Lascaux

Lascaux

Nelle grotte francesi di una località chiamata Lascaux degli uomini dipinsero il mondo che li circondava, più di diecimila anni fa. E’ tutto ancora lì, come lo hanno lasciato.

 

 

Lo immagino su una roccia

seduto con il mento in un palmo

per cento e più dei secoli

della nostra storia

 

Immagino che si sia commosso

il Tempo per una volta

nelle stanze intime della terra

ha fermato i giorni a quel giorno

che l’ultimo dei pittori

lasciò un disegno

e portò via i suoi colori

 

Sono ancora lì i cervi megaceri

non si sono estinti i mammut

in quelle grotte

un fiume perduto si è conservato

ecco,  lo attraversa un gruppo di renne

per sempre

e l’altra sponda non arriva mai

 

Immaginate che mi sia commosso

seduto con il mento in un palmo

sulla riva di quel fiume

il mondo non si è perduto

 

La terra ha chiuso da tempo le gole

di quelle genti

ed è diventata pietra

eppure ho visto l’ultimo dei pittori

guardare il suo lavoro

seduto con il mento in un palmo

è ancora lì

e diecimila anni fa

non ha portato via i suoi colori

16/12/2010

 

The end of magic

In these long years, I have not been able to draw for most of the time, but even in the worst moments, my mind elaborated images that I could then put on paper as soon as I would have been able to. Now I can’t even think of these images, which tells me that something new has occurred to my mind. I have been drawing and thinking of images since I was four. Then, when I was a young adult, I found that these images could be translated into mathematical ideas, which opened another world for me. I don’t know whether the disease has taken completely over or if this is part of the process of ageing, but it is very hard to accept.

Archeologia del sé

Per la maggior parte del mio tempo sono relegato fuori del tempo, ma non per l’isolamento fisico, quanto per il fatto di essere chiuso all’esterno della mia mente, senza chiavi e sprovvisto di qualunque attrezzo per scassinare gli accessi. E allora vivo di memorie confuse, rintraccio frammenti della mia vita, e senza capirli li metto da parte o li mostro a chiunque abbia interesse, come dimostrazione di una esistenza che può mettersi a fuoco solo di rado, con iati che spesso valicano più orbite terresteri. Intrappolato in una capsula del tempo dove l’entropia si congela in una istantanea sfocata, sfoglio sedimenti di esistenza e recupero, a volte, fossili preziosi.

Tra questi un testo completo di meccanica piana scritto alcuni anni fa, in un momento di miglioramento. Si tratta di un volume di 1100 pagine (scritto a mano, ahimé), pieno di illustrazioni e di dimostrazioni anche non comuni (si veda ad esempio la discussione di giunti), che parte dalla cinematica del punto materiale e arriva ai metodi automatici di soluzione dinamica dei meccanismi. Il materiale è diviso in due volumi, che possono essere scaricati qui: volume 1, volume 2. Si tratta di un corso completo che può essere proficuamente studiato insieme a una raccolta di problemi meccanici risolti per via numerica che ho vergato meticolosamente nel medesimo periodo, reperibile qui. A complemento, è utile la mia raccolta di appunti sulle vibrazioni a un grado di libertà (qui).

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Per chi fosse interessato alla estensione della trattazione a problemi dello spazio, il mio lavoro di archeologia del sé mi portò in un periodo a trascrivere al computer parte degli appunti di Meccanica Razionale del giovane studente dinoccolato che fui, solo una parte: lasciai fuori diversi approfondimenti sull’ellissoide di inerzia e trattazioni che ormai mi sfuggivano su altri meandri di questa scienza vetusta. La meccanica razionale, poco prima di sparire definitivamente, è stata la disciplina che più piacere e soddisfazione mi ha dato, fra tutte, e alle cui applicazioni (con gli strumenti del calcolo numerico) avrei dato senz’altro la mia piccola vita, dispersa ormai da decenni. La trascrizione, dicevo, è disponibile qui.

Altra trascrizione parziale, lunga e dolorosa, è stata quella degli appunti di meccanica dei solidi (o scienza delle costruzioni, più poeticamente) dei quali segnalo in particolare la trattazione sistematica dei sistemi reticolari piani come sistemi algebrici lineari, e dei criteri di sicurezza (espressione prosaica che non rende giustizia alla loro formulazione matematica) (qui).

Amputations

This is Mark Ormrod, a triple amputee trying to deadlift 105 Kg. As you can see, he fails at the beginning and he succeeds only after a struggle with the barbell and the gravity acceleration. His struggle is painful even to watch and yet this is a powerful accomplishment of Mark’s will.

But the real reason why I want to share this video is that this is a perfect allegory of the struggle that I do every day to perform cognitive tasks. I fail most of the times and yet I’ve never given up. I’ve spent most of the last 20 years in this struggle. You can’t see the amputations in my brain, and there is no way to record the fight that happens all inside my skull. I have to make one hundred times the effort of an average person, to obtain one hundred times less. This can be really discouraging, it has in fact been devastating, considering also how competitive I was (and I still am). 

At present, there isn’t an explanation for these amputations of the brain, there isn’t even a way to clearly measure them. And of course, there is no prosthetics. Nothing beside pure, brutal will.

Punto e virgola

In questo breve testo parlo delle differenze fra linguaggio matematico e linguaggio umano, con particolare riferimento alla poesia. Scritto intorno al 2011. L’immagine della sibilla delfica è una mia copia di una figura della Cappella Sistina. Olio su cartone, colore steso dalla mano inesperta di un adolescente. In seguito persi la capacità di dipingere, insime a tanto altro.

*

Prima lezione con lui, quel giorno, tanti anni fa. Ci affrontò come un attore navigato, davanti alla platea dell’ennesima replica. Ci passò in rassegna di volata dalla prima all’ultima fila, come per verificare qualcosa; forse per assicurarsi che avessimo gli stessi volti degli studenti che si trovò di fronte quando tenne la sua prima lezione, decenni addietro. In fondo i ragazzi sono sempre gli stessi, da sempre, nonostante ciò che si dice quando ragazzi non si è più.

Si voltò e iniziò un antico rituale, lui e la lavagna; e quella frase che si componeva sotto il bussare del gesso sull’ardesia. Suono magico che ci ipnotizzò, inducendoci al silenzio, come lo schiocco della frusta del domatore. Scrisse:

IIBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO

Il latino era l’ultima cosa che ci si potesse aspettare in quella sede, ma in realtà la citazione era molto pertinente, e sarebbe stata illuminante. Attesi una spiegazione, ed ebbi un racconto.

Tanto tempo fa, cominciò il professore, ma potrebbe anche essere oggi, un giovane soldato si recò da una sibilla, una maga se volete, per sapere se sarebbe tornato vivo dalla guerra, all’affetto dei genitori e della sposa. La donna, che più che veggente era saggia, e furba certo, farfugliò qualcosa di oscuro gesticolando platealmente, rivolta a un punto indefinito; poi, quando ritenne di aver impressionato a sufficienza il giovanotto, emise questo vaticinio, disse il professore indicando la lavagna dietro di lui.

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Fu furba, continuò, perché in latino la negazione può trovarsi sia prima del verbo, che dopo; per cui questa frase è ambigua, e può assumere due significati, uno favorevole:

andrai e ritornerai, non morirai in battaglia

E uno infausto:

andrai e non ritornerai, morirai in battaglia

Dipende da dove si mette la virgola, se prima o dopo la negazione. In ogni caso, dunque, il vaticinio si sarebbe avverato.

Ma la sibilla fu anche saggia: sapendo che il giovane avrebbe avuto qualche possibilità di tornare solo se avesse creduto in se stesso, e che lo avrebbe fatto se si fosse convinto di avere un destino propizio, volle dargli una speranza. Il futuro infatti, e la sibilla questo lo sapeva meglio di chiunque altro, è quello che ti fai, dipende solo da te, dalla forza e dalla speranza; il vostro destino, ragazzi, è scritto su un foglio che potete strappare, se non vi piace, disse il professore fissandoci. Ma sto divagando, aggiunse, non era di questo che volevo parlarvi. E riprese chiedendo quale fosse la morale della storia.

Il linguaggio umano, si rispose il professore (che credo stesse seguendo in realtà un copione con pause e divagazioni ben studiate), è ambiguo; questa è la sua natura, è nato così, non saprei dirvi perché. In fondo sarebbe potuto essere del tutto univoco, poiché la natura sa esserlo: pensate al materiale genetico che, fatti salvi eventuali errori, si duplica uguale a se stesso, trasmettendo un messaggio preciso, senza possibilità d’interpretazioni errate. Eppure il linguaggio umano è ambiguo, il significato che attribuite a ciò che vi sto dicendo dipende molto da voi, da quello che sapete, da come pensate.

E allora io vi chiedo uno sforzo, perché qui useremo un linguaggio che non ammette interpretazioni, che vede l’ambiguità come un flagello biblico: il linguaggio della matematica si è evoluto, in contrasto con la natura umana, perché potesse esistere una corrispondenza esatta, biunivoca, fra significante e significato, disse il professore osservandoci. Ma questo, continuò, non costituisce un limite alla creatività, non è una costrizione; è solo una necessità, un ostacolo da superare per accedere a strumenti molto potenti, concluse.

“Amen”, gli rispose una voce anonima, nel silenzio generale. Risate e indulgenza del professore, che era abituato allo spirito goliardico degli studenti e lo tollerava.

Sulla strada del ritorno rimuginavo, masticavo le parole, come una gomma americana. Sotto il cappuccio di un piumino troppo corto, guardavo per terra e pensavo:

Ibis redibis

non

morieris in bello

una virgola

è tutto la differenza

fra la vita e la morte

condanna o speranza

basta un segno

a cancellare i sogni

ma se il destino è in versi

ciascuno legge

il futuro che vuole.

Prospera la poesia

su questa ambiguità affastella

più significati su un significante

togliendo le virgole

ognuno le mette dove vuole

spezzando il discorso

il volo di una farfalla

che va da una parte

ma poi ci ripensa

traccia più direzioni

le lascia lì

e ognuno raccoglie

quella che vuole.

Oggi, molti anni dopo, mi è capitato di camminare per strada con un quaderno e una penna, fermandomi ogni tanto per appuntare un verso, il volo spezzato di una farfalla. E osservando i visi sorpresi dei passanti, che mi incrociavano ruotando la testa come la torretta di un cannone che segua un bersaglio mobile, annotavo sul quaderno:

Con le cravatte al collo

tanti guinzagli

ragionieri della vita

con ragionieri al posto del cuore

inseguono l’efficienza

dei calcolatori servi sciocchi

inventati da giovani brillanti

senza cravatta.

Rimuginavo, masticavo le parole, come una gomma americana. Sotto il cappuccio di un piumino guardavo per terra e pensavo.

Poi, alzando la testa, nel riflesso di un vetro, la vetrina di un negozio, mi è sembrato di vedere un ragazzo, sotto il cappuccio di un piumino troppo corto, mi osservava. È stato un attimo, solo un fotogramma. Mi sono immediatamente guardato intorno: niente. Allora mi sono avvicinato alla vetrina, e ho scrutato oltre, con un tuffo al cuore.

Ma niente. Solo lavatrici e frigoriferi e una famiglia tra le file di elettrodomestici. Nient’altro. Eppure era lì, sono sicuro, non mi sbaglio: era lui, ero io, quel giorno di cui vi ho parlato.

Quel giorno di tanti anni fa non è finito, perché se il punto non c’è, lo metterò soltanto quando deciderò di farlo

Even if I came back in time one thousand times

I remember the day I took this photo, two decades ago. I was not feeling well, I knew that something terribly wrong was going on: I couldn’t think clearly, part of my brain had shut down. And that defiant smile was only the suit I dressed my fear with. Even if I came back in time one thousand times, I would not be able to save that talented boy. The best I could do would be trying to persuade him that it is not his fault.

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Had I the chance to have him in front of me now, I would use modern technology, tools he couldn’t even dream of: I would scan his whole DNA, searching for rare genetic diseases, maybe use an array of random peptides in order to study his immune response to self, I could read all the foreign genetic material in his blood, in a quest for pathogens, and even measure 5 or 6 hundred metabolites in his body fluids, looking for deficiencies or abnormalities, and a few metabolites directly in his living brain using magnetic resonance with spectroscopy, checking neuroinflammation. And yet, this would probably be not enough to save his mind and his future and to prevent him from being housebound for decades. I feel that I have failed him, that I have left him alone in a path of unthinkable suffering and loss. There isn’t a day in which I don’t feel sorrow for my younger self.