romanzo che tentavo di scrivere nel 2006. Il romanzo non fu mai compiuto, anche lui vittima della malattia. Ma alcuni anni dopo utilizzai parte del materiale già scritto per una storia breve, intitolata “Il flauto di Turk” (disponibile qui). Altri passaggi di quegli appunti, come questo, reclamano da anni una vita propria.


Psefiti, psammiti e peliti: i nomi dei frammenti che compongono le rocce detritiche, classificati per dimensione. Rocce detritiche: un sottoinsieme delle rocce sedimentarie. Rocce sedimentarie: il prodotto della compattazione di materiale di varia origine, trasportato dai corsi d’acqua e depositato in fondali di laghi e mari.

Tutte queste definizioni non restituiscono la bellezza del campione che osservo rapito; le dita scorrono sulla sua superficie levigata, lavoro minuzioso della fresa, seguendo il disegno del mosaico di tessere, tutte diverse per colori, forme e dimensioni, immerse in flussi cromatici eterogenei che si incontrano e si diramano e sfumano: algida trasparenza dei granuli di quarzo, sinuoso candore del carbonato di calcio, venature cremisi di ossido di ferro. Frammento di un fondale, unica memoria di un lago pieno di vita, di tante vite vissute migliaia di anni fa.

Fondale, congelasti il tuo cuore per sopravvivere alla malinconia del consumarsi del tempo, quando vedesti invecchiare il superbo cervo megacero che si abbeverava alle acque della tua dimora, un limpido lago montano. Il palco di quercia del re dei cervidi smise, un poco alla volta, di lanciare il suo grido di sfida; avvizzirono i muscoli, e la luce cessò di riflettersi vivida sulle sue iridi ambrate.

Un giorno dei suoi ultimi il cervo annusò la tua acqua e rialzò il capo volgendo lo sguardo affranto all’impenetrabile bosco di latifoglie, antico agone dei suoi trionfi; al lontano altipiano, pascolo dei placidi elefanti lanosi, ai bei monti innevati. Quel giorno come sempre, le renne brucavano meticolosamente la radura, con le pellicce imbevute di luce, vegliate da betulle immobili, pallidi guardiani; le api ronzavano assorte per le valli, instancabili, mentre le nubi proseguivano la loro epica migrazione, sfilando lente ed enormi sopra ogni cosa.

Tutto come sempre, dovette pensare il cervo, e così sarà dopo di me. Un altro cervo verrà ad abbeverarsi qui e poi un altro dopo di lui, mentre i fiori e il muschio mi avranno già consumato da tempo, nel cuore sospeso del bosco. Così sussurrò e si guardò nel riflesso dell’acqua.

Fondale, tu eri lì, oltre il diaframma della superficie, da sempre; vedevi il megacero animato dalle increspature del lago, rifratto in mille modi diversi e poi ricomposto e scomposto di nuovo. Finché non vedesti che il cielo.

E nel fondo del lago ti ammalasti di malinconia per il dolore di aver perso la gioia dei tuoi occhi, per la sofferenza di aver veduto lo scempio che il tempo fa alle creature più belle. E allora ti lasciasti seppellire dai sedimenti, volesti metri di terra sopra di te, per non vedere l’opera ingrata del tempo; volesti perdere ogni sensibilità, tramutandoti in roccia, per non soffrire più.

Le nuvole animavano il cielo, continuamente cangianti in forma e colore; si palesava l’oscurità del cosmo, poi giorno di nuovo e notte, dopo il cadere di una foglia. Giorno e notte. Nottole cieche davano il cambio a balestrucci esausti, rondoni alle nottole e balestrucci di nuovo: un altro giorno. Notte: vibrare impercettibile delle alte frequenze dei mammiferi volanti e poi stridio d’ardesia, pianto dei grossi rondoni: di nuovo mattino. E l’arco colossale del Sole divenne una ruota impazzita; e le stagioni si rincorsero in una staffetta che non aveva meta. Così valicasti i millenni in una nuova esistenza sospesa.

Diagenesi, questo è il nome di ciò che hai fatto; ma non rende l’idea. Ora sei sul palmo della mia mano, eco del Pleistocene, fotografia scomposta di quel cielo; e di un cervo, della genia dei megaceri, popolazione di giganti senza progenie.

Durerai fino all’ultima fibra dello stoppino del grandioso reattore a fusione che la Terra corteggia da sempre. Quando ne vedrai scomparire anche l’ultimo lucore, allora di tutto il mondo non resterà altro che il tuo ricordo di un riflesso vivido di iridi ambrate, animato dal velo di pianto, rifratto in mille modi diversi, scomposto e ricomposto di nuovo. Per sempre.

La malattia di Bigger-Davis

La malattia di Bigger-Davis

Non potevo dormire questa notte. E non riesco a leggere praticamente più, ormai. Ma i pensieri seguono sempre le stesse piste, nel fitto del bosco, alla luce incerta di un’alba diafana, che non si risolve nel giorno, da anni. Tra il sogno e la veglia, ho immaginato un futuro possibile, una cronaca che vorrei poter leggere al più presto. Tutto quello che segue non è mai accaduto, forse mai accadrà, o forse in parte è già avvenuto. Non sarei in grado neanche di verificare adesso. Quello che segue ha la stessa consistenza di una verità onirica: è tra la fantasia e la realtà.

Intorno al 2020 fu definitivamente accertato che numerosi batteri, se non tutti, sono in grado di scambiare l’uno con l’altro segnali di pericolo attraverso il rilascio, nell’ambiente circostante, di frammenti del proprio DNA. Frammenti specifici a cui è associato il messaggio: “Attenzione! Ambiente insalubre, rallentare il metabolismo e attivare la modalità persistenza!” Come si scoprì in seguito, sequenze diverse di nucleotidi sono associate a sfumature diverse di questo messaggio, e i batteri sono così in grado di scambiare anche informazioni sulla natura della minaccia e sulla sua gravità. I codoni sono cioè messaggi – letteralmente – con cui i batteri ‘chattano’ fra loro. Fu Kim Lewis a dimostrare questo fenomeno per primo, e a giustificarlo dal punto di vista evolutivo. Con le parole di Lewis, da una intervista dell’epoca: “Quando potemmo rilevare che la persistenza batterica veniva indotta a seguito della attivazione di particolari recettori sensibili a specifiche sequenze nucleotidiche batteriche, realizzai come in una visione l’origine di questa segnaletica: la presenza di DNA batterico in un substrato indica chiaramente che dei batteri stanno morendo. E’ l’equivalente procariotico dell’odore inconfondibile della decomposizione. E’ un segnale di pericolo, e diffonde la notizia che sostanze nocive sono presenti, ad esempio micotossine. Solo i batteri in grado di rilevare questo segnale e di rallentare il proprio metabolismo sopravvivono. Ecco l’origine di questo meccanismo!”

Ma quelli erano esattamente gli anni in cui diversi gruppi di ricerca in giro per il mondo stavano cominciando a descrivere la base biologica di una condizione che aveva eluso fino ad allora ogni migliore tentativo di trovare un meccanismo patogenetico e una cura. Naturalmente stiamo parlando della malattia di Bigger-Davis (Bigger-Davis disease, BDD), una volta conosciuta come Encefalomielite Mialgica (ME), e con tanti altri nomi. Cominciò ad essere evidente, a un certo punto, che in alcuni di questi pazienti i mitocondri, in concerto con i percorsi metabolici energetici citoplasmatici, erano in uno stato di ipometabolismo cronico, detto da alcuni dauer (dal tedesco, persistenza): tutto funzionava in modo equilibrato, ma a un regime ridotto. Le prove di questo fenomeno furono raccolte da diversi gruppi in giro per il mondo: da Robert Naviaux e Ron Davis in California a Yamano in Giappone, passando per Fluge e Mella in Norvegia. Ma fu Ron Davis – genetista a Stanford – a ipotizzare per primo un legame fra l’ipometabolismo dei pazienti e la persistenza batterica, e lo fece in modo informale, durante una manifestazione tenutasi a San Francisco allo scopo di chiedere fondi per finanziare la ricerca sulla malattia, nel settembre del 2016. Con le parole di Davis: “I mitocondri dei pazienti si spengono, letteralmente, e dobbiamo scoprire il perché. Per me è chiaro che questo fenomeno è da ricondurre ai batteri. I batteri sono in grado di spegnere i loro generatori di energia quando sono esposti a minacce ambientali, riuscendo così a sopravvivere. Questo meccanismo deve avere più di un miliardo di anni e rappresenta un adattamento primordiale della vita sul nostro pianeta. Quando alcuni batteri diventarono gli organelli che oggi chiamiamo mitocondri, questo comportamento deve essere sopravvissuto, integrandosi nella biologia delle cellule eucariote e degli organismi pluricellulari.” Nel 2016 dunque Ron Davis era perfettamente consapevole che la malattia che avrebbe portato il suo nome, altro non era che l’evoluzione della persistenza batterica che negli stessi anni Kim Lewis stava studiando alla Northeastern University, e che Joseph Bigger descrisse per la prima volta nel 1944. Quando Kim Lewis cominciò a dimostrare che il linguaggio con cui i batteri si esortano fra loro a indurre la persistenza non è altro che il loro stesso DNA, non fu necessario invocare complicati sistemi di equazioni differenziali per ipotizzare che una analoga segnaletica dovesse esistere negli organismi pluricellulari e che questa potesse essere proprio la base della ME negli esseri umani.

Nel 2012, il gruppo di Theoharides della Tufts University aveva dimostrato, nella indifferenza generale, che i mastociti avevano la bizzarra consuetudine di rilasciare frammenti dei propri mitocondri (tra cui il loro DNA), nell’ambiente circostante, in presenza di particolari stimoli. Ci vollero ancora più di 5 anni perché questa curiosa attitudine fosse riscontrata anche nelle cellule B, dal gruppo di Anders Rosén. Ma le cellule B fecero decisamente più notizia! Perché? Ovviamente perché nel novembre del 2017 un trial randomizzato con gruppo di controllo aveva dimostrato senza ombra di dubbio che il Rituximab era in grado di invertire l’ipometabolismo in più di metà dei pazienti ME. Ora il Rituximab è un anticorpo monoclonale che induce apoptosi nelle cellule B che esprimono l’antigene CD20.  Come scrisse Fluge, uno degli autori dello studio, in una sua memoria biografica: “Sapevamo che il Rituximab funzionava, ma non sapevamo perché. Fu facile per noi commettere l’errore di pensare che la causa della malattia fosse un autoanticorpo. Come quei primatologi alle prime armi che cercano istintivamente di spiegare il comportamento di un bonobo in base a schemi comportamentali umani, noi cercammo di incastrare questa malattia sconosciuta in schemi patogenetici di malattie note, come le malattie autoimmuni appunto. Ma soluzioni vecchie per problemi nuovi non sono per forza efficaci.” E continua: “Se le cellule B liberavano DNA mitocondriale e se il DNA batterico era la causa della persistenza nei batteri, non poteva forse darsi che l’ipometabolismo dei pazienti ME fosse proprio indotto dal DNA dei mitocondri delle cellule B?”

“Ecco cosa deve essere successo.” – spiegò Ron Davis durante la conferenza Invest in ME di Londra del 2021 – “Durante l’evoluzione degli organismi pluricellulari, il programma di persistenza dei mitocondri fu integrato con il sistema immunitario e con il resto del metabolismo energetico. Fu conservato il ruolo di segnaletica del DNA batterico (ora DNA mitocondriale) e fu assegnato ai leucociti (in particolare le cellule B, ma non solo) la funzione di inviare il messaggio, in caso di infezioni, riversando nel flusso sanguigno il DNA dei propri mitocondri. Questo meraviglioso adattamento del primitivo sistema di comunicazione dei batteri ha probabilmente richiesto mezzo miliardo di anni di evoluzione.” Il riscontro di alterazioni della flora intestinale in questi pazienti, con ridotta biodiversità del microbiota, trovò una spiegazione semplice non appena ci si rese conto che il messaggio inviato dalle cellule B viene intercettato anche dai batteri simbionti che vivono nel nostro corpo, i quali avviano essi stessi il programma di persistenza, modificando così profondamente il microbiota.

Il resto è una storia nota, celebrata dai mezzi di comunicazione dell’epoca. Tra il 2019 e il 2022 esperti di metabolismo e microbiologi di Europa, Canada, Stati Uniti e Giappone poterono definire i dettagli di questo meccanismo patogenetico e individuare la prima vera cura, dopo il Rituximab. Si trattava di un DNasi (un enzima che digerisce il DNA) modificato in modo da poter essere iniettato nel flusso sanguigno, senza rischio di effetti collaterali. Il farmaco, come forse alcuni ricordano, era già utilizzato nella fibrosi cistica, in una formulazione inalabile, per tutt’altro motivo. La malattia, ribattezzata poi con il nome di Davis e Bigger, oggi si diagnostica con un esame del sangue e si cura in modo relativamente agevole. Non esiste praticamente più una forma di BDD non trattata, e la realtà di vite affondate nel fiore degli anni, per decenni, sarebbe una memoria persa se non fosse per la documentazione storica costituita da migliaia di video, libri e articoli che questi pazienti, pur nella loro condanna, hanno saputo lasciare dietro di sé.

Resta una piccola nota da fare. Come ho detto, il primo a collegare il dauer alla persistenza batterica fu Ron Davis in una manifestazione tenutasi a San Francisco il 27 di settembre del 2016. Eppure è stato segnalato che questo legame era stato avanzato nove giorni prima in un articolo di un blogger. Si tratta di un testo un po’ confuso, bisogna ammetterlo, in cui a un certo punto si legge: “Quello che voglio dire è che il dauer viene dai batteri, è una loro strategia di sopravvivenza. I mitocondri, che furono batteri, lo hanno ereditato dalle pieghe oscure del Precambriano, da anonimi procarioti di cui la Terra ha perduto memoria da più di 3 miliardi di anni. Il dauer è vecchio come la vita stessa. E’ la sua nemesi, ma anche il suo umbratile custode.”

Riferimenti

  1. L’articolo di Joseph Bigger (nella foto di copertina) che descrive per la prima volta la persistenza batterica: (Bigger JW. 1944).
  2. Persistenza batterica come una condizione di metabolismo ridotto: (Shan Y et al 2017).
  3. Una revisione della letteratura sul DNA che i batteri rilasciano all’esterno (DNA extracellulare): (Vorkapic D et al. 2016).
  4. Ipometabolismo nella ME/CFS: (Booth, N et al 2012), (Armstrong W et al. 2015), (Naviaux R et al. 2016), (Yamano E, et al. 2016), (Fluge et al. 2016),
  5. L’intervento di Ron Davis a San Francisco nel settembre del 2016: video.
  6. Lo studio in cui si dimostra che i mastociti rilasciano DNA mitocondriale: (Zhang et al. 2012).
  7. Anders Rosén annuncia che le cellule B rilasciano DNA mitocondriale: video, minuto 14:00.
  8. Efficacia del Rituximab nella ME/CFS: (Fluge O et Mella O, 2009), (Fluge O et al. 2011), (Fluge O et al. 2015).
  9. L’articolo del mio blog (18 settembre 2016) in cui viene avanzata l’ipotesi che il dauer sia l’evoluzione della persistenza batterica: articolo.