Amputations

This is Mark Ormrod, a triple amputee trying to deadlift 105 Kg. As you can see, he fails at the beginning and he succeeds only after a struggle with the barbell and the gravity acceleration. His struggle is painful even to watch and yet this is a powerful accomplishment of Mark’s will.

But the real reason why I want to share this video is that this is a perfect allegory of the struggle that I do every day to perform cognitive tasks. I fail most of the times and yet I’ve never given up. I’ve spent most of the last 20 years in this struggle. You can’t see the amputations in my brain, and there is no way to record the fight that happens all inside my skull. I have to make one hundred times the effort of an average person, to obtain one hundred times less. This can be really discouraging, it has in fact been devastating, considering also how competitive I was (and I still am). 

At present, there isn’t an explanation for these amputations of the brain, there isn’t even a way to clearly measure them. And of course, there is no prosthetics. Nothing beside pure, brutal will.

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Punto e virgola

In questo breve testo parlo delle differenze fra linguaggio matematico e linguaggio umano, con particolare riferimento alla poesia. Scritto intorno al 2011. L’immagine della sibilla delfica è una mia copia di una figura della Cappella Sistina. Olio su cartone, colore steso dalla mano inesperta di un adolescente. In seguito persi la capacità di dipingere, insime a tanto altro.

*

Prima lezione con lui, quel giorno, tanti anni fa. Ci affrontò come un attore navigato, davanti alla platea dell’ennesima replica. Ci passò in rassegna di volata dalla prima all’ultima fila, come per verificare qualcosa; forse per assicurarsi che avessimo gli stessi volti degli studenti che si trovò di fronte quando tenne la sua prima lezione, decenni addietro. In fondo i ragazzi sono sempre gli stessi, da sempre, nonostante ciò che si dice quando ragazzi non si è più.

Si voltò e iniziò un antico rituale, lui e la lavagna; e quella frase che si componeva sotto il bussare del gesso sull’ardesia. Suono magico che ci ipnotizzò, inducendoci al silenzio, come lo schiocco della frusta del domatore. Scrisse:

IIBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO

Il latino era l’ultima cosa che ci si potesse aspettare in quella sede, ma in realtà la citazione era molto pertinente, e sarebbe stata illuminante. Attesi una spiegazione, ed ebbi un racconto.

Tanto tempo fa, cominciò il professore, ma potrebbe anche essere oggi, un giovane soldato si recò da una sibilla, una maga se volete, per sapere se sarebbe tornato vivo dalla guerra, all’affetto dei genitori e della sposa. La donna, che più che veggente era saggia, e furba certo, farfugliò qualcosa di oscuro gesticolando platealmente, rivolta a un punto indefinito; poi, quando ritenne di aver impressionato a sufficienza il giovanotto, emise questo vaticinio, disse il professore indicando la lavagna dietro di lui.

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Fu furba, continuò, perché in latino la negazione può trovarsi sia prima del verbo, che dopo; per cui questa frase è ambigua, e può assumere due significati, uno favorevole:

andrai e ritornerai, non morirai in battaglia

E uno infausto:

andrai e non ritornerai, morirai in battaglia

Dipende da dove si mette la virgola, se prima o dopo la negazione. In ogni caso, dunque, il vaticinio si sarebbe avverato.

Ma la sibilla fu anche saggia: sapendo che il giovane avrebbe avuto qualche possibilità di tornare solo se avesse creduto in se stesso, e che lo avrebbe fatto se si fosse convinto di avere un destino propizio, volle dargli una speranza. Il futuro infatti, e la sibilla questo lo sapeva meglio di chiunque altro, è quello che ti fai, dipende solo da te, dalla forza e dalla speranza; il vostro destino, ragazzi, è scritto su un foglio che potete strappare, se non vi piace, disse il professore fissandoci. Ma sto divagando, aggiunse, non era di questo che volevo parlarvi. E riprese chiedendo quale fosse la morale della storia.

Il linguaggio umano, si rispose il professore (che credo stesse seguendo in realtà un copione con pause e divagazioni ben studiate), è ambiguo; questa è la sua natura, è nato così, non saprei dirvi perché. In fondo sarebbe potuto essere del tutto univoco, poiché la natura sa esserlo: pensate al materiale genetico che, fatti salvi eventuali errori, si duplica uguale a se stesso, trasmettendo un messaggio preciso, senza possibilità d’interpretazioni errate. Eppure il linguaggio umano è ambiguo, il significato che attribuite a ciò che vi sto dicendo dipende molto da voi, da quello che sapete, da come pensate.

E allora io vi chiedo uno sforzo, perché qui useremo un linguaggio che non ammette interpretazioni, che vede l’ambiguità come un flagello biblico: il linguaggio della matematica si è evoluto, in contrasto con la natura umana, perché potesse esistere una corrispondenza esatta, biunivoca, fra significante e significato, disse il professore osservandoci. Ma questo, continuò, non costituisce un limite alla creatività, non è una costrizione; è solo una necessità, un ostacolo da superare per accedere a strumenti molto potenti, concluse.

“Amen”, gli rispose una voce anonima, nel silenzio generale. Risate e indulgenza del professore, che era abituato allo spirito goliardico degli studenti e lo tollerava.

Sulla strada del ritorno rimuginavo, masticavo le parole, come una gomma americana. Sotto il cappuccio di un piumino troppo corto, guardavo per terra e pensavo:

Ibis redibis

non

morieris in bello

una virgola

è tutto la differenza

fra la vita e la morte

condanna o speranza

basta un segno

a cancellare i sogni

ma se il destino è in versi

ciascuno legge

il futuro che vuole.

Prospera la poesia

su questa ambiguità affastella

più significati su un significante

togliendo le virgole

ognuno le mette dove vuole

spezzando il discorso

il volo di una farfalla

che va da una parte

ma poi ci ripensa

traccia più direzioni

le lascia lì

e ognuno raccoglie

quella che vuole.

Oggi, molti anni dopo, mi è capitato di camminare per strada con un quaderno e una penna, fermandomi ogni tanto per appuntare un verso, il volo spezzato di una farfalla. E osservando i visi sorpresi dei passanti, che mi incrociavano ruotando la testa come la torretta di un cannone che segua un bersaglio mobile, annotavo sul quaderno:

Con le cravatte al collo

tanti guinzagli

ragionieri della vita

con ragionieri al posto del cuore

inseguono l’efficienza

dei calcolatori servi sciocchi

inventati da giovani brillanti

senza cravatta.

Rimuginavo, masticavo le parole, come una gomma americana. Sotto il cappuccio di un piumino guardavo per terra e pensavo.

Poi, alzando la testa, nel riflesso di un vetro, la vetrina di un negozio, mi è sembrato di vedere un ragazzo, sotto il cappuccio di un piumino troppo corto, mi osservava. È stato un attimo, solo un fotogramma. Mi sono immediatamente guardato intorno: niente. Allora mi sono avvicinato alla vetrina, e ho scrutato oltre, con un tuffo al cuore.

Ma niente. Solo lavatrici e frigoriferi e una famiglia tra le file di elettrodomestici. Nient’altro. Eppure era lì, sono sicuro, non mi sbaglio: era lui, ero io, quel giorno di cui vi ho parlato.

Quel giorno di tanti anni fa non è finito, perché se il punto non c’è, lo metterò soltanto quando deciderò di farlo

Even if I came back in time one thousand times

I remember the day I took this photo, two decades ago. I was not feeling well, I knew that something terribly wrong was going on: I couldn’t think clearly, part of my brain had shut down. And that defiant smile was only the suit I dressed my fear with. Even if I came back in time one thousand times, I would not be able to save that talented boy. The best I could do would be trying to persuade him that it is not his fault.

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Had I the chance to have him in front of me now, I would use modern technology, tools he couldn’t even dream of: I would scan his whole DNA, searching for rare genetic diseases, maybe use an array of random peptides in order to study his immune response to self, I could read all the foreign genetic material in his blood, in a quest for pathogens, and even measure 5 or 6 hundred metabolites in his body fluids, looking for deficiencies or abnormalities, and a few metabolites directly in his living brain using magnetic resonance with spectroscopy, checking neuroinflammation. And yet, this would probably be not enough to save his mind and his future and to prevent him from being housebound for decades. I feel that I have failed him, that I have left him alone in a path of unthinkable suffering and loss. There isn’t a day in which I don’t feel sorrow for my younger self.

Biogenesi, ultima parte

Biogenesi, ultima parte

<-Precedente

Diana era non solo un brillante ingegnere, ma anche una capace organizzatrice. In breve tempo assunse sulle sue spalle anche la gestione di tutti gli aspetti logistici  della spedizione. Sposò la missione con tutte le sue forze, perché aveva inteso che il caso le aveva destinato una fortuna speciale, un ruolo di rilievo nella storia dell’umanità.

Lev  era stato assistito dalla sorte, aveva trovato una donna malata di assoluto, proprio come lui. Aveva trovato una lavoratrice infaticabile, un’esperta nella gestione di grandi staff, una capace specialista di relazioni pubbliche. I due erano complementari e McArthur volle senz’altro condividere con lei la paternità della missione.

Il vascello veniva realizzato presso la Pax, dove l’uomo si era infine dovuto trasferire, quale dirigente del neonato Dipartimento di Crononautica. Anche lì, nel chiasso e nella confusione della colossale stazione, il dottor McArthur aveva comunque trovato il modo per condurre la sua vita da recluso, la sua esistenza in clausura. Ma non poteva più fare a meno, ormai, di andare di tanto in tanto a prendere del cioccolato caldo nella sala  ristoro, sotto al grande pannello trasparente, con il suo ingegnere preferito.

In tutti gli angoli del Sistema Solare si sentiva ormai parlare della spedizione e già circolava la voce che sarebbe stato lo stesso dottor McArthur a sacrificare la vita per intraprendere il viaggio. Ma il vascello era per due e non ci voleva molta immaginazione per individuare chi sarebbe stato il più probabile secondo componente dell’equipaggio.

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La Terra si fermò quando furono conferite le medaglie a Smith e a McArthur, e con lei ogni pianeta e ogni luna del Sistema Solare. Ormai si era ad un passo dal salto, dal più grande balzo che l’umanità avesse mai fatto.

La  Beagle si staccò dalla Pax, rivaleggiando con lei per imponenza. Le sue vele stellari si aprirono e Marte rimase sospeso, in muta ammirazione.

Stridettero i macchinari, squarciarono con bagliori elettrici la notte superba. Fu mandato a regime il cronopropulsore, contro le correnti temporali che scuotevano il vascello maestose e severe. Ma cedevano gli eoni all’audace propulsore. Anno per anno li lacerò la carena metallica. Paurosamente i divieti infrangibili scossero la  Beagle. A stento la nave schivò i no imperiosi, lambendo furtiva le vallate sospese delle paure congenite.

Il dispositivo risalì con sforzo le Leggi, ma era ben congegnato, funzionò. Schiantò, tra un battito e l’altro dei loro cuori, l’ineluttabile barriera del Tempo. Scivolò oltre, su una sospesa vertigine. Trepidanti i due crononauti  si godettero il silenzio attonito del Cosmo, all’origine del Cosmo.

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*

La  Beagle solcava la disperazione dello spazio senza mondi, gettava una debolissima luce  sulla solitudine più nera. Ma gli occhi di Diana riservavano a Lev infinite scoperte. Quante ore di quella notte senza stelle e senza alba McArthur visse perduto nel paesaggio delle iridi azzurre di Diana? Quante volte percorse le circonferenze blu che le delimitavano? Quante volte colse le pupille che, colpite da un raggio di luce, si restringevano? Lev registrava con attenzione le variazioni di colore di quegli occhi, le fluttuazioni del tono dell’azzurro, dal celeste liquido dei momenti di malinconia  a quello corposo delle ore di ritrovata vitalità. Con gli occhi negli occhi vissero Diana e Lev, per tre anni.

Ma la  Beagle affondava nel nulla: il cielo era vuoto, senza speranze e senza dèi. Le domande degli uomini provocavano i membri della spedizione, sospese nel vuoto, sempre presenti, intatte. E Lev dovette assistere allo sfiorire di Diana, al suo lasciarsi andare, a poco a poco, sempre più giù. Vide le sue palpebre adombrare, pesanti, la luce dei suoi occhi. Vide spegnersi quel mondo del quale aveva vissuto fino ad allora.

Per amore di lei, McArthur le diede il veleno. La vide scomparire, mentre le teneva le mani, mentre accompagnava fra le lacrime il suo ultimo sonno.

Poi toccò a lui. Mandò giù il veleno, prima che l’abrutimento lo facesse suo, prima che il bene prezioso della sua vita fosse macchiato dall’orrore di un’esistenza senza speranza.

*

Lev è seduto affianco a un letto. Sopra il letto una luce, debole. Altri letti nel buio, nel silenzio. Persone che dormono. Attesa. Attesa che finisca la flebo, attesa che arrivi l’infermiera, attesa che passi un’altra ora, attesa che giunga finalmente il giorno; con la speranza irragionevole che l’incubo finisca con la notte. Attesa di dimenticare nel sonno l’orrore del corpo lacerato di suo padre, in agonia, disteso, sul letto. Nulla da fare, per lui, se non passare una garza umida sulle sue labbra, una garza bagnata di lacrime amare, calde di rabbia e di lancinante dolore.

*

«Chi sei?» chiede Lev a una persona che  lo fissa dal buio, da un bosco silenzioso di intricata vegetazione. E’ una figura enorme, un uomo nella sua più vigorosa maturità, avvolto da una giacca di pelle. Occhi blu, capelli finissimi e luminosi. Lev ha paura.

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«Sono papà. Ti sei già dimenticato di me?» Ora è vicino, sedutogli accanto.

«Eri così quando ero piccino, è passata una  vita, perché mi inganni? Non avercela con me. Ho fatto il possibile, ho lottato fino alla fine per te! Avrei dato la mia vita, avrei affrontato un gigante, se solo fosse servito. Ma non ti ho salvato. Non ci sono riuscito. Credimi, quando ti chiesi con un sussurro di mollare, ero stremato. Non potevo più vederti così. Perdonami». I due si avvicinano e si abbracciano. Piangono.

Ora, sul letto, il corpo è avvolto da un lenzuolo, disteso imponente sotto un panneggio bianco. Si scorgono le forme delle mani, adagiate sullo sterno. I piedi tendono il lenzuolo. Il volto è incorniciato da una fascia bianca. La bocca è socchiusa in un respiro immobile. Un occhio è rimasto semiaperto.

Lev è seduto al suo fianco. Lo ritrae, mette fra lui e il corpo il foglio di carta, per rimandare il dolore. Poi cerca suo padre, per fargli vedere il disegno, come quando era piccolo.

Ma d’un tratto si ritrova solo, in montagna, avvolto in una nube bassa. Tutto è bianco, vede solo il terreno. Il suolo trasuda gli umori della terra, mentre l’aria piange. E’ mai stato più smarrito?

Lev chiama il papà a gran voce, a squarciagola, con tutto se stesso. Niente. Dal bianco emergono delle ombre, immobili, colossali. Fantasmi di cavalli, assorti, nel nulla. «Papà!». Niente da fare.

Poi la nebbia si dirada e si apre una valle infinita. Ecco suo padre. Lo raggiunge di corsa, felice come un bambino, risorto dall’incubo. Si sente di nuovo protetto, sicuro, all’ombra della colonna della sua vita. Il papà ha in mano un fungo. Lo pulisce dalla terra con le sue dita. Lev bacia le mani amate del padre, le bagna del pianto di un bambino.

Il padre parla a Lev tenendogli una spalla con la mano. Il vento accarezza la paglia dorata dei suoi capelli e il suo volto è tutto pervaso dalla luce estiva dei suoi occhi. Lev perde il suo sguardo fra catene montuose lontanissime, faggete sconfinate, nuvole vaporose e imponenti.

Lev sta guardando, ma non sta osservando; ascolta la voce di suo padre, calma, bassa, rotonda: «Caro figlio, tu credi di avere tutto il tempo davanti a te. Ma il tempo di una vita è poco, pochissimo! Cerca, per quanto è in tuo potere, di non sprecarne mai, ti prego».

«La verità assoluta non posso dartela; noi la conosciamo, ma le Leggi ci impediscono di tornare tra voi per svelarla. Questo però è il mio insegnamento: non smettere mai di cercare ostinatamente la verità, non illuderti di trovarla e fuggi da coloro i quali affermano perentoriamente di possederla e sono di una certezza incrollabile».

Lev è perplesso. Tutto ciò che gli sta accadendo è bellissimo, ma è falso. «Non è mio padre», pensa fra sé. «Tu non sei mio padre, questo è un inganno, mio padre è morto. Non c’è modo per riaverlo, neanche qui, ai confini del mondo. Chi sei?».

*

Lev stringe una penna ottica fra le dita. E’ davanti a una lavagna. Dietro di lui il professor Landini lo sta interrogando. «McArthur, mi dia la definizione del generico problema di Cauchy».

Lev scrive: «Data l’equazione differenziale del primo ordine

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si dice problema di Cauchy la ricerca delle soluzioni dell’equazione che soddisfano la condizione iniziale f(t=0) = a». Poi aggiunge a voce: «In generale il problema di Cauchy non è risolvibile univocamente ma, sotto certe condizioni, la soluzione è una ed una sola. Questo vuol dire che se conosco la legge di un fenomeno, cioè la sua equazione differenziale, e se ne conosco lo stato iniziale, cioè la sua condizione iniziale, allora posso prevedere l’evoluzione del sistema nel tempo».

Landini: «Bene, mi dica ora quali fenomeni sono governati da equazioni differenziali.»

Lev: «Tutti i fenomeni dell’universo.»

Landini: «Vuole dire anche la vita, anche l’evoluzione delle specie?»

Lev: «Ogni sistema, che sia un insieme di molecole di gas o un batterio, è governato da equazioni differenziali.»

Landini: «Se possedessi le leggi di ogni fenomeno dell’universo, se queste costituissero un sistema di equazioni differenziali univocamente risolvibile, note le condizioni iniziali, allora potrei prevedere l’evoluzione dell’universo nel tempo?»

Lev: «In teoria potrei conoscere il comportamento di ogni singolo pianeta, di ogni singola stella e di ogni singolo individuo del Cosmo, in ogni dato momento. Ma questo è assurdo!»

Landini: «McArthur, lasci da parte i commenti e mi dica se, alla luce di quanto detto, ha senso lo scontro fra creazionisti ed evoluzionisti.»

Lev: «Non ha alcun senso, professore. Dio avrebbe potuto semplicemente stabilire le condizioni iniziali e le leggi fisiche, per poi lasciare l’universo a uno sviluppo autonomo. In questo modo si potrebbe sia riconoscere l’indipendenza dal Creatore di ogni fenomeno evolutivo, sia l’aderenza del tutto al disegno del Creatore. Potremmo così sia ammettere la validità del meccanismo di evoluzione biologica, sia la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. Ma tutto ciò è assurdo»

Landini: «Non le piace il fatto che ogni suo gesto sia stato preordinato, non è così McArthur?»

Lev: «Sì, non potrei sopportare questa verità. Non la tollererei. Ma tu non sei il mio professore. Quante facce hai?»

*

Entità: «Quale faccia mi attribuisci Lev? Come mi preferisci? Con la barba bianca e un corpo maturo ma vigoroso? E che nome mi dai?»

«Se sei arrivato sin qui, è giusto che tu sappia ogni cosa. Io non avevo previsto il vostro arrivo dal futuro. Sì, è vero, vi ho plasmati secondo il mio volere. Ma non sono in grado di prevedere le vostre azioni. Il tuo libero arbitrio è salvo, dolce Lev. Il vostro cervello è la cosa più complessa che abbia previsto nel Cosmo e nessuna equazione matematica potrà mai descriverne il funzionamento. Ho trovato nella mente di voi due, cari esploratori, più di quanto io potessi mai immaginare: la fantasia, l’ironia, la creatività, l’amore. Tutte cose alle quali non avrei mai pensato.»

Lev: «Ora so da dove viene il genere umano. Ma perché lo hai creato? Questo mi devi spiegare!»

Entità: «Ho trovato nella tua mente nozioni di biogenesi. Voi umani, nel tuo lontano futuro, fate esperimenti che hanno come fine il tentativo di creare la vita. Perché mai vi impegnate in queste cose?»

Lev: «Noi lo facciamo per conoscere meglio noi stessi, per capire cosa siamo. Vuoi dire allora che anche tu hai creato il mio mondo per cercare la verità? Dunque non sei Dio! Non sei il Creatore, ma una creatura. Ti prego, dimmi come stanno le cose!»

Entità: «E’ così, figlio mio. Appartengo a un mondo che neanche puoi immaginare, e anche io formulo le domande che ho trovato nella mente tua e in quella di Diana.»

«Ma devi sapere che non è Dio ciò che cerco. Per me infatti le posizioni del teismo e dell’ateismo non sono valide: esse non risolvono nulla. Per quanto mi riguarda, io credo più probabile una terza posizione. Tuttavia non posso illustrartela, l’architettura del tuo cervello non ti permetterebbe di afferrarla… Ti ricordi dell’esperimento dello specchio? Solo alcune specie animali, come le scimmie antropomorfe, sono in grado di riconoscere se stesse nella immagine riflessa dallo specchio. Le altre non possono arrivare ad avere autocoscienza, non hanno consapevolezza di sé. Così, voi esseri umani non potreste comprendere la mia ipotesi sulla origine del Tutto, del vostro e del mio mondo.»

«Ma ecco ciò che realmente conta, figlio: la ragione per vivere è contenuta nel nostro discorso. Tu devi vivere per continuare la tua ricerca della verità, per proseguire la tua indagine fuori di te, dentro di te e nelle persone che ami. E ama le persone, gli animali e le cose più di quanto tu possa amare te stesso.»

*

L’uomo si svegliò dolcemente. Era confuso. Dove si trovava? In che tempo? Per un attimo ebbe la sensazione di essere nella camera della sua infanzia. Gli sembrò, per un attimo, di sentire le voci dei genitori provenienti da una stanza vicina. Era un’illusione.

Le luci della plancia sottraevano al buio il suo viso con tenui bagliori azzurri. Arrivava al suo orecchio solo il ronzio di qualche remota apparecchiatura. Oltre l’oblò, lo spazio era ingombro di stelle fino all’inverosimile, ed era pervaso da un diffuso chiarore. Tutto era immobile. Pace.

Diana dormiva, con il capo sulle braccia raccolte. I sottili capelli chiedevano solo una carezza delicata, le palpebre un bacio leggero. Gli occhi si muovevano, stava sognando.

Lev avrebbe dato qualunque cosa, per conoscere i sogni di lei, per sapere se anche lui era una parte di essi. Ma era ora consapevole del fatto che nessuno avrebbe potuto conoscerli, nessuno avrebbe potuto prevederli; nessuno avrebbe potuto rubarglieli.

Una falce colossale si accese oltre l’oblò e dietro di lei si affacciò una stella accecante. Passarono i minuti e la falce si ispessì. Passarono i minuti e Lev riconobbe Marte, i suoi mari, le sue vallate erbose, le sue città. Quella immagine gli riportò alla mente ricordi confusi: la vista del pianeta dalla sala ristoro della stazione orbitante, la costruzione della Beagle, il viaggio, i tre anni nel nulla. E poi? Il veleno. Diana doveva essere morta e lui anche.

Cosa era successo? Ricordava dei sogni, delle immagini incoerenti, un dialogo impossibile. Erano veramente sogni? Ma come poteva essere vivo? Era anche questo un sogno, uno scherzo della mente prossima alla morte?

La donna aprì gli occhi lentamente, alzò leggermente il capo e rimase a fissare il cielo per un po’. Poi si volse verso Lev e gli sorrise. Lui restò a guardarla con tenerezza, quindi tornò a osservare Marte, a cercare, in quello spettacolo, delle risposte; qualcosa che potesse risolvere il suo smarrimento.

Ed ecco che vide una stella sfolgorante uscire dalla porzione in ombra del pianeta. Ancora un istante e Lev riconobbe la Pax, più bella che mai, animata da tante piccole luci lampeggianti, affollata di vascelli attraccati, di oblò aperti su una vita interna pulsante. Con i pannelli solari spiegati, ricordava un veliero del lontano passato.

Lev capì quello che era successo. Abbracciò Diana, ancora disorientata, sciogliendosi in lacrime. Era tornato nel suo tempo e nel suo universo. E aveva tutta l’intenzione di popolarli e di esplorarli.

Fine

Biogenesi, parte 3

Biogenesi, parte 3

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Passarono alcuni anni e accadde un vero miracolo. Accadde che fu trovato, da un gruppo di rinomati fisici teorici, che non solo il passato raggiunto da una crononave sarebbe stato sulla medesima linea temporale del presente ma che, se l’umanità avesse deciso di fare un viaggio nel passato, allora voleva dire che nel passato erano giunti degli uomini dal futuro. Fu provato, insomma, che le cose stavano come Lev aveva sperato ardentemente. Infatti fu dimostrato che ammettere che le cose non fossero così, voleva dire entrare in contrasto con niente di meno che la ben collaudata meccanica relativistica.

Lev tirò un sospiro di sollievo. Ora sembrava davvero possibile che il sogno fosse realizzabile.

Fu deciso di mettere in atto un esperimento, per dare la prova empirica delle verità svelate dalla teoria. Si decise di costruire un modulo automatico, da spedire nel passato. Il modulo sarebbe dovuto allunare in un ben preciso posto sulla superficie del satellite terrestre, aspettando di essere recuperato dagli uomini che lo avevano costruito, nel ventitreesimo secolo.

Durante la realizzazione della sonda Lev fu informato, in via del tutto riservata, di uno straordinario ritrovamento, avvenuto novant’anni prima, su Callisto, una luna di Giove, durante lo scavo di una miniera, e tenuto nascosto dai servizi segreti. Si trattava di una sonda in tutto e per tutto simile a quella che si stava realizzando nel suo laboratorio.

La cosa sembrava sconcertante. Chi mai avrebbe potuto costruire un  modulo crononautico, settant’anni prima che la crononautica nascesse come scienza? Come poteva tale modulo essere uguale a quello che si costruiva ora, nel più avanzato laboratorio del Sistema Solare?

Per Lev la risposta era abbastanza semplice. Era chiaro che il modulo che giaceva smembrato nella sua officina sarebbe stato, in un futuro, completato da qualcuno e lanciato verso una destinazione temporale anteriore a novant’anni prima di allora, e verso la destinazione fisica in cui fu poi effettivamente trovato.

In definitiva l’esito dell’esperimento fu considerato positivo, senza nemmeno dover finire di costruire la sonda. Inoltre l’opinione pubblica fu affascinata da questo campo di ricerca, fu letteralmente rapita dalle prospettive che generava la crononautica. Così i finanziamenti piovvero ancora più abbondanti e il sogno di Lev di andare incontro a Dio, per ora tenuto segreto, sembrava sempre più vicino.

Anche le opposizioni ambientaliste e religiose contro la crononautica persero ben presto la loro forza e non costituirono più un problema.

Per quanto riguardava la sonda che si stava costruendo, essa fu riposta incompleta in un enorme magazzino. Dopo duemila anni di intricate vicissitudini, fu infine spedita verso il lontano 500 D.C., in quel punto del suolo di Callisto in cui fu ritrovata, più di millesettecento anni dopo.

*

Lev stava raggiungendo la stazione Pax in orbita intorno al pianeta Marte. Poteva constatare dal suo oblò i miracoli compiuti da un secolo di colonizzazione. Ocra denso si alternava a verde intenso e a blu profondo. Grigi apparivano i tentacolari insediamenti umani. Le immagini dell’arido pianeta rosso erano ormai ricordi sbiaditi di generazioni sepolte.

L’uomo rimase, durante la noiosa operazione di attracco della navicella, rapito da quella immagine di vita novella, stupito dall’enorme portata delle azioni umane, dal loro straordinario potere di creare un mondo. Egli non pensava più al suo lavoro, al motivo per cui era lì; non era padrone, in questa circostanza, dei suoi  pensieri e la sua mente rimaneva sospesa su idee vaghe, su emozioni nuove.

Ma presto richiamò all’ordine il suo cervello. Non lo riportò però al suo consueto oggetto, perché si soffermò a riflettere su un certo disagio provato davanti alle distese di nuvole dell’atmosfera di Marte.  Quell’atmosfera era figlia del lavoro dell’uomo, pensò, ed era una cosa grandiosa. Ma quanto cara era costata? Quante specie animali autoctone avevano pagato il prezzo dell’addolcimento del clima del pianeta e della estrazione dell’acqua dal sottosuolo?

Lev stava pensando al processo con il quale era stato trasformato il pianeta. Si era operato portando su Marte specie fotosintetiche, alghe e vegetali, per liberare grandi quantità di ossigeno. Tutto questo era stato iniziato senza aver effettuato un completo censimento di tutte le forme di vita presenti nel pianeta. Ne conseguì una rapida estinzione del novanta percento delle creature marziane. Quando ci si accorse della straordinaria ricchezza della fauna presente sul pianeta e della gravità della catastrofe ambientale che si stava producendo era troppo tardi: le specie erbose erano già sfuggite al controllo dei coloni e lo stesso era accaduto alle specie planctoniche, introdotte nei bacini artificiali.

Lev allora ricordò il senso di desolazione provato, da piccolo, davanti al corpo imbalsamato di un gasglobulo, conservato al museo delle scienze della sua città. Si trattava di un esemplare di una specie colpita dalla grande estinzione. Questa creatura aveva vissuto per millenni nei mari sotterranei di Marte, sospesa ad una certa profondità da una sacca gonfia di gas prodotto dal suo stesso metabolismo. Era un essere cieco con una raggiera di sfiatatoi per governare il moto nelle profondità degli abissi. Di colore bianco panna, con una fitta peluria diafana e tentacoli trasparenti, quell’artefatto tassidermico era una delle ultime, misere testimonianze di un mondo perduto.

L’uomo, pensava Lev, poteva realizzare grandi cose, ma anche immani catastrofi. Che la crononautica avesse davanti a sé questo stesso destino?

Lo sbuffo della porta stagna della carlinga ricondusse Lev al perché della sua presenza sulla sfolgorante Pax. Era lì per parlare con l’ingegnere D. Smith delle sue vele solari. Avrebbe fatto volentieri a meno di questa trasferta interplanetaria e avrebbe fatto volentieri a meno di andare a elemosinare, da un ingegnerino occhialuto, briciole di conoscenza. Ma il fatto era che esisteva un certo riserbo sulle ricerche di Smith e dunque, se Lev voleva delle notizie, doveva procurarsele di prima mano.

Avevano offerto a Lev un alloggio dove rinfrescarsi e un giro di ispezione della enorme stazione. Ma lui non aveva alcuna intenzione di perdere più tempo dello stretto necessario a bordo della Pax. Nel suo giro turistico avrebbe imparato qualche cosa di utile sulla crononautica? No, dunque era inutile perdere ore preziose. Così partì all’attacco, chiedendo di poter incontrare subito questo ingegnere. Gli indicarono il dipartimento di astronautica ed egli si scrisse sul  taccuino la sigla dello studio di Smith.

Come muoversi nella struttura orbitante? Lev non era abituato ai corridoi a gravità zero ed era piuttosto impacciato, mentre procedeva per brachiazione, tenendosi ai corrimano.

Comunque raggiunse il dipartimento e fu felice di ritrovarsi con i piedi per terra. C’era un brulichio di giovanotti che si spostavano su e giù per le leggere e borbottanti  scale di metallo che collegavano i piani realizzati con graticole. C’era chi si affannava a un terminale, chi in piedi scorreva velocemente dei tabulati, chi scaricava nel proprio palmare dei dati dai computer, chi  spostava fascicoli da una postazione a un’altra, chi – con gli occhi fissi sul proprio monitor – sorseggiava del caffè , chi discuteva sbracciando con un suo vicino. Il tutto in un intreccio di cavi che correvano ovunque, in un luccichio di monitor e di luci a neon. Era decisamente un ambiente troppo affollato e chiassoso, pensò Lev. Ma non si scoraggiò.

«Mi scusi, cerco la stanza 103-AN» disse a un ragazzo che sostava pensoso, con un panino in mano, davanti a dei calcoli scritti su una lavagna.

«Cosa dice? La stanza 103-AN?» rispose il ragazzo, gettando un occhio sul taccuino presentatogli da Lev. «Non ho idea di dove sia» disse, incrociando per un attimo gli occhi dell’uomo e tornando alla sua lavagna. Un secondo e il ragazzo si girò di scatto nuovamente verso Lev, che era rimasto impassibile. «Il dottor McArthur, Lev McArthur! E’ lei, non è vero?»  sbraitò il ragazzo, mentre passava il panino dalla mano destra alla sinistra, per stringere la mano all’omone barbuto che aveva davanti. «Sono un suo ammiratore, ho letto tutti i suoi articoli, lei è un maestro…» e il ragazzo incominciò a gesticolare e a parlare a voce alta mentre l’uomo, dietro la sua maschera immobile, si rimproverava di avere interpellato la persona sbagliata.

«Senta, la prego, cerco l’ingegnere Smith.» disse Lev, approfittando di una pausa nella logorrea del giovanotto. Intanto più di una persona aveva alzato gli occhi dal suo lavoro, per guardare verso il dottor McArthur.

«Certo, Smith.» disse il giovanotto ricomponendosi, «Guardi, deve salire lì e percorrere quel corridoio. Il suo studio è dietro la terza porta.» e poi riprese «Non sapevo che sarebbe venuto qui sulla Pax, non ce lo hanno detto, non lo sapevamo…» Il ragazzo non aveva finito di parlare, che McArthur gli voltava già le spalle, dirigendosi verso la scala. Intanto, dietro di lui, si radunò un gruppetto di persone le quali guardavano alternativamente il ragazzo e Lev, che si allontanava. All’uomo le parole degli astanti arrivarono solo come voci confuse.

Diana stava verificando la resistenza di un pannello di vela solare, sul suo terminale. Le davano sempre un piacere intenso le simulazioni al computer di sistemi fisici. Provava ancora lo stupore di una studentessa nel constatare come un modello matematico potesse rendere prevedibile il comportamento di complicate strutture, di realizzazioni che non esistevano neanche. Era una fortuna, pensava Diana, che il mondo fosse governato da leggi immutabili e che queste leggi fossero scritte in forma intellegibile all’intelletto umano, cioè come equazioni differenziali.

Per quanto la riguardava, avrebbe passato tutta la vita a trovare modelli matematici di fenomeni fisici. Eppure si era data all’ingegneria, perché? Vecchia domanda questa, quesito irrisolto, dolore nascosto. C’erano fondamentalmente due motivi. Il primo era che, in cuor suo, Diana sapeva di non essere abbastanza brava per fare scienza. Aveva una considerazione troppo alta della ricerca pura, per poter pensare che una come lei avesse potuto praticare la fisica a pieno titolo. Aveva conosciuto gente davvero in gamba e, dal confronto con queste persone, aveva dedotto di non essere abbastanza sveglia. In secondo luogo viveva del mito dell’uomo rinascimentale il quale, nella sua officina, crea macchine, costruisce edifici, realizza grandi opere. Il progettista disegna e soffre sui suoi disegni, poi sceglie la materia e inizia a lavorare. Crea e tutti possono vedere ciò che ha creato. Il suo è un lavoro intellettivo, poi un lavoro materiale che modifica l’ambiente, conferendogli l’impronta dell’uomo. E il suo lavoro è bello ed è utile ed è apprezzato dagli uomini; è fatica e passione e tutti possono vederle; è ingegno che è donato alle persone e che resta nel tempo. E con lui lavorano altri uomini, che lo ammirano e per i quali lui nutre amore e riconoscenza. Il naturalista invece non crea nulla. È semplicemente un osservatore. Di suo non mette nulla nel suo lavoro. Minore è il carico di schemi mentali e di idee preconcette che riversa nelle sue speculazioni e meglio è. Il naturalista è arido e questa, per Diana, era la cosa peggiore che si potesse dire di un essere umano.

Bussarono alla porta. «Avanti!» disse la donna, mentre Lev già stava entrando. Rimase fuori a metà e, leggermente proteso verso l’interno, disse «Senta, sto cercando l’ingegnere Smith».

«Lo ha davanti» disse Diana, con un sorriso cordiale, mentre si alzava e porgeva la mano all’omone barbuto, avvolto in una austera giacca scura con cappuccio. “Ecco un monaco francescano” pensò la donna con un velo di immediata simpatia.

«Ah, ma certo, naturalmente.» disse Lev avvicinandosi al tavolo e allungandole la mano. «Sono il dottor McArthur», disse. «Piacere».

Davanti a lui l’uomo aveva una giovane donna dai capelli molto corti e spettinati. Con giusto una forcina a tenere a bada una ciocca, sul lato sinistro della fronte, e ad abbozzare una scriminatura da una parte, l’ingegnere dava una idea di  rigore ed essenzialità.

«Non l’aspettavo così presto, non ha perso tempo. Prego.» disse la donna indicando la sedia davanti al suo tavolo. Lev si girò per chiudere la porta dietro di sé e si sedette col busto ritto e i piedi appaiati, come uno scolaretto. «Senta» cominciò, «sono qui per sapere il più possibile del suo sistema di propulsione, delle sue vele stellari.»

«Noi preferiamo chiamarle vele solari… in fondo non vogliamo mica andarci fuori dal Sistema Solare, non è vero?» disse Smith, assumendo un’espressione affabile e scherzosa.

Questa battuta ricordò a Lev tutta la difficoltà della sua missione, lì sulla Pax. Il fatto era che ormai doveva render noto il suo progetto, il suo figliolo, partorito in tante notti, in attesa dell’alba, e tenuto segreto per molti anni. Era necessario ormai che almeno l’ingegnere lo conoscesse, perché lei sarebbe dovuta entrare per forza a far parte della sua squadra.

 

Ma come fare a parlare di una  cosa così fuori dalla norma, di una cosa così assurda, di un viaggio verso Dio? Era difficile e Lev prese il discorso alla lontana, cosa inusuale per lui. Incominciò con  il fare i complimenti all’ingegnere per il suo straordinario lavoro. Passò poi a chiedere il motivo di tanta riservatezza sui progressi delle ricerche. La risposta era ovvia, era per non favorire l’accanita concorrenza. Ma intanto era qualcosa da chiedere, per rompere il ghiaccio. Lev parlava e ascoltava con la testa china, lo sguardo basso, alzato, di tanto in tanto, verso la donna. Era perplesso.

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L’ingegnere, che probabilmente avvertiva il disagio di Lev, anche se non se lo spiegava, fece una proposta. «Che ne dice di parlare nella sala ristoro davanti ad un cioccolato caldo? C’è una finestra panoramica con una vista straordinaria.»

«Cioccolato caldo? Che roba è?» pensò Lev, che aveva dimenticato anche il sapore degli alimenti di evasione. «Senz’altro» disse però immediatamente. In fondo avrebbe potuto prendere tempo per trovare il modo migliore per vuotare il sacco.

Dipartimento di Astronautica. Corridoio, scale, chiasso. Di nuovo i passaggi a gravità zero. Brachiazione. Affanno nello stare al passo di quella ninfa in scarpe da ginnastica. Battute di circostanza. Continuo rovello su cosa dire, su come esporre un sogno, un’idea da pazzo.

Una davanti all’altro, erano seduti a un tavolino, proprio vicino al grande pannello trasparente aperto su Marte. Mentre Diana beveva dalla sua tazza, Lev ispezionava rapidamente il volto della donna. In realtà quello non era l’ingegnere che si aspettava. Non se lo era immaginato così giovane e, soprattutto, non così bello. La fronte alta e i colori chiari del volto davano una sensazione di infantile innocenza. Gli atteggiamenti scherzosi e amichevoli denotavano un  approccio ludico all’esistenza. Ma il taglio sottile degli occhi e l’espressione spesso assorta, conferivano a Diana la inquietante profondità di un mistico  medioevale.

Tuttavia, pensava Lev, l’aspetto fisico non deve avere alcuna importanza nel rapporto con gli altri. Infatti che differenza può fare, se i pochi centimetri cubi di carne che costituiscono un naso, sono distribuiti in un modo anziché in un altro? Cosa cambia se il colore di un’iride è ocra luminoso o blu profondo? Il dottor McArthur si diceva che per non essere turbato dal bell’aspetto di Diana doveva pensare al suo corpo come a una scatola che racchiudesse il cervello; doveva pensare agli occhi come a un’interfaccia di quel cervello col mondo; ai capelli come a una imbarazzante eredità dei nostri poco aristocratici antenati e, nello stesso tempo, come a una curiosa protezione del cervello. In effetti, rifletteva Lev, quando lui si relazionava con una persona, erano i loro due cervelli che si relazionavano, utilizzando il corpo per questo contatto.

Ciò non di meno, l’aspetto di Diana risvegliava echi antichi dal profondo dell’animo del dottor McArthur.

«Senta ingegnere, guardi, io ho bisogno di lei per realizzare un’impresa di una portata che va oltre ogni immaginazione, un’impresa che cambierà la storia dell’Umanità e del cosmo.»

Ecco fatto, aveva sputato il rospo. Ora avrebbe raccolto l’espressione stravolta di Smith, si sarebbe scusato per le sue parole, avrebbe proferito un “come non detto” e se ne sarebbe tornato al suo tranquillo studiolo, al quarto piano di una fatiscente costruzione, nel centro della sua città, sulla Terra.

Diana rimase interdetta, restò a fissare il curioso individuo che aveva davanti. Era un arcinoto scienziato che cavalcava il razzo della crononautica, la disciplina più di moda degli ultimi anni. Era un uomo schivo: di lui, nei congressi, arrivavano solo dei comunicati, letti da degli assistenti. Ma la sua fama era enorme, il suo astro era uno dei più luminosi. Quello che diceva doveva per forza avere un senso.

«Di cosa si tratta dottore?» rispose dopo un po’.

«Mi dica, lei non si è mai chiesta il perché di questa enorme cattedrale che è il nostro universo? Sbaglierò, ma non mi sembra una donna che possa vivere solo di quotidianità. E’ vero?»

Certo, McArthur aveva ragione, pensò Diana, ma ora che c’entrava questo con le sue ricerche? Che voleva quest’uomo? Perché tentava di entrare nella sfera privata, in quella stanza dell’animo carica di umano dolore e di perché?

«Gli esseri umani sono su una barca in acque aperte» riprese Lev. «L’uomo comune, per lo più, evita di esaminare l’orizzonte monotono nello spazio e nel tempo. Preferisce concentrarsi sulla vita di bordo, passare il tempo a vivere. Ma c’è inevitabilmente qualcuno, il filosofo, che spinge con ansia lo sguardo sull’infinita distesa d’acqua, che indugia sulla scia dell’imbarcazione, sulla prua che taglia il tempo immacolato, sull’orizzonte, in cerca di una meta possibile.»

«Ma la Natura ci offre tanti svaghi, tanti particolari, tanti colori, tante sfumature; tante di quelle cose che praticamente si potrebbe restare per un tempo infinito a indagare su tutto ciò, come fanno gli scienziati. La loro è una buona occupazione per non cadere nell’abbattimento, nel vuoto, nella disperazione di chi guarda il nulla senza fondo. Essi sono marinai che si concentrano sulla nave, ma che ignorano la rotta e lo scopo del viaggio.»

«Eppure a volte mi chiedo se la Scienza non potrà arrivare a un punto tale di comprensione da poter spiegare il grosso mistero: perché c’è quello che c’è, ed è come è» disse McArthur, finendo per accalorasi, mentre gli occhi erano diventati di  fuoco. «Perché?» aggiunse agitando le mani.

«Ebbene» riprese poi con più calma «lei può aiutarmi a realizzare un miracolo, a portare l’uomo oltre i confini del mondo, a portarlo al cospetto di Dio. Mi creda è possibile! Mi creda è doveroso.»

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Biogenesi, parte 2

Biogenesi, parte 2

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Lev uscì sul prato davanti l’ingresso dell’aula universitaria e si trovò all’improvviso spossato, distrutto nel fisico e nella mente. Era nauseato da quello che si diceva nell’edificio alle sue spalle. D’un tratto si rese conto che nella facoltà di filosofia si pronuncivano solo chiacchiere capziose e inconcludenti, laddove lui avrebbe avuto bisogno immediato di risposte concrete. Comprese chiaramente, in quel momento, che era andato a bussare alla porta sbagliata. Infatti capì che i maestri del passato, che lui era lì per interrogare,  non avevano lasciato verità già definite, quanto piuttosto quesiti da risolvere. E forse avrebbero trovato le soluzioni se non avessero cercato anche quelle superflue. Chi era quel sapiente che si chiedeva «Abbiamo tanto tempo a disposizione? Abbiamo già imparato a vivere e a morire?». Certo, pensava, lui era tra quelli che non lo avevano ancora imparato.

Si guardò attorno. Il sole pomeridiano di quella giornata primaverile segnava vivide macchie tra gruppetti scomposti di studenti, evidenziava morbidi riflessi di chiome folte e brillava nella purezza di iridi intatte. Quelle immagini di una gioventù serena sembravano dimostrare che una vita felice fosse ancora possibile. Ma allora perché per Lev l’esistenza era diventata, da un po’ di tempo a questa parte, del tutto intollerabile? Era assurdo, ma lo aveva colto un senso tragico di smarrimento e di insoddisfazione. Il fatto era, pensava, che lui non sapeva affatto per quale motivo vivesse. Si ritrovava d’un tratto animale tra gli animali, perduto in un angolo remoto di universo, destinato a vivere da condannato a morte un’esistenza senza significato.

Provò a fare un po’ di ordine nella sua testa. Pensò che per imparare a vivere avrebbe dovuto sapere perché vivere, a quale scopo. E lui era ben lontano dal saperlo. E allora che fare? Non poteva neanche continuare a vivere nell’assenza di uno scopo perché, a differenza di tutte le persone che vedeva intorno a sé,  lui aveva in odio la vita. La vita cioè gli era intollerabile.

Lev era reso esausto da queste considerazioni, inoltre trovava insopportabile l’aria primaverile di quella giornata, troppo in contrasto con il suo stato d’animo. La stagione invitava a un godimento pieno e sensuale dell’esistenza, proprio mentre Lev provava un forte senso di anedonia, una incapacità assoluta di provare piacere. Dunque il ragazzo rientrò nella fresca aula universitaria e si mise seduto. Era praticamente solo. Le lezioni erano  finite per quel giorno e niente avrebbe costretto uno studente a indugiare un istante di più in un luogo di studio.

Lev mise sul tavolo le sue mani e si ritrovò davanti i fogli che stringeva. Erano gli appunti che aveva preso con scrupolo quella giornata. Li trovò semplicemente nauseanti. Certo non aveva idea di quale fosse il significato della vita, ma aveva, miracolosamente, una certezza: sarebbe scappato a gambe levate dalla facoltà di filosofia.

Sollevato da questa decisione si mise a guardarsi intorno. Notò che di tanto in tanto, nel locale deserto,  entravano degli uccelli. Vide che un passero stava passeggiando tranquillamente sul pavimento, raccogliendo le briciole di qualche spuntino. Quell’uccello aveva imparato che gli studenti sono degli sporcaccioni e hanno deprecabili abitudini alimentari, cioè mangiano sempre. Dunque Lev pensò che quella creatura approfittasse regolarmente dell’assenza degli umani per entrare e raccogliere il suo pasto. Questa era una notevole prova di adattamento per un discendente dei dinosauri, pensò il ragazzo. Molto tempo dopo egli ricordò quella circostanza, ricordò il piacere che provò, in quel periodo di dolore, nell’osservare lo zampettare del passero fra i banchi dell’aula deserta. In quel preciso momento la soluzione ai suoi problemi aveva sfiorato il suo cervello. Ma era solo un’ombra e gli sfuggì tra le mani.

Lev uscì dall’edificio e cominciò a camminare. Camminò per mesi, da solo, con il suo rompicapo, interrogandosi, dal mattino alla sera. Si ripeteva «Debbo decidere cosa fare della mia vita. Bene, ma allora devo prima sapere cosa è la mia vita, da dove proviene e perché. Ammesso che per ottenere l’umanità basti mescolare una bella manciata di selezione naturale, un pizzico di coincidenze, fortuna quanto basta e cuocere a fuoco lento per qualche milione di anni, mi resta un problema grosso: l’universo. L’universo esiste da sempre? Ma che vuol dire “da sempre”? E se non esiste da sempre, cosa c’era prima? E, in ogni caso, perché c’è l’universo e non c’è il nulla? Ammettiamo che l’universo sia stato creato da Dio. Allora cosa è mai Dio? Da quanto tempo esiste Dio? Cosa c’era prima di Dio? Cosa pensava Dio prima di generare l’universo? Perché Dio ha creato l’universo? Perché…» e continuava con la serie infinita delle domande senza rispondere alle quali pensava che non sarebbe potuto vivere. Si  trovò a ripetere con Qohèlet «ho osservato tutte le opere che si fanno sotto il sole ed ho concluso che tutto è vanità e occupazione senza senso».

Una sera si diresse alla stazione ferroviaria. Nel pomeriggio aveva piovuto e l’aria era piacevolmente fresca. A occidente il cielo era infiammato e, sul suo rosso-arancio, si stagliavano nubi blu cupo. Andando verso oriente il fuoco si spegneva gradualmente e gli spiragli fra le nuvole apparivano celesti e poi blu, laddove le nubi erano velate di rosa verso il tramonto ed erano di colore blu notte dalla parte opposta. Nuvole leggere e sfilacciate correvano veloci su uno sfondo immobile di imponenti cumuli vaporosi. Quando arrivò alla stazione il tramonto aveva smesso di dare spettacolo; gli sprazzi di cielo erano ormai ovunque bui e i nembi avevano già il colore della notte.

Lev prese un quotidiano da un cestino e si sedette su una panchina del terzo binario. I grilli riempivano il silenzio tra il turbinio di un treno e l’altro. Il ragazzo osservava gli innumerevoli volti dei passeggeri incorniciati nei finestrini come altrettanti quadri. C’era chi leggeva, chi discuteva, chi torturava i tasti del suo palmare, chi si affacciava sul mondo esterno. Tutta questa gente non si martoriava con il ricatto che Lev faceva a se stesso, cioè “o scopri qual è il significato della tua esistenza o muori”. Questa gente viveva pur non conoscendo la verità sul perché della nostra esistenza. Viveva perché vivere le risultava piacevole. Per Lev purtroppo le cose non stavano in questi termini. E così quando notò che alcuni convogli passavano per la stazione senza fermarsi, sfrecciando a gran velocità, pensò che sarebbe stato terribilmente facile gettarsi davanti a uno di essi. Il suo corpo sarebbe stato smembrato, in un secondo, dagli spigoli vivi delle placche magnetiche dei binari. Un salto, l’impatto violento con la motrice, durissima, senza nessuna tenerezza. Cosa avrebbe sentito di questo impatto? Quasi nulla, pensava, forse un improvviso, istantaneo, senso di compressione; ma poi la coscienza sarebbe scomparsa subito, per sempre. E allora per Lev non avrebbe avuto più senso la parola “dopo”, mentre l’avrebbe avuta per il suo corpo. Lev e il suo corpo sarebbero stati allora distinti. Lev, che risiedeva nel cervello vivo, era una coscienza, un insieme di ricordi, un modo di sentire il mondo che non sarebbe potuto sopravvivere altro che nella memoria di quanti lo avevano conosciuto. La sua casa sarebbe stata rotta e non sarebbe più potuta essere riparata. Lev non sarebbe esistito più. Il suo corpo sarebbe esistito per poco ancora, ma esso non contava nulla.

*

Quando Lev intraprese i suoi studi di Fisica, nei vari laboratori del Sistema Solare fervevano gli esperimenti sul viaggio temporale. Infatti la teoria aveva dimostrato la possibilità di andare indietro nel tempo. Si era d’accordo però che fosse impossibile fare il percorso inverso. Cioè sarebbe stato impossibile andare nel futuro e sarebbe stato altrettanto impossibile tornare al presente per un equipaggio spedito nel passato.

Lev ebbe fortuna perché poté lavorare nei laboratori all’avanguardia nel campo della crononautica, con le migliori menti di quegli anni di fermento. Oltre la fortuna, egli ci mise l’impegno. Infatti, una volta deciso che sarebbe vissuto fin tanto che avesse potuto lavorare alla realizzazione della crononave, visse solo di lavoro, per vent’anni.

Egli non era realmente un  genio, ma arrivò alla direzione dei lavori per il vascello con la tenacia e la testardaggine. Realizzò, in pochi anni, quello che tutti pensavano sarebbe stato possibile solo in un cinquantennio di ricerche. La sua vita fu messa al servizio di un sogno.

Egli rinunciò a tutto ciò che non avesse a che fare con i suoi studi. Eliminò dalla sua vita tutto il superfluo e nel superfluo mise i piaceri, anche quelli più innocenti, e le relazioni umane non indispensabili. Era convinto infatti che nei rapporti umani si sciupasse troppo tempo e non pensava che da essi si potesse ricavare qualche cosa di utile per i suoi scopi. Ridusse al minimo gli scambi verbali con i suoi simili e quasi dimenticò il suono della propria voce. Secondo lui la narrativa era pericolosa poiché lo distoglieva dai suoi scopi. La poesia era diventata per lui una malattia dello spirito e così anche la pittura e ogni altra forma d’arte. Nessuno lo avrebbe potuto costringere ad assistere a una proiezione ologrammica, si sarebbe ribellato con tutte le sue forze.

Fu così che eliminò dal suo alloggio ogni libro che non fosse attinente ai suoi studi. Fece carta straccia dei disegni a cui in passato si era dedicato con tanta passione e uccise per sempre quella parte di sé che amava catturare la magia dei volti sulla carta. Uccise quel Lev e ne distrusse il corpo.

Con gli anni limò i suoi gesti quotidiani, per eliminare tutto ciò che fosse di troppo. Per lui il cibo doveva essere non condito, perché sarebbe stato uno spreco impiegare qualche secondo ogni giorno a versare il condimento. Leggere il giornale o vedere i notiziari era un lusso inutile, poiché il novantanove per cento delle nozioni che si sarebbero così apprese non avevano nulla a che fare con la crononautica. Ma soprattutto, per ottimizzare il tempo, si doveva imparare a pensare, per riempire i tempi morti non eliminabili. Così Lev cominciò a riservarsi dei problemi, relativi al lavoro sperimentale, per i minuti che passava sotto la doccia o per quelli che doveva trascorrere in aeromobile. Il suo cervello era sempre attivo, puntava sempre allo stesso fine: rendere una realtà la crononautica. Viveva in un continuo dialogo interiore con se stesso, in un gioco dialettico il cui unico scopo era quello di attaccare e demolire tutti gli ostacoli che si frapponevano fra lui e la realizzazione del vascello crononautico.

Egli elaborò un insieme di semplici regole alle quali attenersi scrupolosamente, ostinatamente, con tutte le sue forze. Ecco cosa era scritto in un quadretto appeso nel suo studio, sopra il suo tavolo da lavoro:

  1. La tua unica missione è realizzare la crononave. Datti tutto a essa e abbandona il resto.
  2. Legge del massimo impegno: cerca la fatica in quanto cosa sana e nobile.
  3. Legge della massima difficoltà: fra due strade scegli sempre la più difficile.
  4. Legge dell’autarchia: quando senti l’avvilimento chiedi aiuto solo a te, ti devi bastare da solo, pena la rovina totale.
  5. Legge della solitudine: vivi lontano da tutti.
  6. Disprezza i bisogni materiali e cerca di liberartene. Si moderato in ogni cosa: nelle parole, nel cibo, nei bisogni.
  7. Se cadi non vergognartene ma rialzati e riprendi da dove hai lasciato.
  8. Ricordati sempre che la vera gioia non risiede nelle comodità e nei piaceri ma nella consapevolezza di non essersi risparmiato neanche un po’ nella realizzazione della crononave.
  9. Diffida sempre di qualunque considerazione volta ad incrinare la necessaria fermezza di cui devi dare prova.
  10. Agisci come se domani tu debba abbandonare la vita

I quesiti che avevano tormentato Lev in passato erano per lui tutt’altro che dimenticati, la loro soluzione era solo rinviata. E nel tentativo di realizzare una macchina che andasse verso il passato ne aveva trovata una per inventare il futuro: si trattava della sua attività sperimentale. Viveva nell’attesa del risultato dell’ultimo esperimento, raccoglieva i dati, ideava il nuovo esperimento e così via, senza soluzione di continuità, senza prendere fiato, mai.

Andava a letto con in mente un problema, crollava letteralmente dal sonno, si svegliava con i vestiti in dosso e andava a capo chino verso il laboratorio o dentro il suo studio. Amava poi strappare delle notti al sonno, lavorare quando le altre persone dormivano, sottrarre delle ore alla morte. Studiava fitto fitto nel cuore della notte ma poi non poteva rinunciare, e questa era la sua unica debolezza, ad aspettare l’alba con una tazza di caffè, ad attendere quell’attimo indefinibile in cui si passa dalla notte al giorno, quel momento in cui sentiamo che un’altra notte è passata. È un momento fugace, quasi non lo si coglie. Mentre si cercano a est i festoni rosa del giorno, le ultime stelle a ovest sono scomparse e il blu della notte ha subìto una  sfuggente sfumatura verso il blu del mattino.

E fu in questi rari momenti di sosta che cominciò a farsi largo nella sua mente la soluzione a tutte le domande degli esseri umani, e in primo luogo a tutte le sue domande. L’idea era di viaggiare nel tempo per poter viaggiare nello spazio, oltre i limiti dell’universo, per scovare Dio, raggiungerlo nell’alto della sua olimpica dimora e metterlo alle strette con una raffica di quesiti.

Le cose erano molto semplici e stavano in questi termini: se si fosse potuto andare nel passato per quindici miliardi di anni, ci si sarebbe ritrovati in un universo compresso in uno spazio talmente ridotto che, con il più potente propulsore disponibile, si sarebbe potuto attraversarlo completamente in un tempo ragionevole, superando i limiti dello spazio occupato dalla materia. Si sarebbe così potuto vedere cosa ci fosse oltre il cosmo.

Se si fosse mandato un equipaggio, questo avrebbe potuto tenere un diario del viaggio, diario che sarebbe stato affidato poi a un modulo spaziale; questo avrebbe avuto il compito di trasportarlo in un luogo che fosse stato, miliardi di anni dopo, accessibile agli uomini contemporanei di Lev.

Ma i problemi erano numerosi. Oltre a quelli di natura tecnica, legati alla realizzazione di un vascello che fosse stato in grado di spostarsi in un giovane universo affollato da materia stipata all’inverosimile, alla realizzazione di un propulsore sufficientemente veloce, alla realizzazione di una unità di sopravvivenza che avesse permesso a un equipaggio di non morire stritolato dalla accelerazione del motore stesso, vi erano dei problemi di carattere teorico. In particolare Lev si chiedeva se il passato raggiungibile con la crononave fosse stato sulla stessa linea del suo presente e, se sì, Lev si domandava se  andare nel passato avrebbe comportato modificare il presente.

È chiaro che se realmente interferire col passato avesse voluto dire alterare il tempo presente, allora sarebbe stato assolutamente inutile sforzarsi tanto per rendere realtà la crononautica. Infatti sarebbe stato sufficiente schiacciare un lombrico del Paleozoico per rendere imprevedibile il corso degli eventi, mettendo a repentaglio l’esistenza, nel presente, di ogni cosa e di ogni creatura dell’universo.

Ma Lev era convinto che nella storia del cosmo dei vascelli umani fossero già sbucati dal futuro. In pratica lui pensava che, qualunque intromissione gli uomini avessero fatto nel passato, il presente non sarebbe cambiato affatto perché esso era così com’era proprio in quanto quei viaggi  indietro nel tempo erano stati compiuti. Anzi lui era sicuro che i suoi discendenti avrebbero istituito un organo per lo studio del passato con inviati crononautici. Lev sapeva che anche nel suo tempo, tra gli uomini che incrociava per la strada, dovevano esserci dei crononauti. La realtà che nessuno se ne potesse accorgere e che nessuno se ne fosse mai avveduto fino ad allora si spiegava col fatto, pensava Lev, che gli umani erano interessati a conoscere lo sviluppo della storia senza il contributo delle conoscenze venute da un altro tempo.

Altro problema era quello di trovare un equipaggio che fosse disposto a partecipare ad una missione senza ritorno. Infatti non ci sarebbe stato modo, per un essere umano, di vivere nel cosmo di quindici miliardi di anni fa. Nessun pianeta avrebbe potuto ospitarlo e l’autonomia di energia, di aria e di viveri  del modulo spaziale si sarebbe prima o poi esaurita. Si trattava cioè di una missione suicida.

C’erano poi una serie di movimenti contrari alla crononautica. Si trattava di schiere ecologiste da un lato e di ambienti religiosi dall’altro. Ma di queste voci Lev aveva, isolato com’era, una percezione lontana.

Una notte, in attesa del Sole, Lev volle fare il punto della situazione, visto che la realizzazione della crononave sembrava a una svolta. Scrisse su un foglio gli ostacoli che si opponevano al viaggio verso Dio. Scrisse:

  1. necessario scafo resistente alle sollecitazioni del giovane universo;
  2. necessario propulsore abbastanza veloce;
  3. necessario modulo di sopravvivenza per permettere all’equipaggio di sopportare l’accelerazione;
  4. necessario scoprire se il passato sarebbe sulla stessa linea temporale del presente; in caso affermativo scoprire se un’interferenza cambierebbe il presente;
  5. trovare un equipaggio disposto al suicidio.

Il problema rappresentato dal punto uno non sembrava che sarebbe dovuto essere irrisolvibile. Già da tempo infatti si costruivano sonde in grado di penetrare negli strati superficiali del Sole, per studiare la dinamica interna della stella.

Per quel che riguardava poi il punto due, si dava il caso che un giovane ingegnere, di nome D. Smith, stesse lavorando, negli stabilimenti della stazione Pax, a delle vele solari le quali avrebbero permesso a un modulo di raggiungere un buon ottanta per cento della velocità della luce. In pratica le vele offrivano resistenza alle emissioni elettromagnetiche del Sole, e dunque di qualunque altra stella, le quali esercitavano così una pressione su di esse. Lev pensava che questo sistema di propulsione, affiancato al classico motore a reazione nucleare, sarebbe stato perfetto per il suo vascello. Il punto due sembrava rappresentare dunque un ostacolo superabile.

Il punto tre era di facile risoluzione: bastava usare dei grossi generatori di gravitoni, simili a quelli usati per il trasporto dei convogli e per la produzione di gravità nello spazio. Generando infatti un campo gravitazionale di segno opposto all’accelerazione del modulo spaziale, si sarebbe potuto ridurre la stessa accelerazione, rendendola sopportabile per un essere umano. Si trattava solo di mettere in pratica la teoria. Lev sapeva che, non appena fosse stato approvato il suo viaggio, i laboratori di tutto il Sistema Solare impegnati in questo settore avrebbero fatto a gara per produrre, in breve tempo, una camera di decelerazione.

Il punto quattro costituiva l’ostacolo più grande, quello che avrebbe potuto mandare all’aria tutto. A causa sua Lev fece la sua parte in fatto di sudori freddi. Aveva, a causa sua, il terrore di dover rinunciare al suo sogno, il terrore di ritrovarsi senza missione, a fare di nuovo i conti con i suoi mille perché.

Una notte Lev si svegliò improvvisamente in preda al panico, aveva fatto un incubo. Aveva sognato di camminare su delle lastre disposte in una fila infinita, immerso in una atmosfera sospesa. Procedeva dietro un minuscolo dinosauro che zampettava, voltandosi di tanto in tanto. Si girava, ma non per guardarlo; sembrava guardasse qualche cosa dietro di lui, lontano lungo il lastricato. Intanto Lev cominciava ad avere l’impressione di una minaccia incombente, dietro le sue spalle. Provava il desiderio di correre ma non poteva, era pesante, quasi immobilizzato. Per quanti sforzi facesse per scappare, non riusciva a smuovere le sue gambe di piombo. E intanto un turbinio si avvicinava, una vibrazione si trasmetteva al suo petto, attraverso le gambe.

L’uomo si guardava attorno e vedeva gente serena  e spensierata. Quelle persone erano  lì ma non si accorgevano di lui, non notavano il suo affanno, l’orrore dipinto sul suo volto. Provava a chiamarle, ma la sua bocca era afona. Non una vibrazione usciva da essa, anche respirare era impossibile. Rimase muto con un sospiro sospeso.

Poi un movimento d’aria lo investì e Lev capì improvvisamente, con sgomento, ogni cosa: era su un lastricato magnetico e dietro di lui c’era un treno in arrivo.

Svegliatosi, e fatta mente locale, decise che avrebbe vissuto come se il problema del punto quattro non lo avesse riguardato. Doveva andare avanti con il suo lavoro, anche se era concreto il pericolo che sarebbe stata tutta fatica sprecata.

Per quello che riguardava la ricerca di un equipaggio disposto al suicidio, Lev aveva le idee abbastanza chiare. D’altra parte fare qualche cosa di eroico sarebbe stato il modo migliore per morire.

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