Biogenesi, parte 2

Biogenesi, parte 2

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Lev uscì sul prato davanti l’ingresso dell’aula universitaria e si trovò all’improvviso spossato, distrutto nel fisico e nella mente. Era nauseato da quello che si diceva nell’edificio alle sue spalle. D’un tratto si rese conto che nella facoltà di filosofia si pronuncivano solo chiacchiere capziose e inconcludenti, laddove lui avrebbe avuto bisogno immediato di risposte concrete. Comprese chiaramente, in quel momento, che era andato a bussare alla porta sbagliata. Infatti capì che i maestri del passato, che lui era lì per interrogare,  non avevano lasciato verità già definite, quanto piuttosto quesiti da risolvere. E forse avrebbero trovato le soluzioni se non avessero cercato anche quelle superflue. Chi era quel sapiente che si chiedeva «Abbiamo tanto tempo a disposizione? Abbiamo già imparato a vivere e a morire?». Certo, pensava, lui era tra quelli che non lo avevano ancora imparato.

Si guardò attorno. Il sole pomeridiano di quella giornata primaverile segnava vivide macchie tra gruppetti scomposti di studenti, evidenziava morbidi riflessi di chiome folte e brillava nella purezza di iridi intatte. Quelle immagini di una gioventù serena sembravano dimostrare che una vita felice fosse ancora possibile. Ma allora perché per Lev l’esistenza era diventata, da un po’ di tempo a questa parte, del tutto intollerabile? Era assurdo, ma lo aveva colto un senso tragico di smarrimento e di insoddisfazione. Il fatto era, pensava, che lui non sapeva affatto per quale motivo vivesse. Si ritrovava d’un tratto animale tra gli animali, perduto in un angolo remoto di universo, destinato a vivere da condannato a morte un’esistenza senza significato.

Provò a fare un po’ di ordine nella sua testa. Pensò che per imparare a vivere avrebbe dovuto sapere perché vivere, a quale scopo. E lui era ben lontano dal saperlo. E allora che fare? Non poteva neanche continuare a vivere nell’assenza di uno scopo perché, a differenza di tutte le persone che vedeva intorno a sé,  lui aveva in odio la vita. La vita cioè gli era intollerabile.

Lev era reso esausto da queste considerazioni, inoltre trovava insopportabile l’aria primaverile di quella giornata, troppo in contrasto con il suo stato d’animo. La stagione invitava a un godimento pieno e sensuale dell’esistenza, proprio mentre Lev provava un forte senso di anedonia, una incapacità assoluta di provare piacere. Dunque il ragazzo rientrò nella fresca aula universitaria e si mise seduto. Era praticamente solo. Le lezioni erano  finite per quel giorno e niente avrebbe costretto uno studente a indugiare un istante di più in un luogo di studio.

Lev mise sul tavolo le sue mani e si ritrovò davanti i fogli che stringeva. Erano gli appunti che aveva preso con scrupolo quella giornata. Li trovò semplicemente nauseanti. Certo non aveva idea di quale fosse il significato della vita, ma aveva, miracolosamente, una certezza: sarebbe scappato a gambe levate dalla facoltà di filosofia.

Sollevato da questa decisione si mise a guardarsi intorno. Notò che di tanto in tanto, nel locale deserto,  entravano degli uccelli. Vide che un passero stava passeggiando tranquillamente sul pavimento, raccogliendo le briciole di qualche spuntino. Quell’uccello aveva imparato che gli studenti sono degli sporcaccioni e hanno deprecabili abitudini alimentari, cioè mangiano sempre. Dunque Lev pensò che quella creatura approfittasse regolarmente dell’assenza degli umani per entrare e raccogliere il suo pasto. Questa era una notevole prova di adattamento per un discendente dei dinosauri, pensò il ragazzo. Molto tempo dopo egli ricordò quella circostanza, ricordò il piacere che provò, in quel periodo di dolore, nell’osservare lo zampettare del passero fra i banchi dell’aula deserta. In quel preciso momento la soluzione ai suoi problemi aveva sfiorato il suo cervello. Ma era solo un’ombra e gli sfuggì tra le mani.

Lev uscì dall’edificio e cominciò a camminare. Camminò per mesi, da solo, con il suo rompicapo, interrogandosi, dal mattino alla sera. Si ripeteva «Debbo decidere cosa fare della mia vita. Bene, ma allora devo prima sapere cosa è la mia vita, da dove proviene e perché. Ammesso che per ottenere l’umanità basti mescolare una bella manciata di selezione naturale, un pizzico di coincidenze, fortuna quanto basta e cuocere a fuoco lento per qualche milione di anni, mi resta un problema grosso: l’universo. L’universo esiste da sempre? Ma che vuol dire “da sempre”? E se non esiste da sempre, cosa c’era prima? E, in ogni caso, perché c’è l’universo e non c’è il nulla? Ammettiamo che l’universo sia stato creato da Dio. Allora cosa è mai Dio? Da quanto tempo esiste Dio? Cosa c’era prima di Dio? Cosa pensava Dio prima di generare l’universo? Perché Dio ha creato l’universo? Perché…» e continuava con la serie infinita delle domande senza rispondere alle quali pensava che non sarebbe potuto vivere. Si  trovò a ripetere con Qohèlet «ho osservato tutte le opere che si fanno sotto il sole ed ho concluso che tutto è vanità e occupazione senza senso».

Una sera si diresse alla stazione ferroviaria. Nel pomeriggio aveva piovuto e l’aria era piacevolmente fresca. A occidente il cielo era infiammato e, sul suo rosso-arancio, si stagliavano nubi blu cupo. Andando verso oriente il fuoco si spegneva gradualmente e gli spiragli fra le nuvole apparivano celesti e poi blu, laddove le nubi erano velate di rosa verso il tramonto ed erano di colore blu notte dalla parte opposta. Nuvole leggere e sfilacciate correvano veloci su uno sfondo immobile di imponenti cumuli vaporosi. Quando arrivò alla stazione il tramonto aveva smesso di dare spettacolo; gli sprazzi di cielo erano ormai ovunque bui e i nembi avevano già il colore della notte.

Lev prese un quotidiano da un cestino e si sedette su una panchina del terzo binario. I grilli riempivano il silenzio tra il turbinio di un treno e l’altro. Il ragazzo osservava gli innumerevoli volti dei passeggeri incorniciati nei finestrini come altrettanti quadri. C’era chi leggeva, chi discuteva, chi torturava i tasti del suo palmare, chi si affacciava sul mondo esterno. Tutta questa gente non si martoriava con il ricatto che Lev faceva a se stesso, cioè “o scopri qual è il significato della tua esistenza o muori”. Questa gente viveva pur non conoscendo la verità sul perché della nostra esistenza. Viveva perché vivere le risultava piacevole. Per Lev purtroppo le cose non stavano in questi termini. E così quando notò che alcuni convogli passavano per la stazione senza fermarsi, sfrecciando a gran velocità, pensò che sarebbe stato terribilmente facile gettarsi davanti a uno di essi. Il suo corpo sarebbe stato smembrato, in un secondo, dagli spigoli vivi delle placche magnetiche dei binari. Un salto, l’impatto violento con la motrice, durissima, senza nessuna tenerezza. Cosa avrebbe sentito di questo impatto? Quasi nulla, pensava, forse un improvviso, istantaneo, senso di compressione; ma poi la coscienza sarebbe scomparsa subito, per sempre. E allora per Lev non avrebbe avuto più senso la parola “dopo”, mentre l’avrebbe avuta per il suo corpo. Lev e il suo corpo sarebbero stati allora distinti. Lev, che risiedeva nel cervello vivo, era una coscienza, un insieme di ricordi, un modo di sentire il mondo che non sarebbe potuto sopravvivere altro che nella memoria di quanti lo avevano conosciuto. La sua casa sarebbe stata rotta e non sarebbe più potuta essere riparata. Lev non sarebbe esistito più. Il suo corpo sarebbe esistito per poco ancora, ma esso non contava nulla.

*

Quando Lev intraprese i suoi studi di Fisica, nei vari laboratori del Sistema Solare fervevano gli esperimenti sul viaggio temporale. Infatti la teoria aveva dimostrato la possibilità di andare indietro nel tempo. Si era d’accordo però che fosse impossibile fare il percorso inverso. Cioè sarebbe stato impossibile andare nel futuro e sarebbe stato altrettanto impossibile tornare al presente per un equipaggio spedito nel passato.

Lev ebbe fortuna perché poté lavorare nei laboratori all’avanguardia nel campo della crononautica, con le migliori menti di quegli anni di fermento. Oltre la fortuna, egli ci mise l’impegno. Infatti, una volta deciso che sarebbe vissuto fin tanto che avesse potuto lavorare alla realizzazione della crononave, visse solo di lavoro, per vent’anni.

Egli non era realmente un  genio, ma arrivò alla direzione dei lavori per il vascello con la tenacia e la testardaggine. Realizzò, in pochi anni, quello che tutti pensavano sarebbe stato possibile solo in un cinquantennio di ricerche. La sua vita fu messa al servizio di un sogno.

Egli rinunciò a tutto ciò che non avesse a che fare con i suoi studi. Eliminò dalla sua vita tutto il superfluo e nel superfluo mise i piaceri, anche quelli più innocenti, e le relazioni umane non indispensabili. Era convinto infatti che nei rapporti umani si sciupasse troppo tempo e non pensava che da essi si potesse ricavare qualche cosa di utile per i suoi scopi. Ridusse al minimo gli scambi verbali con i suoi simili e quasi dimenticò il suono della propria voce. Secondo lui la narrativa era pericolosa poiché lo distoglieva dai suoi scopi. La poesia era diventata per lui una malattia dello spirito e così anche la pittura e ogni altra forma d’arte. Nessuno lo avrebbe potuto costringere ad assistere a una proiezione ologrammica, si sarebbe ribellato con tutte le sue forze.

Fu così che eliminò dal suo alloggio ogni libro che non fosse attinente ai suoi studi. Fece carta straccia dei disegni a cui in passato si era dedicato con tanta passione e uccise per sempre quella parte di sé che amava catturare la magia dei volti sulla carta. Uccise quel Lev e ne distrusse il corpo.

Con gli anni limò i suoi gesti quotidiani, per eliminare tutto ciò che fosse di troppo. Per lui il cibo doveva essere non condito, perché sarebbe stato uno spreco impiegare qualche secondo ogni giorno a versare il condimento. Leggere il giornale o vedere i notiziari era un lusso inutile, poiché il novantanove per cento delle nozioni che si sarebbero così apprese non avevano nulla a che fare con la crononautica. Ma soprattutto, per ottimizzare il tempo, si doveva imparare a pensare, per riempire i tempi morti non eliminabili. Così Lev cominciò a riservarsi dei problemi, relativi al lavoro sperimentale, per i minuti che passava sotto la doccia o per quelli che doveva trascorrere in aeromobile. Il suo cervello era sempre attivo, puntava sempre allo stesso fine: rendere una realtà la crononautica. Viveva in un continuo dialogo interiore con se stesso, in un gioco dialettico il cui unico scopo era quello di attaccare e demolire tutti gli ostacoli che si frapponevano fra lui e la realizzazione del vascello crononautico.

Egli elaborò un insieme di semplici regole alle quali attenersi scrupolosamente, ostinatamente, con tutte le sue forze. Ecco cosa era scritto in un quadretto appeso nel suo studio, sopra il suo tavolo da lavoro:

  1. La tua unica missione è realizzare la crononave. Datti tutto a essa e abbandona il resto.
  2. Legge del massimo impegno: cerca la fatica in quanto cosa sana e nobile.
  3. Legge della massima difficoltà: fra due strade scegli sempre la più difficile.
  4. Legge dell’autarchia: quando senti l’avvilimento chiedi aiuto solo a te, ti devi bastare da solo, pena la rovina totale.
  5. Legge della solitudine: vivi lontano da tutti.
  6. Disprezza i bisogni materiali e cerca di liberartene. Si moderato in ogni cosa: nelle parole, nel cibo, nei bisogni.
  7. Se cadi non vergognartene ma rialzati e riprendi da dove hai lasciato.
  8. Ricordati sempre che la vera gioia non risiede nelle comodità e nei piaceri ma nella consapevolezza di non essersi risparmiato neanche un po’ nella realizzazione della crononave.
  9. Diffida sempre di qualunque considerazione volta ad incrinare la necessaria fermezza di cui devi dare prova.
  10. Agisci come se domani tu debba abbandonare la vita

I quesiti che avevano tormentato Lev in passato erano per lui tutt’altro che dimenticati, la loro soluzione era solo rinviata. E nel tentativo di realizzare una macchina che andasse verso il passato ne aveva trovata una per inventare il futuro: si trattava della sua attività sperimentale. Viveva nell’attesa del risultato dell’ultimo esperimento, raccoglieva i dati, ideava il nuovo esperimento e così via, senza soluzione di continuità, senza prendere fiato, mai.

Andava a letto con in mente un problema, crollava letteralmente dal sonno, si svegliava con i vestiti in dosso e andava a capo chino verso il laboratorio o dentro il suo studio. Amava poi strappare delle notti al sonno, lavorare quando le altre persone dormivano, sottrarre delle ore alla morte. Studiava fitto fitto nel cuore della notte ma poi non poteva rinunciare, e questa era la sua unica debolezza, ad aspettare l’alba con una tazza di caffè, ad attendere quell’attimo indefinibile in cui si passa dalla notte al giorno, quel momento in cui sentiamo che un’altra notte è passata. È un momento fugace, quasi non lo si coglie. Mentre si cercano a est i festoni rosa del giorno, le ultime stelle a ovest sono scomparse e il blu della notte ha subìto una  sfuggente sfumatura verso il blu del mattino.

E fu in questi rari momenti di sosta che cominciò a farsi largo nella sua mente la soluzione a tutte le domande degli esseri umani, e in primo luogo a tutte le sue domande. L’idea era di viaggiare nel tempo per poter viaggiare nello spazio, oltre i limiti dell’universo, per scovare Dio, raggiungerlo nell’alto della sua olimpica dimora e metterlo alle strette con una raffica di quesiti.

Le cose erano molto semplici e stavano in questi termini: se si fosse potuto andare nel passato per quindici miliardi di anni, ci si sarebbe ritrovati in un universo compresso in uno spazio talmente ridotto che, con il più potente propulsore disponibile, si sarebbe potuto attraversarlo completamente in un tempo ragionevole, superando i limiti dello spazio occupato dalla materia. Si sarebbe così potuto vedere cosa ci fosse oltre il cosmo.

Se si fosse mandato un equipaggio, questo avrebbe potuto tenere un diario del viaggio, diario che sarebbe stato affidato poi a un modulo spaziale; questo avrebbe avuto il compito di trasportarlo in un luogo che fosse stato, miliardi di anni dopo, accessibile agli uomini contemporanei di Lev.

Ma i problemi erano numerosi. Oltre a quelli di natura tecnica, legati alla realizzazione di un vascello che fosse stato in grado di spostarsi in un giovane universo affollato da materia stipata all’inverosimile, alla realizzazione di un propulsore sufficientemente veloce, alla realizzazione di una unità di sopravvivenza che avesse permesso a un equipaggio di non morire stritolato dalla accelerazione del motore stesso, vi erano dei problemi di carattere teorico. In particolare Lev si chiedeva se il passato raggiungibile con la crononave fosse stato sulla stessa linea del suo presente e, se sì, Lev si domandava se  andare nel passato avrebbe comportato modificare il presente.

È chiaro che se realmente interferire col passato avesse voluto dire alterare il tempo presente, allora sarebbe stato assolutamente inutile sforzarsi tanto per rendere realtà la crononautica. Infatti sarebbe stato sufficiente schiacciare un lombrico del Paleozoico per rendere imprevedibile il corso degli eventi, mettendo a repentaglio l’esistenza, nel presente, di ogni cosa e di ogni creatura dell’universo.

Ma Lev era convinto che nella storia del cosmo dei vascelli umani fossero già sbucati dal futuro. In pratica lui pensava che, qualunque intromissione gli uomini avessero fatto nel passato, il presente non sarebbe cambiato affatto perché esso era così com’era proprio in quanto quei viaggi  indietro nel tempo erano stati compiuti. Anzi lui era sicuro che i suoi discendenti avrebbero istituito un organo per lo studio del passato con inviati crononautici. Lev sapeva che anche nel suo tempo, tra gli uomini che incrociava per la strada, dovevano esserci dei crononauti. La realtà che nessuno se ne potesse accorgere e che nessuno se ne fosse mai avveduto fino ad allora si spiegava col fatto, pensava Lev, che gli umani erano interessati a conoscere lo sviluppo della storia senza il contributo delle conoscenze venute da un altro tempo.

Altro problema era quello di trovare un equipaggio che fosse disposto a partecipare ad una missione senza ritorno. Infatti non ci sarebbe stato modo, per un essere umano, di vivere nel cosmo di quindici miliardi di anni fa. Nessun pianeta avrebbe potuto ospitarlo e l’autonomia di energia, di aria e di viveri  del modulo spaziale si sarebbe prima o poi esaurita. Si trattava cioè di una missione suicida.

C’erano poi una serie di movimenti contrari alla crononautica. Si trattava di schiere ecologiste da un lato e di ambienti religiosi dall’altro. Ma di queste voci Lev aveva, isolato com’era, una percezione lontana.

Una notte, in attesa del Sole, Lev volle fare il punto della situazione, visto che la realizzazione della crononave sembrava a una svolta. Scrisse su un foglio gli ostacoli che si opponevano al viaggio verso Dio. Scrisse:

  1. necessario scafo resistente alle sollecitazioni del giovane universo;
  2. necessario propulsore abbastanza veloce;
  3. necessario modulo di sopravvivenza per permettere all’equipaggio di sopportare l’accelerazione;
  4. necessario scoprire se il passato sarebbe sulla stessa linea temporale del presente; in caso affermativo scoprire se un’interferenza cambierebbe il presente;
  5. trovare un equipaggio disposto al suicidio.

Il problema rappresentato dal punto uno non sembrava che sarebbe dovuto essere irrisolvibile. Già da tempo infatti si costruivano sonde in grado di penetrare negli strati superficiali del Sole, per studiare la dinamica interna della stella.

Per quel che riguardava poi il punto due, si dava il caso che un giovane ingegnere, di nome D. Smith, stesse lavorando, negli stabilimenti della stazione Pax, a delle vele solari le quali avrebbero permesso a un modulo di raggiungere un buon ottanta per cento della velocità della luce. In pratica le vele offrivano resistenza alle emissioni elettromagnetiche del Sole, e dunque di qualunque altra stella, le quali esercitavano così una pressione su di esse. Lev pensava che questo sistema di propulsione, affiancato al classico motore a reazione nucleare, sarebbe stato perfetto per il suo vascello. Il punto due sembrava rappresentare dunque un ostacolo superabile.

Il punto tre era di facile risoluzione: bastava usare dei grossi generatori di gravitoni, simili a quelli usati per il trasporto dei convogli e per la produzione di gravità nello spazio. Generando infatti un campo gravitazionale di segno opposto all’accelerazione del modulo spaziale, si sarebbe potuto ridurre la stessa accelerazione, rendendola sopportabile per un essere umano. Si trattava solo di mettere in pratica la teoria. Lev sapeva che, non appena fosse stato approvato il suo viaggio, i laboratori di tutto il Sistema Solare impegnati in questo settore avrebbero fatto a gara per produrre, in breve tempo, una camera di decelerazione.

Il punto quattro costituiva l’ostacolo più grande, quello che avrebbe potuto mandare all’aria tutto. A causa sua Lev fece la sua parte in fatto di sudori freddi. Aveva, a causa sua, il terrore di dover rinunciare al suo sogno, il terrore di ritrovarsi senza missione, a fare di nuovo i conti con i suoi mille perché.

Una notte Lev si svegliò improvvisamente in preda al panico, aveva fatto un incubo. Aveva sognato di camminare su delle lastre disposte in una fila infinita, immerso in una atmosfera sospesa. Procedeva dietro un minuscolo dinosauro che zampettava, voltandosi di tanto in tanto. Si girava, ma non per guardarlo; sembrava guardasse qualche cosa dietro di lui, lontano lungo il lastricato. Intanto Lev cominciava ad avere l’impressione di una minaccia incombente, dietro le sue spalle. Provava il desiderio di correre ma non poteva, era pesante, quasi immobilizzato. Per quanti sforzi facesse per scappare, non riusciva a smuovere le sue gambe di piombo. E intanto un turbinio si avvicinava, una vibrazione si trasmetteva al suo petto, attraverso le gambe.

L’uomo si guardava attorno e vedeva gente serena  e spensierata. Quelle persone erano  lì ma non si accorgevano di lui, non notavano il suo affanno, l’orrore dipinto sul suo volto. Provava a chiamarle, ma la sua bocca era afona. Non una vibrazione usciva da essa, anche respirare era impossibile. Rimase muto con un sospiro sospeso.

Poi un movimento d’aria lo investì e Lev capì improvvisamente, con sgomento, ogni cosa: era su un lastricato magnetico e dietro di lui c’era un treno in arrivo.

Svegliatosi, e fatta mente locale, decise che avrebbe vissuto come se il problema del punto quattro non lo avesse riguardato. Doveva andare avanti con il suo lavoro, anche se era concreto il pericolo che sarebbe stata tutta fatica sprecata.

Per quello che riguardava la ricerca di un equipaggio disposto al suicidio, Lev aveva le idee abbastanza chiare. D’altra parte fare qualche cosa di eroico sarebbe stato il modo migliore per morire.

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Biogenesi, parte 1

Biogenesi, parte 1

Prefazione

Quella che segue è la prima parte di un racconto riversato sullo schermo in due giorni e mezzo dal sottoscritto, nella primavera del 2005. Vivevo fuori dal mondo ormai già da alcuni anni, ero scivolato su un dirupo metabolico, una anomalia di cui nessuno poteva sapere nulla all’epoca, e di cui io so ora molto più di ogni medico che mi visitò, pur non avendone che una conoscenza approssimativa, nella migliore delle ipotesi.

Non potendo più pensare lucidamente, fare calcoli, indagare la natura con la mina 0.5, la mia mente intraprese un viaggio impossibile, fino ai confini e oltre. Quello che segue è come un sogno, tessuto con i fili delle speranze frustrate, della aspirazione umana all’amore e di quella eroica alla verità assoluta. Il viaggio inzia davanti a un cielo stellato e finisce dentro il firmamento ingombro di astri.

Lev, il protagonista, è uno scienziato, ma in realtà di scientifico in questo racconto non c’è nulla: si tratta piuttosto di una favola, di un esempio ingenuo e a volte puerile di itinerarium mentis in deum, un genere narrativo con una tradizione lunghissima, che percorre la storia umana in una staffetta che va da Dante a Stephen Hawking, passando per Arthur C. Clark e Ridley Scott.

Il racconto è molto semplice: una storia lineare che segue Lev dalla adolescenza alla maturità. La povertà di interazioni umane rispecchia l’isolamento in cui ero immerso, quella solitudine in cui ogni incontro diventa un tesoro e ogni esistenza un viaggio. Eppure, tolte le comparse, restano due personaggi che però, sotto la superficie (e senza dover scavare molto), hanno la stessa identità, cioè la mia. Forse non è corretto: i due unici personaggi del racconto non coincidono con l’autore; essi sono, come spesso accade nella cattiva letteratura, la sua parte migliore. Lev, in particolare, è mio figlio e mio padre; è l’uomo che avrei voluto essere.

Il racconto, nella sua semplicità, lambisce tuttavia idee fondamentali della ricerca millenaria dei perché, come la sostenibilità della teoria deterministica di Laplace, il suo rapporto con la creazione umana a immagine e somiglianza di Dio; il ruolo dell’indeterminazione quantistica nella storia dell’universo e la sua influenza sul comportamento umano. Per me questo racconto fu uno strumento per chiarire le idee, per partorire la mia via all’agnosticismo razionale, una chiave di lettura del mondo che da quei due giorni e mezzo di 14 anni fa, mai mi ha abbandonato.

biogenesi
Figura 1. La premiazione (a sinistra) e l’illustrazione creata per questo racconto dagli organizzatori del concorso Apuliacon 2006 (R).

“Qualunque sia il valore dei miei libri, leggili con

la persuasione che in essi io cerco ancora la verità;

non l’ho trovata ma la cerco ostinatamente.”

Lucio Anneo Seneca

L’asteroide sfrecciò senza un sibilo verso l’emisfero in ombra della Terra. Le prime molecole della nostra atmosfera lo ferirono come proiettili. Aveva aspettato un’eternità per questo incontro, ma la sua luna di miele con il nostro sfolgorante pianeta fu effimera; fu come una lacrima, come una vita. Prese a bruciare e a sgretolarsi in gocce di fuoco. Fu una pennellata di luce, un microscopico bagliore sulla metà in ombra del volto della gemma del Sistema Solare.

Fu solo un attimo di gloria per quel frammento di roccia, il riscatto da una vita millenaria di solitario silenzio. Bruciò molto prima di raggiungere il suolo. Pagò con la sua esistenza il tributo allo splendente pianeta azzurro. Fu solo un attimo, ma bastò perché Lev potesse vedere il suo sacrificio. “Che bello” pensò. Ma non disse nulla, le cose belle non si dividono con gli altri.

Si trovava con suo fratello e un amico sul terrazzo della casa di campagna. La scuola sarebbe ricominciata solo un mese dopo.

«Vedo le luci del condotto fra l’astroporto e il laboratorio di biogenesi», diceva Pg, il fratello. Era tutto preso mentre stava incollato al suo telescopio, puntato verso la falce del nostro satellite.

«Lo  sapete che sono arrivati a ottenere una rudimentale sintesi proteica? Hanno giocato solo con quegli elementi  presenti nell’atmosfera della gioventù della Terra» disse David, il loro amico. Stava consultando il suo palmare che lo colorava di una tenue luce azzurrognola. Aveva davanti la mappa dell’insediamento lunare.

«Lo sanno tutti» disse Lev, in tono annoiato. Infatti quegli esperimenti sull’origine della vita nel nostro pianeta erano diventati un caso interplanetario. Le notizie sui progressi degli scienziati avevano raggiunto tutti gli angoli del Sistema Solare, uscendo di gran lunga fuori dagli elitari ambienti scientifici.

Perché tanto interesse della gente a questi esperimenti? Quando si trattava dei progressi sulla conoscenza della struttura della materia o della trasmissione dei campi di forza i media lanciavano, nell’indifferenza generale, dei succinti resoconti. Ma nel caso degli esperimenti di biogenesi i talk-show impazzavano. Il pubblico pendeva dalle labbra degli esperti. Stanley Miller era divenuto una celebrità e il suo esperimento del lontano 1953 era ormai patrimonio collettivo. La gente voleva sapere, si documentava.

Ma cosa voleva sapere? Lev notava un certo senso di inquietudine nella collettività, quando si faceva riferimento a questi esperimenti, e sapeva a cosa era dovuto. Gli esseri umani avevano paura di scoprire che l’umanità fosse figlia delle aride leggi della chimica; che la biofisica potesse spiegare le sue origini, quelle dei suoi sentimenti, dei suoi amori; che, infine, il suo stesso libero arbitrio non fosse poi tanto libero.

Certo anche Lev era turbato da questi esperimenti, fingeva però di non provare alcuno stupore all’idea di essere un sistema fisico esattamente come il pendolo, di cui aveva studiato la legge del moto in terza media, due anni prima. Fingeva di non essere toccato da questa idea. Ma non era così. Non finiva di chiedersi cosa siamo in realtà noi esseri umani, e quali principi debbano veramente guidare le nostre esistenze.

Ma si era in estate, il vento accarezzava i capelli e la musica che veniva dalla festa, in piazza, suggeriva riflessioni meno impegnative.

«Ecco le miniere» disse Pg, mentre invitava David al cannocchiale. I due erano tutti presi, sebbene avessero perlustrato il suolo lunare già numerose sere.

Lev afferrò il binocolo e ritornò alle sue osservazioni. Il suo soggetto era un po’ diverso da quello dei suoi due compagni: cercava un volto tra la folla in piazza. Trovò suo padre che sfoggiava il suo sorriso più accattivante, mentre sua madre lo stringeva a un braccio, cercando di portarselo verso la pista da ballo. Vide dei bambini che giocavano sotto la struttura del palco. Trovò un crocchio di amici che discutevano, sorseggiando una bevanda.

Tante luci. Facce allegre. Ma lei non c’era. L’aveva persa. No, eccola, la trova: sta ballando con un ragazzo. Lev lo conosceva, era solo un bullo. «Possibile che balli con quello?» disse piano fra i denti. Lei aveva un vestito chiaro, senza maniche, che avvolgeva il suo busto sottile per aprirsi poi, sotto la vita, in una ampia, ondeggiante corolla.

Ma il tremolio del binocolo disturbava l’osservazione di Lev, rendeva confuse le immagini, mentre lui voleva i particolari; voleva memorizzarli per creare una copia esatta di lei nella sua mente, per averla sempre con sé,  per guardarla e riguardarla a suo piacimento.  Allora si accostò al parapetto del terrazzo, vi aprì  sopra una mano e  posò su di essa il binocolo. Riprese l’osservazione. Ora andava meglio. Il ballo era finito e la ritrovò che parlava con delle amiche. Riusciva a vedere la sua ampia fronte, la riga da una parte, i capelli trattenuti dalle orecchie, i suoi grandi occhi scuri. “Lei parla, ride, scherza e io la guardo. Ha solo un vestito leggerissimo e pare non abbia freddo. Io invece sono infagottato e nonostante questo ho i brividi. Forse sono malato” pensava Lev.

«Credi che papà ci manderà sulla colonia lunare per la gita scolastica del prossimo anno?» chiese Pg a suo fratello, mentre consultava il palmare di David. Lev era distratto, tutto preso col suo binocolo, emozionato come quando si appostava, al parco naturalistico, per osservare gli uccelli.

Mentre era incollato agli oculari gli venne da pensare che la biogenesi avrebbe anche potuto dimostrare che quella ragazza fosse un sistema fisico governato da leggi matematiche, ma  per quanto lo riguardava lei andava benissimo anche così. Inoltre si era in estate, la scuola era lontana, il sorriso dei suoi genitori era più smagliante che mai, il mondo era un posto confortevole dove vivere e Lev aveva tutta la libertà di sognare. Dunque non era il caso di affaticarsi in riflessioni troppo serie.

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Achille piè veloce, parte sesta

Achille piè veloce, parte sesta

Parti precedenti: prima, seconda, terza, quarta, quinta.

Fuor di metafora

Così come La metamorfosi di Kafka non è un saggio di entomologia, allo stesso modo Achille piè veloce non è Oliver Sacks. Come ho spiegato, sembra piuttosto una riflessione sul mestiere di scrittore che rivisita in modo originale la figura retorica esapode. Eppure la metafora di Benni è costruita talmente bene da guadagnare una vita autonoma con la quale può raccontare il vissuto di un giovane disabile meglio di molta medicina narrativa. Ed ecco il motivo per cui ho sparato tante proposizioni a salve su questo libro. Tutto quello che ho scritto fin qui è solo una premessa a ciò che sarà appannaggio dei miei due lettori residui (ieri il vetusto Björn si è spento davanti al PC aperto sul mito di Titone; sentiremo la sua mancanza, anche se da tempo tutti i suoi cari sembravano troppo indaffarati per accorgersi della sua presenza).

Achille sta esaurendo il terzo decennio di vita in una grande camera quasi completamente buia, la cui unica finestra è nascosta dietro un tendaggio. Si muove grazie a una sedia motorizzata e vocalizza per mezzo del computer con il quale si tiene anche in contatto con il mondo esterno. La sua testa è gonfiata e distorta dall’idrocefalo con cui è nato e il suo corpo è troppo debole persino per far rotolare la grafite di una matita sul suo nome. La dentatura è guasta, come spesso succede in questi casi se la mano premurosa che porge il cibo non si occupa anche di rimuoverne i residui. Benni allude in un paio di occasioni a una sonda che collega il cervello di Achille al cuore: al di là dell’evidente significato simbolico assunto da questo dispositivo, è legittimo pensare che si tratti di uno shunt cerebrale, ovvero un condotto che drena il liquor in eccesso verso la cavità peritoneale. Achille sembra inoltre affetto da epilessia (anche se non viene detto esplicitamente nel testo) e ciò non stupisce se consideriamo la sua malformazione. Soffre infine della temibile sindrome di De Curtis, “sovente associata alla sindrome di Lovecraft”, come lo stesso Achille scrive: espressioni ironiche con cui Achille mette in guardia Ulisse sulla sua instabilità umorale – un disturbo ciclotimico per dirla con il DSM – che in fondo è però una malattia altamente prevalente nella nostra specie, anzi in tutti gli esseri viventi di questo pianeta condannato alla precessione degli equinozi dal principio di conservazione del momento della quantità di moto (chi fosse interessato alla dimostrazione di questo anatema può consultare il capitolo 18 del mio manuale di Meccanica Razionale: qui).

Odissea XI, vv 613-617

Achille è chiuso fuori dal mondo esterno, non solo perché la luce lo ferirebbe (per quello basterebbe un paio di occhiali da sole), ma perché “in questi ultimi anni, ogni volta che è entrato in contatto col mondo… col mondo fuori voglio dire, ha sofferto molto”. E dunque la madre, Marina Pelagi, vuole evitare che questo accada ancora. Ecco perché Achille vive sotto vetro, in una stanza piena di libri ordinati, sotto una finestra appannata da un pesante tendaggio, all’interno di una dimora labirintica, epigono del Minotauro, come abbiamo detto, e dello scarafaggio ceco; ma anche incarnazione dell’ombra del figlio di Peleo: l’incontro tra Ulisse Isolani e Achille è una trasfigurazione del libro XI dell’Odissea (per altro esplicitamente citato all’inizio del capitolo 23, dove ne sono riportati i versi 613-617).  Achille è dunque lo strumento attraverso il quale l’eroe di questo libro (e il lettore con lui) realizza, nel mezzo del suo cammino di vita, la propria discesa negli Inferi (al pari di Ulisse, Enea, Dante Alighieri, Gesù Cristo, Osiride…), ovvero quella morte necessaria a rivedere le stelle, ad amare il proprio respiro, elemento anatomico ineludibile della morfologia della fiaba di Vladimir Propp. L’eroe di ogni epica deve morire e poi rivivere non solo per riportarci alla superficie con lui, ma anche per guadagnarsi quella che Nietzsche fa chiamare “seduzione della sofferenza” dal suo Zaratustra: la profondità dolorosa di cui ci si innamora. Ci si innamora anche del dolore.

Achille e la pantera di Rilke

Ma perché il “mondo fuori” dovrebbe ferire Achille? Qui il volume di Benni attinge a una delicata profondità: Achille è intrappolato nel suo corpo, ma ciò che rende la cattività sopportabile è non essere esposto continuamente alla libertà altrui, ai “grandi dolori da niente” degli abitanti del mondo fuori. La volontà della pantera che ondeggia nei versi di Rainer Maria Rilke (R) si è schiantata davanti alla ineluttabilità delle sbarre, ma la pantera sarebbe morta se oltre il portico di metallo avesse potuto vedere la vita libera dei suoi simili, le possibilità agoniate disperatamente e negate. Allo stesso modo, Achille riesce a sopravvivere al suo dolore per tre decenni al prezzo di rinunciare persino alla luce della sua unica finestra. Forse in passato Achille ha tentato di vivere tra gli altri, di essere amato e odiato come una persona normale, di competere con i suoi simili nel gioco della vita. Ma ha ottenuto solo la misura dell’abisso che lo separa dalla leggerezza del quotidiano, ha ricevuto non più dell’amore che si guadagna con la sofferenza, della pietà che in fondo non è amore. Fuori dalla sua stanza ha trovato un ghetto, e allora molto meglio la solitudine senza porte del labirinto. Solitudine che io ritrassi, molti anni prima di leggere il libro, in uno dei miei disegni (R).

Epilogo

Eppure Achille vuole finire, lo ha deciso fin dall’inizio del romanzo, per questo invita il mondo a entrare nella sua stanza, scegliendo Lello Isolani come ambasciatore: si espone alla felicità altrui perché il dolore lancinante sia la mano armata di clemenza di Teseo. Benni si rende conto che il primo sentimento che lega Achille a Ulisse deve essere l’odio: Achille investe il suo interlocutore dell’odio che ha nutrito nei decenni per le persone sane che danno per scontata la fortuna che lui non avrà mai. E così Achille – che è un mostro – ridicolizza l’accenno di riporto sulla bella testa di Ulisse, sottolinea la sua ignoranza quando Lello sbaglia una citazione in latino, violenta verbalmente la sua fidanzata. Non solo, ma ostenta la sua sofferenza: tutto ciò che gli è negato, lo mette al centro della discussione, per mortificare Ulisse e il suo modo di vivere la vita con indolenza, quando dovrebbe onorarla come un miracolo. Il primo contatto fra i due è dunque il morso con cui un animale ferito dal dolore e dall’invidia senza speranza saluta il soccorritore.

Ma il dolore non è abbastanza, Achille ha bisogno di qualcosa che fortifichi la sua risoluzione. Anche gli eroi esitano davanti alla morte. Per questo raccoglie il coraggio e cerca l’immagine che lo ucciderà: chiede a Ulisse di vedere Pilar dalla finestra, liberata dal tendaggio per l’occasione. Neanche Benni ne è del tutto consapevole, probabilmente, ma è in quel momento che si decide il destino del Minotauro, in quei pochi istanti in cui Achille vede Pilar ballare i ritmi del Sud America sulla neve boreale, nel cortile davanti alla sua abitazione, mentre aspetta Ulisse e non sa di essere osservata. “Vai da lei”, dice Achille a Ulisse, e con quelle parole si libera dell’ultimo legame con la vita. L’autore forse non se ne è reso conto, ma quella è la proverbiale ultima goccia, più che la malattia ingravescente e il trasferimento in una casa di cura. E’ probabile che l’Achille reale, quello che Benni/Ulisse deve aver incontrato nel mezzo del suo cammino di vita, non glielo abbia mai detto: gli ha regalato una storia, ma c’è una pagina in codice che Stefano Benni non può capire.

Promettimi che sarai felice. Che ti farai sorprendere dall’allegria. Non dire che parlo di cose che non conosco. Nel mio buio ogni libro mi fece sperare, dalla mia finestra immaginai felice ogni quotidiana, umile conversazione. Anch’io ho conosciuto gioia e allegria, meno di quanto volevo e di quanto avevo bisogno. Ma questa è malattia di tutti. Promettimi che mi dimenticherai qualche volta. Promettimi di non dimenticarmi.

Achille

Achille piè veloce, parte quinta

Achille piè veloce, parte quinta

Parti precedenti: prima, seconda, terza, quarta.

La metamorfosi

I miei tre lettori (il pescatore filippino è stato esonerato perché ha finalmente trovato una fidanzata) si saranno probabilmente smarriti nell’ultimo paragrafo della recensione. Lo so cosa avete pensato, con sollievo, dopo aver dubitato per un po’ delle vostre capacità di decifrare il testo: “povero Paolo, l’isolamento gli fa male, lo abbiamo perso; peccato, era tanto un brav’uomo”. Ma riflettete un attimo: un testo che parli del labirinto di Minosse non può essere lineare. Se devo descrivervi una solitudine senza porte che si aggroviglia su se stessa, devo farvi smarrire con tutti i mezzi a mia disposizione, tra i quali si annovera anche la costruzione del periodo. Esatto, sono stato Dedalo; ma ora sarò Arianna: seguite il filo di voce del navigatore.

La chiave a sei piedi è lo scarafaggio nel cui carapace Gregor Samsa si incarna una mattina, all’inizio del racconto La Metamorfosi di Franz Kafka, il celebre tisico di Praga (R), più volte evocato da me qui e da Benni nel romanzo. L’esapode, a cui sembrano alludere i due atlanti di entomologia presenti nella libreria di Achille, è la metafora dello scrittore, per come la vedo io; la muta necessaria da farfalla a mostro estromesso dal quotidiano, a cui l’artista deve soccombere per poter vivere. Achille, il minotauro, è proprio la metamorfosi di Lello Isolani: rappresenta la solitudine nera a cui attingerà la sua stilografica per poter scrivere finalmente il secondo romanzo.

Amore senza possesso

Ulisse ama Pilar, ma il loro incontro non ha prodotto neanche un verso, non ha ispirato un solo racconto. Perché? Perché se vivi l’amore, lo consumi tutto nel mondo reale. Non resta nulla da scrivere. E perché poi si dovrebbe scrivere? E quando? Se vivi, non hai tempo per sognare, non ne hai neanche bisogno. L’unica vera necessità dell’arte è l’assenza, il vuoto. Bisogna rinunciare a vivere tra gli uomini, per poterli ritrarre. Tutti gli artisti a tempo pieno si svegliano un giorno blatte, oppure mostri macrocefali su una sedia motorizzata. Io mi sono svegliato una notte per la carezza saettante di una blatta sul volto, a proposito, ma immagino che non mi valga il tesserino di artista. Era da un po’ che le tolleravo nel mio appartamento. Erano salite dallo scarico del lavandino, ma questo è un altro discorso.

Orfeo scese negli Inferi solo per adempiere a un dovere, per lasciare un mito d’amore pulito agli adolescenti dopo di lui; ma lui il tarlo dentro lo aveva già, ben prima di voltarsi e di uccidere Euridice con lo sguardo, una seconda volta (R). Io li posso immaginare i suoi pensieri inconfessati, mentre recitava la parte dell’eroe. Orfeo, a chi vuoi darla a bere? Tu Euridice non la rivolevi a casa, neanche per sogno: senza di lei avevi tirato un sospiro di sollievo e trovato la tua vocazione. Potevi cantare la sua mancanza, amarla davvero, per la prima volta, affrancato dalle imperfezioni della vita, dagli imbarazzi, dai tempi morti, dai cattivi odori, dai dubbi, dalla stanchezza. Immagino Orfeo che torna a casa, dagli Inferi, a mani vuote, con il respiro che esita davanti a quel vuoto definitivo, ma anche sollevato dal vuoto. Si immerge nella vasca, al buio, come un tonno tra l’acqua e la morte, e ricorda i bagni con Euridice: la vede emergere come un trionfo dalle bolle, lucida per il velo liquido che resta aderente ai fianchi voluttuosi e alle gambe di tenera gazzella, come una calza che non si sfila mai, per quanto si provi.  Solo ora che è definitivamente morta, riesce a sentire davvero la sua presenza intelligente e intensa, a non darla per scontata, a cantarla per il resto della sua vita. Quando suo padre non rientrò più a casa la sera dopo il lavoro, Orfeo cominciò a cercare il segreto del suo volto e non ha mai smesso. Allo stesso modo, la mano ora può svegliarsi e disegnare Euridice per sempre: gli occhi sono delle virgole oblique che inquadrano le iridi grandi d’acqua; la simpatia del mento arrotondato e impercettibilmente sghembo è più perfetta di ogni simmetria; gli zigomi larghi e fieri raccontano di popolazioni che inseguirono le migrazioni di ungulati attraverso la distesa di solitudini orientali.

A volte penso che gli uomini abbiano inventato la guerra per poter amare davvero le proprie donne, dal fronte: la guerra è stata necessaria all’umanità per poter amare in pace. E trasmettere così la nostra semenza: forse senza le guerre saremmo tutti morti.

Così è Achille che scrive il secondo romanzo di Lello, glielo invia a pezzi, per e-mail, dopo ogni loro incontro, utilizzando come spunti gli echi del mondo esterno che Ulisse si porta addosso, come il fumo di una sigaretta. Achille è il Cyrano che ama Pilar/Rossana attraverso la penna, mentre Ulisse è il Cristiano che se la bacia. Achille può scrivere ma non può vivere, mentre Ulisse può vivere la sua Pilar, ma non ne riesce a scrivere. Sono uno l’angolo esplementare dell’altro e insieme realizzano la duplicazione del numero irrazionale, la P achea, necessaria a ottenere uno scrittore.

La sesta parte è disponibile qui.

Achille piè veloce, parte quarta

Achille piè veloce, parte quarta

Parti precedenti: prima, seconda e terza.

Achille

Ulisse Isolani, mezza vita del protagonista, conosce l’altra metà attraverso una lettera rinvenuta tra i manoscritti: un invito di Achille a incontrarsi per scrivere il nuovo romanzo che Ulisse da solo forse non partorirebbe mai. Achille è il piè veloce del titolo, incarnazione tragicamente ironica dell’attributo con cui Vincenzo Monti ha riesumato la voce di Omero: un uomo di quasi 30 anni, che vive nella sua stanza da molto tempo, in simbiosi con una sedia motorizzata e con il computer dalla tastiera modificata per le sue dita ubriache, attraverso il quale trasforma i pensieri in fonemi e naviga il pelago binario. Achille è un mostro: il suo cranio è grande, senza forma e quasi muto fra i denti marci, sfigurato dall’idrocefalo con cui si presentò alla luce il primo giorno; il corpo è senza peso e senza forza, “invulnerabile solo nel tallone” ovvero dotato di una buona vista e di una durlindana portentosa, “altro dono velenoso del Demiurgo“, che colpisce a vuoto in una autarchia erotica imposta dalla sanzione divina e dalla crudeltà umana. Achille vive al buio, ferito dalla luce, in una tenebra che illuminerà Ulisse di ineffabile splendore.

Kafka e il minotauro

L’abitazione in cui l’eroe diversamente abile vive la sua solitudine “senza porte” è un edificio dedalico, una architettura con elementi monumentali fuori scala, male illuminata, con stanze e corridoi costruiti secondo i progetti inquietanti lasciati da Kafka nel suo incompiuto America (R); sorvegliata da una copia brutta del meraviglioso Laocoonte ellenistico che non trova sollievo nei musei vaticani (R) e da un’altra lotta, quella di san Giorgio e del drago che defensor fidei non timet, malamente rappresentata su tela dal padre di Achille. Kafka qui è il Dedalo che costruisce la trappola che tiene al sicuro Achille dalla minaccia del mondo esterno e che salvaguarda il mondo esterno dal dolore di questo minotauro che attira il suo Teseo, Ulisse Isolani, per dargli fama e vita d’eroe e affinché lui, per sdebitarsi, gliela tolga la vita, liberandolo.

Mi spiegherò meglio, ci provo. Non è semplice, ma la mia personale Arianna – prima di abbandonarmi sulla scogliera di via Etruria, tra gli albatri che si lamentano con la voce delle sirene, in balia dei ricordi che violentano la spiaggia – ha lasciato un navigatore con un filo di voce piena di promesse, cosicché ne venissi fuori e dipanassi l’intreccio, in nome dell’amore che le accesi e che non mi perdonò di amarla a mia volta.

Minotauro è il figlio disabile di Minosse, frutto del tradimento che la sua sposa Pasifae consuma con il toro bianco di Creta, una storia simile alla tresca di una moglie annoiata con il personal trainer, potremmo dire oggi. Pasifae si uccide per la vergogna e Minosse nasconde quella stessa vergogna infelice in una solitudine senza porte, progettata da Dedalo, nutrendone ogni anno la rabbia e l’invidia onnivora con le vite perfette di giovani sani, sette maschi e sette femmine (R). Minotauro non riceve amore, se non quello della sorella, Arianna; amore che forse non è pietà, pietà che forse – in una versione apocrifa del mito – spinge Arianna a cercare l’eutanasia che soffochi i muggiti del fratello, incoraggiando la mano armata di clemenza di Teseo. Ebbene, Achille è il minotauro. E’ vero, l’amore che non è pietà è quello della madre, non della sorella; il genitore che si suicida è il padre, e non la madre; l’architetto del suo labirinto è Kafka, non Dedalo; i suoi complici assassini sono la madre e Ulisse, non Arianna e Teseo; la sua rabbia non si estrinseca nel pasto orribile, ma nei morsi con cui ferisce la mano del soccorritore Lello, come un animale ferito. Ma nonostante queste asimmetrie, Achille è un perfetto epigono del mito taurino sulla disabilità.

Perché sappiamo che Kafka è l’artefice della cattività di Achille? Se vi dico che è perché nella sua stanza stipata di volumi gli unici libri identificabili sono due atlanti di entomologia, probabilmente resterete delusi e perplessi. Allora seguitemi. Vi ho già detto che Lello Isolani ha i sogni diurni infestati dagli autori dei manoscritti inediti che lui deve valutare. Ma tra loro appare un paio di volte proprio il celebre tisico di Praga. E’ fuori posto fra gli anonimi autori in erba, senza speranze e senza talento, ovviamente. E allora perché è lì? Perché lui e non un altro consacrato scrittore? Kafka è invocato continuamente in questo libro, in modo più o meno esplicito, perché è l’unico che può sciogliere la metafora della disabilità e fornirci la chiave per interpretare il labirinto. Quale è la chiave? Un attimo, vi metterò a parte di quello che forse da soli non potreste capire. A suo tempo. Non è la rivelazione della paternità kafkiana della pianta infausta della dimora di Achille; no, quello è solo un espediente per invocare il minotauro attraverso il celebre autore ceco di labirinti (e viceversa). La chiave che scioglie la metafora ha sei piedi.

La quinta parte è disponibile qui.

 

Achille piè veloce, parte terza

Achille piè veloce, parte terza

Parti precedenti: prima e seconda.

Le bugie di Ulisse

Ulisse Isolani, Lello per gli amici, è mezza vita del protagonista, come ho detto. Autore in gioventù di un romanzo di successo, Racconti grotteschi, aspetta di concludere il suo quarto decennio di esistenza lavorando per una piccola casa editrice di Bologna, la Forge, come lettore di manoscritti. Figlio affrancato di un fornaio, ha ricevuto in eredità lamarckiana una cronica inversione del ciclo sonno-veglia, per cui legge di notte e dorme sul tram o sulle panchine tra la sua abitazione e la sede della casa editrice; un ufficio che frequenta con il fine del tutto velleitario di reclamare il suo stipendio e anche con lo scopo molto più realistico di copulare con la segretaria, Circe – che non fa complimenti – nonostante Pilar sia l’amore corrisposto della sua vita. Ulisse lo conosciamo attraverso le fasi REM movimentate e piene di ironia che animano le sue giornate, in cui dialoga con gli autori dei manoscritti a lui sottoposti; e attraverso il linguaggio dell’intero romanzo, che non possiamo dubitare sia il suo. Sappiamo così che Lello formula continuamente ipotesi sulla realtà che sono alternative al senso comune: i centri commerciali all’orizzonte sono transatlantici nella nebbia, gli ombrelli pieghevoli sbocciano, le altalene di un parco sono tristi come patiboli, la gomma e la matita vivono una della morte dell’altra, i lampadari a goccia sono meduse di vetro, il camion dei pompieri balbetta lampi azzurri etc. Mentre dovremmo respingere queste descrizioni come false, ci rendiamo conto, appena averle lette, che sono più realistiche di uno scatto del telefonino: in estrema sintesi, con metafore spesso ellittiche, attingono al nostro immaginario per dire ciò che non è scritto, illuminando un intero affresco nelle pareti della mente. Ma siccome qui voglio parlare di me, e non di Stefano Benni, vi dirò che io stesso ho cercato, in questi anni inutili, combinazioni di parole dietro le quali tumulare il mio silenzio. Se scrivo che le nubi continuano come sempre la loro epica migrazione, lente ed enormi sopra ogni cosa, non ho risolto numericamente un modello matematico della dinamica atmosferica, ma ho svelato comunque una verità fisica del nostro pianeta, lasciandola in eredità ai posteri. Quando ho riconosciuto che la Terra è una macina grave che macina migliaia di vite a ogni giro non ho aggiunto nulla alla meccanica celeste di Poinsot, ma ho proposto una ipotesi che è difficile confutare, che è intuitivamente vera, da un certo punto di vista. Quando scrissi che i miei amati libri sono chiusi come le donne dei soldati che aspettano un crociato che non torna, vi ho raccontato la mia tragedia personale meglio di quanto potrebbero fare decine di trattati di medicina.

La parte quarta è disponibile qui.

 

 

Achille piè veloce, parte seconda

Achille piè veloce, parte seconda

La prima parte è disponibile qui.

Letteratura

Non riuscendo a dedicarmi a cose impegnative, per i capricci della malattia, decido di leggere il romanzo il giorno stesso. Non sono un consumatore di narrativa, se non sporadicamente: vista la fatica disumana che mi costa decifrare il linguaggio, ho rinunciato ai romanzi, e la libreria dei classici è il mausoleo di una vita precedente. Mi dedico a un altro genere ora, gli articoli scientifici, un tipo di letteratura che pur ignorando l’esistenza dei verbi fraseologici e delle subordinate, è molto più avvincente di qualunque trama immaginata, perché racconta la verità della Natura, che ha sempre più fantasia degli esseri umani. Certo, anche nei romanzi o nelle poesie si possono trovare brandelli di verità, ma sono solo soluzioni molto particolari di sistemi di equazioni differenziali di portata generale, diluite in formicai di inchiostro senza fine e per lo più senza senno. Come diceva Seneca al suo Lucilio riferendosi ai lirici? Nec ego nego prospicienda ista, sed prospicienda tantum et a limine salutanda, in hoc unum, ne verba nobis dentur et aliquid esse in illis magni ac secreti boni iudicemus¹. La poesia della prosa del Newton dei Principia Mathematica echeggia intatta nel cuore degli abitanti di ogni angolo dell’universo; ma lo stesso non può dirsi delle carneficine di Omero. Tuttavia siamo solo uomini, non siamo giganti né dèi, per questo abbiamo bisogno di una bellezza più accessibile, veicolata da un linguaggio naturale che si intenda senza fatica e che si possa tenere sul comodino. La letteratura appunto.

Pilar, Asmara e Penelope

Il romanzo letto prima di questo risale all’estate scorsa, o forse alla primavera, non ricordo: Piazza d’Italia, di Antonio Tabucchi. Un dono della stessa mano, che all’epoca leggevo per poterla accarezzare quella mano, con il pensiero. Nella odissea di gente comune, Tabucchi inserisce una Penelope di nome Asmara la quale, come Penelope, è una apologia femminile partorita dalla ingenua fantasia di scrittori maschi, un santino che ritroviamo nella principale figura femminile di Achille pié veloce: Pilar, avvenente immigrata senza permesso di soggiorno, che si paga gli studi all’accademia di belle arti lavorando in un centro commerciale e, solo sporadicamente e per necessità, come cubista in un girone dell’inferno notturno di Bologna. Benni, a differenza di Tabucchi, gioca a carte scoperte: il secondo nome di Pilar è proprio Penelope, e il suo Odisseo (che è una metà del protagonista chimerico del romanzo, come vedremo) si chiama nientemeno che Ulisse. Pilar: capelli scuri, figura atletica di cui vengono descritti dettagli anatomici in genere trascurati dalla letteratura, che danza nella neve boreale i ritmi del Sud America, simulacro onirico di femminilità e fedeltà, ma senza profondità psicologica: di lei non conosciamo i sogni, le debolezze, i peccati. E se la Penelope omerica dovrà aspettare Luigi Malerba per metterci a parte dei suoi pensieri, questa Pilar rimane senza voce. Con le sue disavventure da immigrata e da vittima del licenziamento di un demonizzato centro commerciale, Pilar costituisce il pretesto per un tributo a una ideologia che non appassiona il mio agnosticismo politico, e probabilmente neanche quello di Ulisse, quello omerico, piccolo aristocratico tagliagole; oltre a essere l’oggetto dell’amore tutto carnale di Ulisse e di battute porcine nei discorsi da bar fra gli altri personaggi.

¹ Non dico che non si debba dare un’occhiata a queste futilità, ma solo un’occhiata e un saluto dalla soglia, badando che non ci raggirino e ci facciano credere che in esse ci sia un grande bene nascosto. Lettera a Lucilio 49, paragrafo 6.

La terza parte è disponibile qui.

Achille piè veloce, parte prima

Achille piè veloce, parte prima

“–¿Lo creerías, Ariadna?–dijo Teseo–. El minotauro apenas se defendió.”

Jorge Luis Borges, La casa de Asterión

Introduzione

I quattro lettori del mio blog, sparsi fra un villaggio di pescatori delle Filippine, una fattoria sperduta della Norvegia e la remota periferia di una triste città italiana del nord-est, sono ormai abituati alla eterogeneità dei contenuti di questa isola del pelago binario, che vanno da articoli di immunologia concepiti per non essere capiti (R) a dimostrazioni gratuitamente complicate di teoremi semplici (R); da ricordi struggenti di meccanica del corpo rigido (R) a poesie che chiedono l’assoluzione nel nome abusato di Ungaretti (R); senza dimenticare programmi che – unici al mondo – eseguono le operazioni in modo più inefficiente di un essere umano discalculico (R), e disegni che hanno sicuramente un significato simbolico profondo, di cui io però ignoro la natura (R); passando per vademecum di medicina scritti da una persona che non ha saputo curare se stesso (R), in decenni di tentativi. I miei lettori dunque, consapevoli che questo sito è un monumento al mio sforzo versatile di farmi notare, non si stupiranno a questo punto di trovare qui anche la recensione di un romanzo: Achille piè veloce, di Stefano Benni. Ma sarà una recensione particolare questa, perché non parlerò né del libro né dell’autore: parlerò di me, tanto per cambiare. Visto che il mio editore (cioè io) mi concede qualunque licenza, faccio quello che mi riesce meglio: attirare l’attenzione.

Consegna a domicilio

Il pomeriggio del 6 dicembre, Mercurio, messaggero degli dèi, suona al mio citofono. Quattro piani dopo, un ragazzo alto e agile si mette in posa nella cornice della porta, l’estrema propaggine del mio regno, con un plico: la bruna missiva con il sigillo regale di Amazon Prime. Non aspettavo nulla, ma se non c’è da pagare, accetto di buon grado. Scruto un po’ sovrappensiero il messo, e attribuisco al suo sorriso un qualche significato recondito, immagino che sappia qualcosa di me e del messaggio che porta, qualcosa che ignoro: una classica psicosi di grandezza la mia, una infermiera mendace che nutre l’autostima, la imbocca quando è a terra, da anni. Lascio la luce del mondo e l’aria invernale oltre lo sguardo, rimando l’uscio come se chiudessi un frigorifero nella notte. Dopo una lotta con l’involucro tetragono, trovo un libro su un tale in sedia a rotelle che vive in una stanza (come deduco dalla quarta di copertina); niente messaggi né mittente. Ma è il 6 dicembre, un anniversario. E collego subito i puntini. La consegna del libro a domicilio celebra l’inizio e la fine di un’altra consegna periodica: consegna di patemi d’animo, di promesse seducenti, di tenerezza, di lacrime arretrate, di gelosie pretestuose e di passione con le gambe lunghe, in calze nere.

La seconda parte è disponibile qui.

Diagenesi

Diagenesi

Quello che segue è un frammento proveniente dagli appunti per un romanzo che tentavo di scrivere nel 2006. Il romanzo non fu mai compiuto, anche lui vittima della malattia. Ma alcuni anni dopo utilizzai parte del materiale già scritto per una storia breve, intitolata “Il flauto di Turk” (disponibile qui). Altri passaggi di quegli appunti, come questo, reclamano da anni una vita propria.


“At vobis male sit, malae tenebrae

Orci, qui omnia bella devoratis”

Caio Valerio Catullo

Psefiti, psammiti e peliti: i nomi dei frammenti che compongono le rocce detritiche, classificati per dimensione. Rocce detritiche: un sottoinsieme delle rocce sedimentarie. Rocce sedimentarie: il prodotto della compattazione di materiale di varia origine, trasportato dai corsi d’acqua e depositato in fondali di laghi e mari.

Tutte queste definizioni non restituiscono la bellezza del campione che osservo rapito; le dita scorrono sulla sua superficie levigata, lavoro minuzioso della fresa, seguendo il disegno del mosaico di tessere, tutte diverse per colori, forme e dimensioni, immerse in flussi cromatici eterogenei che si incontrano e si diramano e sfumano: algida trasparenza dei granuli di quarzo, sinuoso candore del carbonato di calcio, venature cremisi di ossido di ferro. Frammento di un fondale, unica memoria di un lago pieno di vita, di tante vite vissute migliaia di anni fa.

Fondale, congelasti il tuo cuore per sopravvivere alla malinconia del consumarsi del tempo, quando vedesti invecchiare il superbo cervo megacero che si abbeverava alle acque della tua dimora, un limpido lago montano. Il palco di quercia del re dei cervidi smise, un poco alla volta, di lanciare il suo grido di sfida; avvizzirono i muscoli, e la luce cessò di riflettersi vivida sulle sue iridi ambrate.

Un giorno dei suoi ultimi il cervo annusò la tua acqua e rialzò il capo volgendo lo sguardo affranto all’impenetrabile bosco di latifoglie, antico agone dei suoi trionfi; al lontano altipiano, pascolo dei placidi elefanti lanosi, ai bei monti innevati. Quel giorno come sempre, le renne brucavano meticolosamente la radura, con le pellicce imbevute di luce, vegliate da betulle immobili, pallidi guardiani; le api ronzavano assorte per le valli, instancabili, mentre le nubi proseguivano la loro epica migrazione, sfilando lente ed enormi sopra ogni cosa.

Tutto come sempre, dovette pensare il cervo, e così sarà dopo di me. Un altro cervo verrà ad abbeverarsi qui e poi un altro dopo di lui, mentre i fiori e il muschio mi avranno già consumato da tempo, nel cuore sospeso del bosco. Così sussurrò e si guardò nel riflesso dell’acqua.

Fondale, tu eri lì, oltre il diaframma della superficie, da sempre; vedevi il megacero animato dalle increspature del lago, rifratto in mille modi diversi e poi ricomposto e scomposto di nuovo. Finché non vedesti che il cielo.

E nel fondo del lago ti ammalasti di malinconia per il dolore di aver perso la gioia dei tuoi occhi, per la sofferenza di aver veduto lo scempio che il tempo fa alle creature più belle. E allora ti lasciasti seppellire dai sedimenti, volesti metri di terra sopra di te, per non vedere l’opera ingrata del tempo; volesti perdere ogni sensibilità, tramutandoti in roccia, per non soffrire più.

Le nuvole animavano il cielo, continuamente cangianti in forma e colore; si palesava l’oscurità del cosmo, poi giorno di nuovo e notte, dopo il cadere di una foglia. Giorno e notte. Nottole cieche davano il cambio a balestrucci esausti, rondoni alle nottole e balestrucci di nuovo: un altro giorno. Notte: vibrare impercettibile delle alte frequenze dei mammiferi volanti e poi stridio d’ardesia, pianto dei grossi rondoni: di nuovo mattino. E l’arco colossale del Sole divenne una ruota impazzita; e le stagioni si rincorsero in una staffetta che non aveva meta. Così valicasti i millenni in una nuova esistenza sospesa.

Diagenesi, questo è il nome di ciò che hai fatto; ma non rende l’idea. Ora sei sul palmo della mia mano, eco del Pleistocene, fotografia scomposta di quel cielo; e di un cervo, della genia dei megaceri, popolazione di giganti senza progenie.

Durerai fino all’ultima fibra dello stoppino del grandioso reattore a fusione che la Terra corteggia con pazienza assidua. Quando ne vedrai scomparire anche l’ultimo lucore, allora di tutto il mondo non resterà altro che il tuo ricordo di un riflesso vivido di iridi ambrate, animato dal velo di pianto, rifratto in mille modi diversi, scomposto e ricomposto di nuovo. Per sempre.

Diagenesi

La malattia di Bigger-Davis

La malattia di Bigger-Davis

Non potevo dormire questa notte. E non riesco a leggere praticamente più, ormai. Ma i pensieri seguono sempre le stesse piste, nel fitto del bosco, alla luce incerta di un’alba diafana, che non si risolve nel giorno, da anni. Tra il sogno e la veglia, ho immaginato un futuro possibile, una cronaca che vorrei poter leggere al più presto. Tutto quello che segue non è mai accaduto, forse mai accadrà, o forse in parte è già avvenuto. Non sarei in grado neanche di verificare adesso. Quello che segue ha la stessa consistenza di una verità onirica: è tra la fantasia e la realtà.

Intorno al 2020 fu definitivamente accertato che numerosi batteri, se non tutti, sono in grado di scambiare l’uno con l’altro segnali di pericolo attraverso il rilascio, nell’ambiente circostante, di frammenti del proprio DNA. Frammenti specifici a cui è associato il messaggio: “Attenzione! Ambiente insalubre, rallentare il metabolismo e attivare la modalità persistenza!” Come si scoprì in seguito, sequenze diverse di nucleotidi sono associate a sfumature diverse di questo messaggio, e i batteri sono così in grado di scambiare anche informazioni sulla natura della minaccia e sulla sua gravità. I codoni sono cioè messaggi – letteralmente – con cui i batteri ‘chattano’ fra loro. Fu Kim Lewis a dimostrare questo fenomeno per primo, e a giustificarlo dal punto di vista evolutivo. Con le parole di Lewis, da una intervista dell’epoca: “Quando potemmo rilevare che la persistenza batterica veniva indotta a seguito della attivazione di particolari recettori sensibili a specifiche sequenze nucleotidiche batteriche, realizzai come in una visione l’origine di questa segnaletica: la presenza di DNA batterico in un substrato indica chiaramente che dei batteri stanno morendo. E’ l’equivalente procariotico dell’odore inconfondibile della decomposizione. E’ un segnale di pericolo, e diffonde la notizia che sostanze nocive sono presenti, ad esempio micotossine. Solo i batteri in grado di rilevare questo segnale e di rallentare il proprio metabolismo sopravvivono. Ecco l’origine di questo meccanismo!”

Ma quelli erano esattamente gli anni in cui diversi gruppi di ricerca in giro per il mondo stavano cominciando a descrivere la base biologica di una condizione che aveva eluso fino ad allora ogni migliore tentativo di trovare un meccanismo patogenetico e una cura. Naturalmente stiamo parlando della malattia di Bigger-Davis (Bigger-Davis disease, BDD), una volta conosciuta come Encefalomielite Mialgica (ME), e con tanti altri nomi. Cominciò ad essere evidente, a un certo punto, che in alcuni di questi pazienti i mitocondri, in concerto con i percorsi metabolici energetici citoplasmatici, erano in uno stato di ipometabolismo cronico, detto da alcuni dauer (dal tedesco, persistenza): tutto funzionava in modo equilibrato, ma a un regime ridotto. Le prove di questo fenomeno furono raccolte da diversi gruppi in giro per il mondo: da Robert Naviaux e Ron Davis in California a Yamano in Giappone, passando per Fluge e Mella in Norvegia. Ma fu Ron Davis – genetista a Stanford – a ipotizzare per primo un legame fra l’ipometabolismo dei pazienti e la persistenza batterica, e lo fece in modo informale, durante una manifestazione tenutasi a San Francisco allo scopo di chiedere fondi per finanziare la ricerca sulla malattia, nel settembre del 2016. Con le parole di Davis: “I mitocondri dei pazienti si spengono, letteralmente, e dobbiamo scoprire il perché. Per me è chiaro che questo fenomeno è da ricondurre ai batteri. I batteri sono in grado di spegnere i loro generatori di energia quando sono esposti a minacce ambientali, riuscendo così a sopravvivere. Questo meccanismo deve avere più di un miliardo di anni e rappresenta un adattamento primordiale della vita sul nostro pianeta. Quando alcuni batteri diventarono gli organelli che oggi chiamiamo mitocondri, questo comportamento deve essere sopravvissuto, integrandosi nella biologia delle cellule eucariote e degli organismi pluricellulari.” Nel 2016 dunque Ron Davis era perfettamente consapevole che la malattia che avrebbe portato il suo nome, altro non era che l’evoluzione della persistenza batterica che negli stessi anni Kim Lewis stava studiando alla Northeastern University, e che Joseph Bigger descrisse per la prima volta nel 1944. Quando Kim Lewis cominciò a dimostrare che il linguaggio con cui i batteri si esortano fra loro a indurre la persistenza non è altro che il loro stesso DNA, non fu necessario invocare complicati sistemi di equazioni differenziali per ipotizzare che una analoga segnaletica dovesse esistere negli organismi pluricellulari e che questa potesse essere proprio la base della ME negli esseri umani.

Nel 2012, il gruppo di Theoharides della Tufts University aveva dimostrato, nella indifferenza generale, che i mastociti avevano la bizzarra consuetudine di rilasciare frammenti dei propri mitocondri (tra cui il loro DNA), nell’ambiente circostante, in presenza di particolari stimoli. Ci vollero ancora più di 5 anni perché questa curiosa attitudine fosse riscontrata anche nelle cellule B, dal gruppo di Anders Rosén. Ma le cellule B fecero decisamente più notizia! Perché? Ovviamente perché nel novembre del 2017 un trial randomizzato con gruppo di controllo aveva dimostrato senza ombra di dubbio che il Rituximab era in grado di invertire l’ipometabolismo in più di metà dei pazienti ME. Ora il Rituximab è un anticorpo monoclonale che induce apoptosi nelle cellule B che esprimono l’antigene CD20.  Come scrisse Fluge, uno degli autori dello studio, in una sua memoria biografica: “Sapevamo che il Rituximab funzionava, ma non sapevamo perché. Fu facile per noi commettere l’errore di pensare che la causa della malattia fosse un autoanticorpo. Come quei primatologi alle prime armi che cercano istintivamente di spiegare il comportamento di un bonobo in base a schemi comportamentali umani, noi cercammo di incastrare questa malattia sconosciuta in schemi patogenetici di malattie note, come le malattie autoimmuni appunto. Ma soluzioni vecchie per problemi nuovi non sono per forza efficaci.” E continua: “Se le cellule B liberavano DNA mitocondriale e se il DNA batterico era la causa della persistenza nei batteri, non poteva forse darsi che l’ipometabolismo dei pazienti ME fosse proprio indotto dal DNA dei mitocondri delle cellule B?”

“Ecco cosa deve essere successo.” – spiegò Ron Davis durante la conferenza Invest in ME di Londra del 2021 – “Durante l’evoluzione degli organismi pluricellulari, il programma di persistenza dei mitocondri fu integrato con il sistema immunitario e con il resto del metabolismo energetico. Fu conservato il ruolo di segnaletica del DNA batterico (ora DNA mitocondriale) e fu assegnato ai leucociti (in particolare le cellule B, ma non solo) la funzione di inviare il messaggio, in caso di infezioni, riversando nel flusso sanguigno il DNA dei propri mitocondri. Questo meraviglioso adattamento del primitivo sistema di comunicazione dei batteri ha probabilmente richiesto mezzo miliardo di anni di evoluzione.” Il riscontro di alterazioni della flora intestinale in questi pazienti, con ridotta biodiversità del microbiota, trovò una spiegazione semplice non appena ci si rese conto che il messaggio inviato dalle cellule B viene intercettato anche dai batteri simbionti che vivono nel nostro corpo, i quali avviano essi stessi il programma di persistenza, modificando così profondamente il microbiota.

Il resto è una storia nota, celebrata dai mezzi di comunicazione dell’epoca. Tra il 2019 e il 2022 esperti di metabolismo e microbiologi di Europa, Canada, Stati Uniti e Giappone poterono definire i dettagli di questo meccanismo patogenetico e individuare la prima vera cura, dopo il Rituximab. Si trattava di un DNasi (un enzima che digerisce il DNA) modificato in modo da poter essere iniettato nel flusso sanguigno, senza rischio di effetti collaterali. Il farmaco, come forse alcuni ricordano, era già utilizzato nella fibrosi cistica, in una formulazione inalabile, per tutt’altro motivo. La malattia, ribattezzata poi con il nome di Davis e Bigger, oggi si diagnostica con un esame del sangue e si cura in modo relativamente agevole. Non esiste praticamente più una forma di BDD non trattata, e la realtà di vite affondate nel fiore degli anni, per decenni, sarebbe una memoria persa se non fosse per la documentazione storica costituita da migliaia di video, libri e articoli che questi pazienti, pur nella loro condanna, hanno saputo lasciare dietro di sé.

Resta una piccola nota da fare. Come ho detto, il primo a collegare il dauer alla persistenza batterica fu Ron Davis in una manifestazione tenutasi a San Francisco il 27 di settembre del 2016. Eppure è stato segnalato che questo legame era stato avanzato nove giorni prima in un articolo di un blogger. Si tratta di un testo un po’ confuso, bisogna ammetterlo, in cui a un certo punto si legge: “Quello che voglio dire è che il dauer viene dai batteri, è una loro strategia di sopravvivenza. I mitocondri, che furono batteri, lo hanno ereditato dalle pieghe oscure del Precambriano, da anonimi procarioti di cui la Terra ha perduto memoria da più di 3 miliardi di anni. Il dauer è vecchio come la vita stessa. E’ la sua nemesi, ma anche il suo umbratile custode.”

Riferimenti

  1. L’articolo di Joseph Bigger (nella foto di copertina) che descrive per la prima volta la persistenza batterica: (Bigger JW. 1944).
  2. Persistenza batterica come una condizione di metabolismo ridotto: (Shan Y et al 2017).
  3. Una revisione della letteratura sul DNA che i batteri rilasciano all’esterno (DNA extracellulare): (Vorkapic D et al. 2016).
  4. Ipometabolismo nella ME/CFS: (Booth, N et al 2012), (Armstrong W et al. 2015), (Naviaux R et al. 2016), (Yamano E, et al. 2016), (Fluge et al. 2016),
  5. L’intervento di Ron Davis a San Francisco nel settembre del 2016: video.
  6. Lo studio in cui si dimostra che i mastociti rilasciano DNA mitocondriale: (Zhang et al. 2012).
  7. Anders Rosén annuncia che le cellule B rilasciano DNA mitocondriale: video, minuto 14:00.
  8. Efficacia del Rituximab nella ME/CFS: (Fluge O et Mella O, 2009), (Fluge O et al. 2011), (Fluge O et al. 2015).
  9. L’articolo del mio blog (18 settembre 2016) in cui viene avanzata l’ipotesi che il dauer sia l’evoluzione della persistenza batterica: articolo.