Pelago binario

Pelago binario

Non volevo, ma persi il mondo e la mia vita, tanti anni fa; ieri per me. Ho combattuto contro la forza oscura, con tutte le mie forze. E nessuno lo saprà mai, non c’è una foto con quel mostro, che io possa caricare su Instagram. Solo dei disegni, che però vengono invariabilmente interpretati come brutti tentativi fumettistici, anziché testimonianze di una tragedia reale e sconosciuta.

Ho sempre avuto paura che nessuno avrebbe saputo quello che mi era successo, per questo ho strappato quelle figure alla mia condanna al nulla, con tenacia di cui non resta narrazione. A volte sono solo scarabocchi, il massimo che potessi fare, uniche testimonianze magari di un paio di anni di sofferenza e vuoto; altre volte ho avuto alcuni giorni in cui ho potuto far danzare la grafite come se non ci fosse un domani, come se scrivessi il mio testamento. Finendo appena in tempo, prima di spegnermi di nuovo. Ma i risultati sono miseri: in quei giorni – cinque o sei che fossero – dovevo reimparare a pensare, a disegnare, ideare l’opera, farne una prima versione e poi arrivare a produrre qualcosa che fosse finito; un testimone che parlasse per me, se io non ci fossi stato mai più. O se fossi stato via per altri anni.

Potrei dire che ho visto il mondo dalla finestra, ma non è così: il mondo è finito lontano lontano, e dalla finestra non vedo nulla, se non la polvere sulle imposte. Lo spazio per me non arriva oltre il velo inesorabile che mi è caduto sul viso. Le poche volte che il mondo si è seduto sul mio letto, magari con il fruscio di una gonna, mi ha causato solo dolore, abbastanza da promettermi di evitarlo accuratamente. Affrancandomi così dalla contemplazione dello scarto incolmabile tra me e gli altri.

La mia vera finestra è stata lo schermo, quello della TV prima, quello del computer poi. Della TV non ricordo nulla, se non il peso nella pancia – a volte – davanti a delle vite che avrei voluto vivere: la luce dello schermo nella stanza buia si rifletteva allora su una lacrima silenziosa, foglia caduca di un bosco disabitato. Poi ci fu internet, focolare senza calore, e arrivarono delle presenze con cui ho puntellato la mia solitudine. E così mi sono trovato escluso dal mondo reale e dalla mia stessa vita, ma con un visto di soggiorno nelle piccole isole autonome del pelago binario.

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La retta e il punto

La retta e il punto

Avevi dieci anni in vacanza
con i tuoi tu di me non ti ricordi
ma ero lì in Egitto di passaggio
per gli altipiani di fossili, la terra
degli Afar.

Ti vidi e seppi di amare
la donna che saresti stata
e allora pregai la dea nera
i fianchi bruni che cullano
il mondo.

Siete separati da troppe stagioni
non si può –
mi disse – la legge non vuole.
Avete solo una donna nella vita
dalla culla alla tomba di volto in volto
sono sempre io, dovresti saperlo.
La troverai con un’altra voce, dimentica
il suo nome.

Ma io pregai fino a farmi del male
la sedussi con l’arte che non pensavo
di avere e le strappai il patto terribile
che sarei stato una statua pur di poterti
amare. Tutto questo viaggio
immobile qui l’ho fatto solo
per te, Chiara.

La dea ammonì che il tempo per me
non avrebbe ripreso e nel momento
in cui ti trovo ti perdo, resto indietro.
L’incontro dura l’intersezione
di una retta con un punto, tu devi andare
e io sorrido oltre il presagio liquido
del pianto.

The secret of shape

The secret of shape

I remember when I started my personal quest for the secret of shape; I was just a boy of 4 or 5, more than a generation ago. Bent above the kindergartner desk, during my first scary loneliness; or laying on the floor, at home, investigating those wonderful images of extinct creatures that kept relentlessly their mistery, as gods of an unreachable pantheon.

I have never ended this quest, even when I left my pencil, even when I became miserably sick, both in mind and body; and after all those years, through all this suffering and some sporadic sparkle of joy, I’ve finally realized that I have continuously pursued shape, whether it was the profile of a gear or the architecture of an enzyme; when I looked with interest at a woman, for the first time, or when I tried to understand a theorem, I have always unconsciously looked for this secret, for the lines that keep the true knowledge. Those lines that you have to find exactly, those tiny layers of graphite that you have to draw without mistakes, otherwise you will miss the truth.

And now that my organism can’t hold back youth anymore, now I know that all is ruled by the implacable secret of shape, from the gravitational field to the orbitals of atoms; I recognize that that lost child was searching for more than a well-crafted, proportionate figure: he was beginning his own quest for the truth.

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Il teorema di Eulero

Il teorema di Eulero

Quello che segue è un capitolo introduttivo del manuale di Meccanica Razionale che scrissi molti anni fa, in un periodo di miglioramento, allo scopo di recuperare nozioni apprese prima della malattia e – allo stesso tempo – di riabilitare la mente annichilita dalla misteriosa infermità che è oggetto di questo blog.

Molti anni dopo, i miei tentativi disperati di analisi della patologia che mi ha tolto dal mondo, mi portarono a studiare – tra le altre cose – la meravigliosa struttura delle proteine e le loro interazioni con gli anticorpi. E ho ritrovato la meccanica del corpo rigido dove non osavo cercarla: le proteine sono spesso approssimabili come corpi rigidi e lo studio degli autoepitopi si avvale di un oggetto matematico centrale nella meccanica razionale, l’ellissoide di inerzia. Questa è comunque un’altra storia, su cui tornerò; una storia d’amore perduto e ritrovato.

Quello che segue è il capitolo in cui definisco il corpo rigido e lo spostamento rigido. Segnalo in particolare la dimostrazione del teorema di Eulero, che sancisce la natura rotatoria di ogni spostamento sferico. Il mio volume completo è disponibile qui.


Capitolo 2. Spostamenti-001


Capitolo 2. Spostamenti-002


Capitolo 2. Spostamenti-003


Capitolo 2. Spostamenti-004


Capitolo 2. Spostamenti-005


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Capitolo 2. Spostamenti-007


Capitolo 2. Spostamenti-008


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Capitolo 2. Spostamenti-010


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Capitolo 2. Spostamenti-012


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Capitolo 2. Spostamenti-014


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Capitolo 2. Spostamenti-017


Capitolo 2. Spostamenti-018


 

The endless story

The endless story

These are the slides that I used in my presentation during the Italian stage of the End ME/CFS Worldwide tour. The slides are also available for download (here), but having them on the same page makes it probably easier to read this material. I spent about a month in writing them, even if I had only to cut and paste, since these slides come from articles already present in this blog, from personal notes and from a paper that I published in the scientific literature. So I had all the material, I had just to define the order and the way to tell my journey through the science of ME/CFS. These pages represent a summary of the entire blog and of my personal quest for a way out.

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Diagenesi

Diagenesi

Quello che segue è un frammento proveniente dagli appunti per un romanzo che tentavo di scrivere nel 2006. Il romanzo non fu mai compiuto, anche lui vittima della malattia. Ma alcuni anni dopo utilizzai parte del materiale già scritto per una storia breve, intitolata “Il flauto di Turk” (disponibile qui). Altri passaggi di quegli appunti, come questo, reclamano da anni una vita propria.


Psefiti, psammiti e peliti: i nomi dei frammenti che compongono le rocce detritiche, classificati per dimensione. Rocce detritiche: un sottoinsieme delle rocce sedimentarie. Rocce sedimentarie: il prodotto della compattazione di materiale di varia origine, trasportato dai corsi d’acqua e depositato in fondali di laghi e mari.

Tutte queste definizioni non restituiscono la bellezza del campione che osservo rapito; le dita scorrono sulla sua superficie levigata, lavoro minuzioso della fresa, seguendo il disegno del mosaico di tessere, tutte diverse per colori, forme e dimensioni, immerse in flussi cromatici eterogenei che si incontrano e si diramano e sfumano: algida trasparenza dei granuli di quarzo, sinuoso candore del carbonato di calcio, venature cremisi di ossido di ferro. Frammento di un fondale, unica memoria di un lago pieno di vita, di tante vite vissute migliaia di anni fa.

Fondale, congelasti il tuo cuore per sopravvivere alla malinconia del consumarsi del tempo, quando vedesti invecchiare il superbo cervo megacero che si abbeverava alle acque della tua dimora, un limpido lago montano. Il palco di quercia del re dei cervidi smise, un poco alla volta, di lanciare il suo grido di sfida; avvizzirono i muscoli, e la luce cessò di riflettersi vivida sulle sue iridi ambrate.

Un giorno dei suoi ultimi il cervo annusò la tua acqua e rialzò il capo volgendo lo sguardo affranto all’impenetrabile bosco di latifoglie, antico agone dei suoi trionfi; al lontano altipiano, pascolo dei placidi elefanti lanosi, ai bei monti innevati. Quel giorno come sempre, le renne brucavano meticolosamente la radura, con le pellicce imbevute di luce, vegliate da betulle immobili, pallidi guardiani; le api ronzavano assorte per le valli, instancabili, mentre le nubi proseguivano la loro epica migrazione, sfilando lente ed enormi sopra ogni cosa.

Tutto come sempre, dovette pensare il cervo, e così sarà dopo di me. Un altro cervo verrà ad abbeverarsi qui e poi un altro dopo di lui, mentre i fiori e il muschio mi avranno già consumato da tempo, nel cuore sospeso del bosco. Così sussurrò e si guardò nel riflesso dell’acqua.

Fondale, tu eri lì, oltre il diaframma della superficie, da sempre; vedevi il megacero animato dalle increspature del lago, rifratto in mille modi diversi e poi ricomposto e scomposto di nuovo. Finché non vedesti che il cielo.

E nel fondo del lago ti ammalasti di malinconia per il dolore di aver perso la gioia dei tuoi occhi, per la sofferenza di aver veduto lo scempio che il tempo fa alle creature più belle. E allora ti lasciasti seppellire dai sedimenti, volesti metri di terra sopra di te, per non vedere l’opera ingrata del tempo; volesti perdere ogni sensibilità, tramutandoti in roccia, per non soffrire più.

Le nuvole animavano il cielo, continuamente cangianti in forma e colore; si palesava l’oscurità del cosmo, poi giorno di nuovo e notte, dopo il cadere di una foglia. Giorno e notte. Nottole cieche davano il cambio a balestrucci esausti, rondoni alle nottole e balestrucci di nuovo: un altro giorno. Notte: vibrare impercettibile delle alte frequenze dei mammiferi volanti e poi stridio d’ardesia, pianto dei grossi rondoni: di nuovo mattino. E l’arco colossale del Sole divenne una ruota impazzita; e le stagioni si rincorsero in una staffetta che non aveva meta. Così valicasti i millenni in una nuova esistenza sospesa.

Diagenesi, questo è il nome di ciò che hai fatto; ma non rende l’idea. Ora sei sul palmo della mia mano, eco del Pleistocene, fotografia scomposta di quel cielo; e di un cervo, della genia dei megaceri, popolazione di giganti senza progenie.

Durerai fino all’ultima fibra dello stoppino del grandioso reattore a fusione che la Terra corteggia da sempre. Quando ne vedrai scomparire anche l’ultimo lucore, allora di tutta la Terra non resterà altro che il tuo ricordo di un riflesso vivido di iridi ambrate, animato dal velo di pianto, rifratto in mille modi diversi, scomposto e ricomposto di nuovo. Per sempre.

About my father

My father’s talent and imagination were uncommon.

He started learning computer-aided design in 1988 for structural engineering applications while using computer-aided calculation for the same purpose even earlier, in the late Seventies, with a very rudimentary calculator produced by Texas Instruments. He was a self-taught and talented painter and illustrator, too (see figures).

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He loved music, mainly classical music, jazz and some American singers (Frank Sinatra and Liza Minelli among them) and he used to build his own Hi-Fi sets.

During the Apollo missions, he calculated the exact trajectory of the Apollo spacecraft: the orbit around the Moon and the way back to Earth.

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He had an interest in early hominids and in the origins of our species. When I was a child I had the chance to dream of a lost world of ape-like men, as I explored his collection of magazines from the US, mainly National Geographic and Life.

He could have even found a cure for ME/CFS, had he had a chance to try. Who knows. He died in 1996.

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