Achille piè veloce, parte sesta

Achille piè veloce, parte sesta

Parti precedenti: prima, seconda, terza, quarta, quinta.

Fuor di metafora

Così come La metamorfosi di Kafka non è un saggio di entomologia, allo stesso modo Achille piè veloce non è Oliver Sacks. Come ho spiegato, sembra piuttosto una riflessione sul mestiere di scrittore che rivisita in modo originale la figura retorica esapode. Eppure la metafora di Benni è costruita talmente bene da guadagnare una vita autonoma con la quale può raccontare il vissuto di un giovane disabile meglio di molta medicina narrativa. Ed ecco il motivo per cui ho sparato tante proposizioni a salve su questo libro. Tutto quello che ho scritto fin qui è solo una premessa a ciò che ora andrà a beneficio dei miei due lettori residui (ieri il vetusto Björn si è spento davanti al PC aperto sul mito di Titone; sentiremo la sua mancanza, anche se da tempo tutti i suoi cari sembravano troppo indaffarati per accorgersi della sua presenza).

Achille sta esaurendo il terzo decennio di vita in una grande camera quasi completamente buia, la cui unica finestra è nascosta dietro un tendaggio. Si muove grazie a una sedia motorizzata e vocalizza per mezzo del computer con il quale si tiene anche in contatto con il mondo esterno. La sua testa è gonfiata e distorta dall’idrocefalo con cui è nato e il suo corpo è troppo debole persino per far rotolare la grafite di una matita sul suo nome. La dentatura è guasta, come spesso succede in questi casi se la mano premurosa che porge il cibo non si occupa anche di rimuoverne i residui. Benni allude in un paio di occasioni a una sonda che collega il cervello di Achille al cuore: al di là dell’evidente significato simbolico assunto da questo dispositivo, è legittimo pensare che si tratti di uno shunt cerebrale, ovvero un condotto che drena il liquor in eccesso verso la cavità peritoneale. Achille sembra inoltre affetto da epilessia (anche se non viene detto esplicitamente nel testo) e ciò non stupisce se consideriamo la sua malformazione. Soffre infine della temibile sindrome di De Curtis, “sovente associata alla sindrome di Lovecraft”, come lo stesso Achille scrive: espressioni ironiche con cui Achille mette in guardia Ulisse sulla sua instabilità umorale – un disturbo ciclotimico per dirla con il DSM – che in fondo è però una malattia altamente prevalente nella nostra specie, anzi in tutti gli esseri viventi di questo pianeta condannato alla precessione degli equinozi dal principio di conservazione del momento della quantità di moto (chi fosse interessato alla dimostrazione di questo anatema può consultare il capitolo 18 del mio manuale di Meccanica Razionale: qui).

Odissea XI, vv 613-617

Achille è chiuso fuori dal mondo esterno, non solo perché la luce lo ferirebbe (per quello basterebbe un paio di occhiali da sole), ma perché “in questi ultimi anni, ogni volta che è entrato in contatto col mondo… col mondo fuori voglio dire, ha sofferto molto”. E dunque la madre, Marina Pelagi, vuole evitare che questo accada ancora. Ecco perché Achille vive sotto vetro, in una stanza piena di libri ordinati, sotto una finestra appannata da un pesante tendaggio, all’interno di una dimora labirintica, epigono del Minotauro, come abbiamo detto, e dello scarafaggio ceco; ma anche incarnazione dell’ombra del figlio di Peleo: l’incontro tra Ulisse Isolani e Achille è una trasfigurazione del libro XI dell’Odissea (per altro esplicitamente citato all’inizio del capitolo 23, dove ne sono riportati i versi 613-617).  Achille è dunque lo strumento attraverso il quale l’eroe di questo libro (e il lettore con lui) realizza, nel mezzo del suo cammino di vita, la propria discesa negli Inferi (al pari di Ulisse, Enea, Dante Alighieri, Gesù Cristo, Osiride…), ovvero quella morte necessaria a rivedere le stelle, ad amare il proprio respiro, elemento anatomico ineludibile della morfologia della fiaba di Vladimir Propp. L’eroe di ogni epica deve morire e poi rivivere non solo per riportarci alla superficie con lui, ma anche per guadagnarsi quella che Nietzsche fa chiamare “seduzione della sofferenza” dal suo Zaratustra: la profondità dolorosa di cui ci si innamora. Ci si innamora anche del dolore.

Achille e la pantera di Rilke

Ma perché il “mondo fuori” dovrebbe ferire Achille? Qui il volume di Benni attinge a una delicata profondità: Achille è intrappolato nel suo corpo, ma ciò che rende la cattività sopportabile è non essere esposto continuamente alla libertà altrui, ai “grandi dolori da niente” degli abitanti del mondo fuori. La volontà della pantera che ondeggia nei versi di Rainer Maria Rilke (R) si è schiantata davanti alla ineluttabilità delle sbarre, ma la pantera sarebbe morta se oltre il portico di metallo avesse potuto vedere la vita libera dei suoi simili, le possibilità agoniate disperatamente e negate. Allo stesso modo, Achille riesce a sopravvivere al suo dolore per tre decenni al prezzo di rinunciare persino alla luce della sua unica finestra. Forse in passato Achille ha tentato di vivere tra gli altri, di essere amato e odiato come una persona normale, di competere con i suoi simili nel gioco della vita. Ma ha ottenuto solo la misura dell’abisso che lo separa dalla leggerezza del quotidiano, ha ricevuto non più dell’amore che si guadagna con la sofferenza, della pietà che in fondo non è amore. Fuori dalla sua stanza ha trovato un ghetto, e allora molto meglio la solitudine senza porte del labirinto. Solitudine che io ritrassi, molti anni prima di leggere il libro, in uno dei miei disegni (R).

Epilogo

Eppure Achille vuole morire, lo ha deciso fin dall’inizio del romanzo, per questo invita il mondo a entrare nella sua stanza, scegliendo Lello Isolani come ambasciatore: si espone alla felicità altrui perché il dolore lancinante sia la mano armata di clemenza di Teseo. Benni si rende conto che il primo sentimento che lega Achille a Ulisse deve essere l’odio: Achille investe il suo interlocutore dell’odio che ha nutrito nei decenni per le persone sane che danno per scontata la fortuna che lui non avrà mai. E così Achille – che è un mostro – ridicolizza l’accenno di riporto sulla bella testa di Ulisse, sottolinea la sua ignoranza quando Lello sbaglia una citazione in latino, violenta verbalmente la sua fidanzata. Non solo, ma ostenta la sua sofferenza: tutto ciò che gli è negato, lo mette al centro della discussione, per mortificare Ulisse e il suo modo di vivere la vita con indolenza, quando dovrebbe onorarla come un miracolo. Il primo contatto fra i due è dunque il morso con cui un animale ferito dal dolore e dall’invidia senza speranza saluta il soccorritore.

Ma il dolore non è abbastanza, Achille ha bisogno di qualcosa che fortifichi la sua risoluzione. Anche gli eroi esitano davanti alla morte. Per questo raccoglie il coraggio e cerca l’immagine che lo ucciderà: chiede a Ulisse di vedere Pilar dalla finestra, liberata dal tendaggio per l’occasione. Neanche Benni ne è del tutto consapevole, probabilmente, ma è in quel momento che si decide il destino del Minotauro, in quei pochi istanti in cui Achille vede Pilar ballare i ritmi del Sud America sulla neve boreale, nel cortile davanti alla sua abitazione, mentre aspetta Ulisse e non sa di essere osservata. “Vai da lei”, dice Achille a Ulisse, e con quelle parole si libera dell’ultimo legame con la vita. L’autore forse non se ne è reso conto, ma quella è la proverbiale ultima goccia, più che la malattia ingravescente e il trasferimento in una casa di cura. E’ probabile che l’Achille reale, quello che Benni/Ulisse deve aver incontrato nel mezzo del suo cammino di vita, non glielo abbia mai detto: gli ha regalato una storia, ma c’è una pagina in codice che Stefano Benni non può capire.

 

 

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Achille piè veloce, parte quinta

Achille piè veloce, parte quinta

Parti precedenti: prima, seconda, terza, quarta.

La metamorfosi

I miei tre lettori (il pescatore filippino è stato esonerato perché ha finalmente trovato una fidanzata) si saranno probabilmente smarriti nell’ultimo paragrafo della recensione. Lo so cosa avete pensato, con sollievo, dopo aver dubitato per un po’ delle vostre capacità di decifrare il testo: “povero Paolo, l’isolamento gli fa male, lo abbiamo perso; peccato, era tanto un brav’uomo”. Ma riflettete un attimo: un testo che parli del labirinto di Minosse non può essere lineare. Se devo descrivervi una solitudine senza porte che si aggroviglia su se stessa, devo farvi smarrire con tutti i mezzi a mia disposizione, tra i quali si annovera anche la costruzione del periodo. Esatto, sono stato Dedalo; ma ora sarò Arianna: seguite il filo di voce del navigatore.

La chiave a sei piedi è lo scarafaggio nel cui carapace Gregor Samsa si incarna una mattina, all’inizio del racconto La Metamorfosi di Franz Kafka, il celebre tisico di Praga (R), più volte evocato da me qui e da Benni nel romanzo. L’esapode, a cui sembrano alludere i due atlanti di entomologia presenti nella libreria di Achille, è la metafora dello scrittore, per come la vedo io; la muta necessaria da farfalla a mostro estromesso dal quotidiano, a cui l’artista deve soccombere per poter vivere. Achille, il minotauro, è proprio la metamorfosi di Lello Isolani: rappresenta la solitudine nera a cui attingerà la sua stilografica per poter scrivere finalmente il secondo romanzo.

Amore senza possesso

Ulisse ama Pilar, ma il loro incontro non ha prodotto neanche un verso, non ha ispirato un solo racconto. Perché? Perché se vivi l’amore, lo consumi tutto nel mondo reale. Non resta nulla da scrivere. E perché poi si dovrebbe scrivere? E quando? Se vivi, non hai tempo per sognare, non ne hai neanche bisogno. L’unica vera necessità dell’arte è l’assenza, il vuoto. Bisogna rinunciare a vivere tra gli uomini, per poterli ritrarre. Tutti gli artisti a tempo pieno si svegliano un giorno blatte, oppure mostri macrocefali su una sedia motorizzata. Io mi sono svegliato una notte per la carezza saettante di una blatta sul volto, a proposito, ma immagino che non mi valga il tesserino di artista. Era da un po’ che le tolleravo nel mio appartamento. Erano salite dallo scarico del lavandino, ma questo è un altro discorso.

Orfeo scese negli Inferi solo per adempiere a un dovere, per lasciare un mito d’amore pulito agli adolescenti dopo di lui; ma lui il tarlo dentro lo aveva già, ben prima di voltarsi e di uccidere Euridice con lo sguardo, una seconda volta (R). Io li posso immaginare i suoi pensieri inconfessati, mentre recitava la parte dell’eroe. Orfeo, a chi vuoi darla a bere? Tu Euridice non la rivolevi a casa, neanche per sogno: senza di lei avevi tirato un sospiro di sollievo e trovato la tua vocazione. Potevi cantare la sua mancanza, amarla davvero, per la prima volta, affrancato dalle imperfezioni della vita, dagli imbarazzi, dai tempi morti, dai cattivi odori, dai dubbi, dalla stanchezza. Immagino Orfeo che torna a casa, dagli Inferi, a mani vuote, con il respiro che esita davanti a quel vuoto definitivo, ma anche sollevato dal vuoto. Si immerge nella vasca, al buio, come un tonno tra l’acqua e la morte, e ricorda i bagni con Euridice: la vede emergere come un trionfo dalle bolle, lucida per il velo liquido che resta aderente ai fianchi voluttuosi e alle gambe di tenera gazzella, come una calza che non si sfila mai, per quanto si provi.  Solo ora che è definitivamente morta, riesce a sentire davvero la sua presenza intelligente e intensa, a non darla per scontata, a cantarla per il resto della sua vita. Quando suo padre non rientrò più a casa la sera dopo il lavoro, Orfeo cominciò a cercare il segreto del suo volto e non ha mai smesso. Allo stesso modo, la mano ora può svegliarsi e disegnare Euridice per sempre: gli occhi sono delle virgole oblique che inquadrano le iridi grandi d’acqua; la simpatia del mento arrotondato e impercettibilmente sghembo è più perfetta di ogni simmetria; gli zigomi larghi e fieri raccontano di popolazioni che inseguirono le migrazioni di ungulati attraverso la distesa di solitudini orientali.

A volte penso che gli uomini abbiano inventato la guerra per poter amare davvero le proprie donne, dal fronte: la guerra è stata necessaria all’umanità per poter amare in pace. E trasmettere così la nostra semenza: forse senza le guerre saremmo tutti morti.

Così è Achille che scrive il secondo romanzo di Lello, glielo invia a pezzi, per e-mail, dopo ogni loro incontro, utilizzando come spunti gli echi del mondo esterno che Ulisse si porta addosso, come il fumo di una sigaretta. Achille è il Cyrano che ama Pilar/Rossana attraverso la penna, mentre Ulisse è il Cristiano che se la bacia. Achille può scrivere ma non può vivere, mentre Ulisse può vivere la sua Pilar, ma non ne riesce a scrivere. Sono uno l’angolo esplementare dell’altro e insieme realizzano la duplicazione del numero irrazionale, la P achea, necessaria a ottenere uno scrittore.

La sesta parte è disponibile qui.

Achille piè veloce, parte quarta

Achille piè veloce, parte quarta

Parti precedenti: prima, seconda e terza.

Achille

Ulisse Isolani, mezza vita del protagonista, conosce l’altra metà attraverso una lettera rinvenuta tra i manoscritti: un invito di Achille a incontrarsi per scrivere il nuovo romanzo che Ulisse da solo forse non partorirebbe mai. Achille è il piè veloce del titolo, incarnazione tragicamente ironica dell’attributo con cui Vincenzo Monti ha riesumato la voce di Omero: un uomo di quasi 30 anni, che vive nella sua stanza da molto tempo, in simbiosi con una sedia motorizzata e con il computer dalla tastiera modificata per le sue dita ubriache, attraverso il quale trasforma i pensieri in fonemi e naviga il pelago binario. Achille è un mostro: il suo cranio è grande, senza forma e quasi muto fra i denti marci, sfigurato dall’idrocefalo con cui si presentò alla luce il primo giorno; il corpo è senza peso e senza forza, “invulnerabile solo nel tallone” ovvero dotato di una buona vista e di una durlindana portentosa, “altro dono velenoso del Demiurgo“, che colpisce a vuoto in una autarchia erotica imposta dalla sanzione divina e dalla crudeltà umana. Achille vive al buio, ferito dalla luce, in una tenebra che illuminerà Ulisse di ineffabile splendore.

Kafka e il minotauro

L’abitazione in cui l’eroe diversamente abile vive la sua solitudine “senza porte” è un edificio dedalico, una architettura con elementi monumentali fuori scala, male illuminata, con stanze e corridoi costruiti secondo i progetti inquietanti lasciati da Kafka nel suo incompiuto America (R); sorvegliata da una copia brutta del meraviglioso Laocoonte ellenistico che non trova sollievo nei musei vaticani (R) e da un’altra lotta, quella di san Giorgio e del drago che defensor fidei non timet, malamente rappresentata su tela dal padre di Achille. Kafka qui è il Dedalo che costruisce la trappola che tiene al sicuro Achille dalla minaccia del mondo esterno e che salvaguarda il mondo esterno dal dolore di questo minotauro che attira il suo Teseo, Ulisse Isolani, per dargli fama e vita d’eroe e affinché lui, per sdebitarsi, gliela tolga la vita, liberandolo.

Mi spiegherò meglio, ci provo. Non è semplice, ma la mia personale Arianna – prima di abbandonarmi sulla scogliera di via Etruria, tra gli albatri che si lamentano con la voce delle sirene, in balia dei ricordi che violentano la spiaggia – ha lasciato un navigatore con un filo di voce piena di promesse, cosicché ne venissi fuori e dipanassi l’intreccio, in nome dell’amore che le accesi e che non mi perdonò di amarla a mia volta.

Minotauro è il figlio disabile di Minosse, frutto del tradimento che la sua sposa Pasifae consuma con il toro bianco di Creta, una storia simile alla tresca di una moglie annoiata con il personal trainer, potremmo dire oggi. Pasifae si uccide per la vergogna e Minosse nasconde quella stessa vergogna infelice in una solitudine senza porte, progettata da Dedalo, nutrendone ogni anno la rabbia e l’invidia onnivora con le vite perfette di giovani sani, sette maschi e sette femmine (R). Minotauro non riceve amore, se non quello della sorella, Arianna; amore che forse non è pietà, pietà che forse – in una versione apocrifa del mito – spinge Arianna a cercare l’eutanasia che soffochi i muggiti del fratello, incoraggiando la mano armata di clemenza di Teseo. Ebbene, Achille è il minotauro. E’ vero, l’amore che non è pietà è quello della madre, non della sorella; il genitore che si suicida è il padre, e non la madre; l’architetto del suo labirinto è Kafka, non Dedalo; i suoi complici assassini sono la madre e Ulisse, non Arianna e Teseo; la sua rabbia non si estrinseca nel pasto orribile, ma nei morsi con cui ferisce la mano del soccorritore Lello, come un animale ferito. Ma nonostante queste asimmetrie, Achille è un perfetto epigono del mito taurino sulla disabilità.

Perché sappiamo che Kafka è l’artefice della cattività di Achille? Se vi dico che è perché nella sua stanza stipata di volumi gli unici libri identificabili sono due atlanti di entomologia, probabilmente resterete delusi e perplessi. Allora seguitemi. Vi ho già detto che Lello Isolani ha i sogni diurni infestati dagli autori dei manoscritti inediti che lui deve valutare. Ma tra loro appare un paio di volte proprio il celebre tisico di Praga. E’ fuori posto fra gli anonimi autori in erba, senza speranze e senza talento, ovviamente. E allora perché è lì? Perché lui e non un altro consacrato scrittore? Kafka è invocato continuamente in questo libro, in modo più o meno esplicito, perché è l’unico che può sciogliere la metafora della disabilità e fornirci la chiave per interpretare il labirinto. Quale è la chiave? Un attimo, vi metterò a parte di quello che forse da soli non potreste capire. A suo tempo. Non è la rivelazione della paternità kafkiana della pianta infausta della dimora di Achille; no, quello è solo un espediente per invocare il minotauro attraverso il celebre autore ceco di labirinti (e viceversa). La chiave che scioglie la metafora ha sei piedi.

La quinta parte è disponibile qui.

 

Achille piè veloce, parte terza

Achille piè veloce, parte terza

Parti precedenti: prima e seconda.

Le bugie di Ulisse

Ulisse Isolani, Lello per gli amici, è mezza vita del protagonista, come ho detto. Autore in gioventù di un romanzo di successo, Racconti grotteschi, aspetta di concludere il suo quarto decennio di esistenza lavorando per una piccola casa editrice di Bologna, la Forge, come lettore di manoscritti. Figlio affrancato di un fornaio, ha ricevuto in eredità lamarckiana una cronica inversione del ciclo sonno-veglia, per cui legge di notte e dorme sul tram o sulle panchine tra la sua abitazione e la sede della casa editrice; un ufficio che frequenta con il fine del tutto velleitario di reclamare il suo stipendio e anche con lo scopo molto più realistico di copulare con la segretaria, Circe – che non fa complimenti – nonostante Pilar sia l’amore corrisposto della sua vita. Ulisse lo conosciamo attraverso le fasi REM movimentate e piene di ironia che animano le sue giornate, in cui dialoga con gli autori dei manoscritti a lui sottoposti; e attraverso il linguaggio dell’intero romanzo, che non possiamo dubitare sia il suo. Sappiamo così che Lello formula continuamente ipotesi sulla realtà che sono alternative al senso comune: i centri commerciali all’orizzonte sono transatlantici nella nebbia, gli ombrelli pieghevoli sbocciano, le altalene di un parco sono tristi come patiboli, la gomma e la matita vivono una della morte dell’altra, i lampadari a goccia sono meduse di vetro, il camion dei pompieri balbetta lampi azzurri etc. Mentre dovremmo respingere queste descrizioni come false, ci rendiamo conto, appena averle lette, che sono più realistiche di uno scatto del telefonino: in estrema sintesi, con metafore spesso ellittiche, attingono al nostro immaginario per dire ciò che non è scritto, illuminando un intero affresco nelle pareti della mente. Ma siccome qui voglio parlare di me, e non di Stefano Benni, vi dirò che io stesso ho cercato, in questi anni inutili, combinazioni di parole dietro le quali tumulare il mio silenzio. Se scrivo che le nubi continuano come sempre la loro epica migrazione, lente ed enormi sopra ogni cosa, non ho risolto numericamente un modello matematico della dinamica atmosferica, ma ho svelato comunque una verità fisica del nostro pianeta, lasciandola in eredità ai posteri. Quando ho riconosciuto che la Terra è una macina grave che macina migliaia di vite a ogni giro non ho aggiunto nulla alla meccanica celeste di Poinsot, ma ho proposto una ipotesi che è difficile confutare, che è intuitivamente vera, da un certo punto di vista. Quando scrissi che i miei amati libri sono chiusi come le donne dei soldati che aspettano un crociato che non torna, vi ho raccontato la mia tragedia personale meglio di quanto potrebbero fare decine di trattati di medicina.

La parte quarta è disponibile qui.

 

 

Achille piè veloce, parte seconda

Achille piè veloce, parte seconda

La prima parte è disponibile qui.

Letteraura

Non riuscendo a dedicarmi a cose impegnative, per i capricci della malattia, decido di leggere il romanzo il giorno stesso. Non sono un consumatore di narrativa, se non sporadicamente: vista la fatica disumana che mi costa decifrare il linguaggio, ho rinunciato ai romanzi, e la libreria dei classici è il mausoleo di una vita precedente. Mi dedico a un altro genere ora, gli articoli scientifici, un tipo di letteratura che pur ignorando l’esistenza dei verbi fraseologici e delle subordinate, è molto più avvincente di qualunque trama immaginata, perché racconta la verità della Natura, che ha sempre più fantasia degli esseri umani. Certo, anche nei romanzi o nelle poesie si possono trovare brandelli di verità, ma sono solo soluzioni molto particolari di sistemi di equazioni differenziali di portata generale, diluite in formicai di inchiostro senza fine e per lo più senza senno. Come diceva Seneca al suo Lucilio riferendosi ai lirici? “Non dico che non si debba dare un’occhiata a queste futilità, ma solo un’occhiata e un saluto dalla soglia, badando che non ci raggirino e ci facciano credere che in esse ci sia un grande bene nascosto.” La poesia della prosa del Newton dei Principia Mathematica echeggia intatta nel cuore degli abitanti di ogni angolo dell’universo; ma lo stesso non può dirsi delle carneficine di Omero. Tuttavia siamo solo uomini, non siamo giganti né dèi, per questo abbiamo bisogno di una bellezza più accessibile, veicolata da un linguaggio naturale che si intenda senza fatica e che si possa tenere sul comodino. La letteratura appunto.

Pilar, Asmara e Penelope

Il romanzo letto prima di questo risale all’estate scorsa, o forse alla primavera, non ricordo: Piazza d’Italia, di Antonio Tabucchi. Un dono della stessa mano, che all’epoca leggevo per poterla accarezzare quella mano, con il pensiero. Nella odissea di gente comune, Tabucchi inserisce una Penelope di nome Asmara la quale, come Penelope, è una apologia femminile partorita dalla ingenua fantasia di scrittori maschi, un santino che ritroviamo nella principale figura femminile di Achille pié veloce: Pilar, avvenente immigrata senza permesso di soggiorno, che si paga gli studi all’accademia di belle arti lavorando in un centro commerciale e, solo sporadicamente e per necessità, come cubista in un girone dell’inferno notturno di Bologna. Benni, a differenza di Tabucchi, gioca a carte scoperte: il secondo nome di Pilar è proprio Penelope, e il suo Odisseo (che è una metà del protagonista chimerico del romanzo, come vedremo) si chiama nientemeno che Ulisse. Pilar: capelli scuri, figura atletica di cui vengono descritti dettagli anatomici in genere trascurati dalla letteratura, che danza nella neve boreale i ritmi del Sud America, simulacro onirico di femminilità e fedeltà, ma senza profondità psicologica: di lei non conosciamo i sogni, le debolezze, i peccati. E se la Penelope omerica dovrà aspettare Luigi Malerba per metterci a parte dei suoi pensieri, questa Pilar rimane senza voce. Con le sue disavventure da immigrata e da vittima del licenziamento di un demonizzato centro commerciale, Pilar costituisce il pretesto per un tributo a una ideologia che non appassiona il mio agnosticismo politico, e probablmente neanche quello di Ulisse, quello omerico, piccolo aristocratico tagliagole; oltre a essere l’oggetto dell’amore tutto carnale di Ulisse e di battute porcine nei discorsi da bar fra gli altri personaggi.

La terza parte è disponibile qui.

Achille piè veloce, parte prima

Achille piè veloce, parte prima

Introduzione

I quattro lettori del mio blog, sparsi fra un villaggio di pescatori delle Filippine, una fattoria sperduta della Norvegia e la remota periferia di una triste città italiana del nord-est, sono ormai abituati alla eterogeneità dei contenuti di questa isola del pelago binario, che vanno da articoli di immunologia concepiti per non essere capiti (R) a dimostrazioni gratuitamente complicate di teoremi semplici (R); da ricordi struggenti di meccanica del corpo rigido (R) a poesie che chiedono l’assoluzione nel nome abusato di Ungaretti (R); senza dimenticare programmi che – unici al mondo – eseguono le operazioni in modo più inefficiente di un essere umano discalculico (R), e disegni che hanno sicuramente un significato simbolico profondo, di cui io però ignoro la natura (R); passando per vademecum di medicina scritti da una persona che non ha saputo curare se stesso (R), in decenni di tentativi. I miei lettori dunque, consapevoli che questo sito è un monumento al mio sforzo versatile di farmi notare, non si stupiranno a questo punto di trovare qui anche la recensione di un romanzo: Achille piè veloce, di Stefano Benni. Ma sarà una recensione particolare questa, perché non parlerò né del libro né dell’autore: parlerò di me, tanto per cambiare. Visto che il mio editore (cioè io) mi concede qualunque licenza, faccio quello che mi riesce meglio: attirare l’attenzione.

Consegna a domicilio

Il pomeriggio del 6 dicembre, Mercurio, messaggero degli dèi, suona al mio citofono. Quattro piani dopo, un ragazzo alto e agile si mette in posa nella cornice della porta, l’estrema propagine del mio regno, con un plico: la bruna missiva con il sigillo regale di Amazon Prime. Non aspettavo nulla, ma se non c’è da pagare, accetto di buon grado. Scruto un po’ sovrappensiero il messo, e attribuisco al suo sorriso un qualche significato recondito, immagino che sappia qualcosa di me e del messaggio che porta, qualcosa che ignoro: una classica psicosi di grandezza la mia, una infermiera seducente che nutre l’autostima, la imbocca quando è a terra, da anni. Lascio la luce del mondo e l’aria invernale oltre lo sguardo, rimando l’uscio come se chiudessi un frigorifero nella notte. Dopo una lotta con l’involucro tetragono, trovo un libro su un tale in sedia a rotelle che vive in una stanza (come deduco dalla quarta di copertina); niente messaggi né mittente. Ma è il 6 dicembre, un anniversario. E collego subito i puntini. La consegna del libro a domicilio celebra l’inizio e la fine di un’altra consegna periodica: consegna di patemi d’animo, di promesse seducenti, di tenerezza, di lacrime arretrate, di gelosie pretestuose e di passione con le gambe lunghe, in calze nere.

La seconda parte è disponibile qui.

Diagenesi

Diagenesi

Quello che segue è un frammento proveniente dagli appunti per un romanzo che tentavo di scrivere nel 2006. Il romanzo non fu mai compiuto, anche lui vittima della malattia. Ma alcuni anni dopo utilizzai parte del materiale già scritto per una storia breve, intitolata “Il flauto di Turk” (disponibile qui). Altri passaggi di quegli appunti, come questo, reclamano da anni una vita propria.


Psefiti, psammiti e peliti: i nomi dei frammenti che compongono le rocce detritiche, classificati per dimensione. Rocce detritiche: un sottoinsieme delle rocce sedimentarie. Rocce sedimentarie: il prodotto della compattazione di materiale di varia origine, trasportato dai corsi d’acqua e depositato in fondali di laghi e mari.

Tutte queste definizioni non restituiscono la bellezza del campione che osservo rapito; le dita scorrono sulla sua superficie levigata, lavoro minuzioso della fresa, seguendo il disegno del mosaico di tessere, tutte diverse per colori, forme e dimensioni, immerse in flussi cromatici eterogenei che si incontrano e si diramano e sfumano: algida trasparenza dei granuli di quarzo, sinuoso candore del carbonato di calcio, venature cremisi di ossido di ferro. Frammento di un fondale, unica memoria di un lago pieno di vita, di tante vite vissute migliaia di anni fa.

Fondale, congelasti il tuo cuore per sopravvivere alla malinconia del consumarsi del tempo, quando vedesti invecchiare il superbo cervo megacero che si abbeverava alle acque della tua dimora, un limpido lago montano. Il palco di quercia del re dei cervidi smise, un poco alla volta, di lanciare il suo grido di sfida; avvizzirono i muscoli, e la luce cessò di riflettersi vivida sulle sue iridi ambrate.

Un giorno dei suoi ultimi il cervo annusò la tua acqua e rialzò il capo volgendo lo sguardo affranto all’impenetrabile bosco di latifoglie, antico agone dei suoi trionfi; al lontano altipiano, pascolo dei placidi elefanti lanosi, ai bei monti innevati. Quel giorno come sempre, le renne brucavano meticolosamente la radura, con le pellicce imbevute di luce, vegliate da betulle immobili, pallidi guardiani; le api ronzavano assorte per le valli, instancabili, mentre le nubi proseguivano la loro epica migrazione, sfilando lente ed enormi sopra ogni cosa.

Tutto come sempre, dovette pensare il cervo, e così sarà dopo di me. Un altro cervo verrà ad abbeverarsi qui e poi un altro dopo di lui, mentre i fiori e il muschio mi avranno già consumato da tempo, nel cuore sospeso del bosco. Così sussurrò e si guardò nel riflesso dell’acqua.

Fondale, tu eri lì, oltre il diaframma della superficie, da sempre; vedevi il megacero animato dalle increspature del lago, rifratto in mille modi diversi e poi ricomposto e scomposto di nuovo. Finché non vedesti che il cielo.

E nel fondo del lago ti ammalasti di malinconia per il dolore di aver perso la gioia dei tuoi occhi, per la sofferenza di aver veduto lo scempio che il tempo fa alle creature più belle. E allora ti lasciasti seppellire dai sedimenti, volesti metri di terra sopra di te, per non vedere l’opera ingrata del tempo; volesti perdere ogni sensibilità, tramutandoti in roccia, per non soffrire più.

Le nuvole animavano il cielo, continuamente cangianti in forma e colore; si palesava l’oscurità del cosmo, poi giorno di nuovo e notte, dopo il cadere di una foglia. Giorno e notte. Nottole cieche davano il cambio a balestrucci esausti, rondoni alle nottole e balestrucci di nuovo: un altro giorno. Notte: vibrare impercettibile delle alte frequenze dei mammiferi volanti e poi stridio d’ardesia, pianto dei grossi rondoni: di nuovo mattino. E l’arco colossale del Sole divenne una ruota impazzita; e le stagioni si rincorsero in una staffetta che non aveva meta. Così valicasti i millenni in una nuova esistenza sospesa.

Diagenesi, questo è il nome di ciò che hai fatto; ma non rende l’idea. Ora sei sul palmo della mia mano, eco del Pleistocene, fotografia scomposta di quel cielo; e di un cervo, della genia dei megaceri, popolazione di giganti senza progenie.

Durerai fino all’ultima fibra dello stoppino del grandioso reattore a fusione che la Terra corteggia da sempre. Quando ne vedrai scomparire anche l’ultimo lucore, allora di tutta la Terra non resterà altro che il tuo ricordo di un riflesso vivido di iridi ambrate, animato dal velo di pianto, rifratto in mille modi diversi, scomposto e ricomposto di nuovo. Per sempre.