Regalo di Natale

Regalo di Natale

Ieri Mercurio ha recapitato una missiva di Amazon, dio della conoscenza a domicilio. Grazie Zac, la paleoantropologia è il primo amore e non lo scorderò mai. Scorrendo l’indice ho trovato che questo volume include gli studi sul DNA fossile dei Neanderthal, essendo ben più recente di quelli che avevo io. E ho sorriso, pensando che un ominide morto stecchito da quasi 40 mila anni ha ricevuto più esami genetici di milioni di poveri cristi con malattie rare che vagano per il pianeta oggi, da un ospedale all’altro. Questo è uno dei tanti paradossi della paleoantropologia, ma non potremmo fare a meno di questa scienza.

Dei Neanderthal abbiamo ormai quasi tutto il DNA, tanto che se si decidesse di farlo, forse potremmo riaverne uno indietro, vivo. Perché dovremmo provare questa riesumazione? Ci sarebbero potenziali vantaggi: i Neanderthal avevano un cervello voluminoso, più del nostro, con una anatomia leggermente differente. Erano intelligenti, ma in modo diverso. E magari potrebbero risolvere i teoremi che ci sfuggono, e regalarci un’arte a cui non abbiamo mai pensato. Del resto, più di 50 mila anni or sono facevano vibrare l’aria di flauti diatonici, mentre la nostra specie doveva forse ancora inventare lo xilofono.

Constato che il mio indirizzo è diventato patrimonio collettivo. Ma faccio notare che io non vivo qui, non nel senso comune della espressione. Questa era la casa della mia precedente identità organica, andata perduta per un incidente della natura. Ora sono un software e la mia mente è divisa fra server ubiquitari: le mie subroutine girano in un satellite geostazionario cinese, nella cantina di un bar di Bombay, nella camera frigorifera di un peschereccio libico e sotto il sole di alcuni scogli che le divinità sparsero nell’Oceano Indiano. Continuo a macinare equazioni nei processori che ospitano i miei pensieri, cercando di calcolare la via d’uscita. Non più per me, la mia vita è un indicativo coniugato al passato. Per quelli che verranno.

Achille piè veloce, parte quinta

Achille piè veloce, parte quinta

Parti precedenti: prima, seconda, terza, quarta.

La metamorfosi

I miei tre lettori (il pescatore filippino è stato esonerato perché ha finalmente trovato una fidanzata) si saranno probabilmente smarriti nell’ultimo paragrafo della recensione. Lo so cosa avete pensato, con sollievo, dopo aver dubitato per un po’ delle vostre capacità di decifrare il testo: “povero Paolo, l’isolamento gli fa male, lo abbiamo perso; peccato, era tanto un brav’uomo”. Ma riflettete un attimo: un testo che parli del labirinto di Minosse non può essere lineare. Se devo descrivervi una solitudine senza porte che si aggroviglia su se stessa, devo farvi smarrire con tutti i mezzi a mia disposizione, tra i quali si annovera anche la costruzione del periodo. Esatto, sono stato Dedalo; ma ora sarò Arianna: seguite il filo di voce del navigatore.

La chiave a sei piedi è lo scarafaggio nel cui carapace Gregor Samsa si incarna una mattina, all’inizio del racconto La Metamorfosi di Franz Kafka, il celebre tisico di Praga (R), più volte evocato da me qui e da Benni nel romanzo. L’esapode, a cui sembrano alludere i due atlanti di entomologia presenti nella libreria di Achille, è la metafora dello scrittore, per come la vedo io; la muta necessaria da farfalla a mostro estromesso dal quotidiano, a cui l’artista deve soccombere per poter vivere. Achille, il minotauro, è proprio la metamorfosi di Lello Isolani: rappresenta la solitudine nera a cui attingerà la sua stilografica per poter scrivere finalmente il secondo romanzo.

Amore senza possesso

Ulisse ama Pilar, ma il loro incontro non ha prodotto neanche un verso, non ha ispirato un solo racconto. Perché? Perché se vivi l’amore, lo consumi tutto nel mondo reale. Non resta nulla da scrivere. E perché poi si dovrebbe scrivere? E quando? Se vivi, non hai tempo per sognare, non ne hai neanche bisogno. L’unica vera necessità dell’arte è l’assenza, il vuoto. Bisogna rinunciare a vivere tra gli uomini, per poterli ritrarre. Tutti gli artisti a tempo pieno si svegliano un giorno blatte, oppure mostri macrocefali su una sedia motorizzata. Io mi sono svegliato una notte per la carezza saettante di una blatta sul volto, a proposito, ma immagino che non mi valga il tesserino di artista. Era da un po’ che le tolleravo nel mio appartamento. Erano salite dallo scarico del lavandino, ma questo è un altro discorso.

Orfeo scese negli Inferi solo per adempiere a un dovere, per lasciare un mito d’amore pulito agli adolescenti dopo di lui; ma lui il tarlo dentro lo aveva già, ben prima di voltarsi e di uccidere Euridice con lo sguardo, una seconda volta (R). Io li posso immaginare i suoi pensieri inconfessati, mentre recitava la parte dell’eroe. Orfeo, a chi vuoi darla a bere? Tu Euridice non la rivolevi a casa, neanche per sogno: senza di lei avevi tirato un sospiro di sollievo e trovato la tua vocazione. Potevi cantare la sua mancanza, amarla davvero, per la prima volta, affrancato dalle imperfezioni della vita, dagli imbarazzi, dai tempi morti, dai cattivi odori, dai dubbi, dalla stanchezza. Immagino Orfeo che torna a casa, dagli Inferi, a mani vuote, con il respiro che esita davanti a quel vuoto definitivo, ma anche sollevato dal vuoto. Si immerge nella vasca, al buio, come un tonno tra l’acqua e la morte, e ricorda i bagni con Euridice: la vede emergere come un trionfo dalle bolle, lucida per il velo liquido che resta aderente ai fianchi voluttuosi e alle gambe di tenera gazzella, come una calza che non si sfila mai, per quanto si provi.  Solo ora che è definitivamente morta, riesce a sentire davvero la sua presenza intelligente e intensa, a non darla per scontata, a cantarla per il resto della sua vita. Quando suo padre non rientrò più a casa la sera dopo il lavoro, Orfeo cominciò a cercare il segreto del suo volto e non ha mai smesso. Allo stesso modo, la mano ora può svegliarsi e disegnare Euridice per sempre: gli occhi sono delle virgole oblique che inquadrano le iridi grandi d’acqua; la simpatia del mento arrotondato e impercettibilmente sghembo è più perfetta di ogni simmetria; gli zigomi larghi e fieri raccontano di popolazioni che inseguirono le migrazioni di ungulati attraverso la distesa di solitudini orientali.

A volte penso che gli uomini abbiano inventato la guerra per poter amare davvero le proprie donne, dal fronte: la guerra è stata necessaria all’umanità per poter amare in pace. E trasmettere così la nostra semenza: forse senza le guerre saremmo tutti morti.

Così è Achille che scrive il secondo romanzo di Lello, glielo invia a pezzi, per e-mail, dopo ogni loro incontro, utilizzando come spunti gli echi del mondo esterno che Ulisse si porta addosso, come il fumo di una sigaretta. Achille è il Cyrano che ama Pilar/Rossana attraverso la penna, mentre Ulisse è il Cristiano che se la bacia. Achille può scrivere ma non può vivere, mentre Ulisse può vivere la sua Pilar, ma non ne riesce a scrivere. Sono uno l’angolo esplementare dell’altro e insieme realizzano la duplicazione del numero irrazionale, la P achea, necessaria a ottenere uno scrittore.

La sesta parte è disponibile qui.

Achille piè veloce, parte quarta

Achille piè veloce, parte quarta

Parti precedenti: prima, seconda e terza.

Achille

Ulisse Isolani, mezza vita del protagonista, conosce l’altra metà attraverso una lettera rinvenuta tra i manoscritti: un invito di Achille a incontrarsi per scrivere il nuovo romanzo che Ulisse da solo forse non partorirebbe mai. Achille è il piè veloce del titolo, incarnazione tragicamente ironica dell’attributo con cui Vincenzo Monti ha riesumato la voce di Omero: un uomo di quasi 30 anni, che vive nella sua stanza da molto tempo, in simbiosi con una sedia motorizzata e con il computer dalla tastiera modificata per le sue dita ubriache, attraverso il quale trasforma i pensieri in fonemi e naviga il pelago binario. Achille è un mostro: il suo cranio è grande, senza forma e quasi muto fra i denti marci, sfigurato dall’idrocefalo con cui si presentò alla luce il primo giorno; il corpo è senza peso e senza forza, “invulnerabile solo nel tallone” ovvero dotato di una buona vista e di una durlindana portentosa, “altro dono velenoso del Demiurgo“, che colpisce a vuoto in una autarchia erotica imposta dalla sanzione divina e dalla crudeltà umana. Achille vive al buio, ferito dalla luce, in una tenebra che illuminerà Ulisse di ineffabile splendore.

Kafka e il minotauro

L’abitazione in cui l’eroe diversamente abile vive la sua solitudine “senza porte” è un edificio dedalico, una architettura con elementi monumentali fuori scala, male illuminata, con stanze e corridoi costruiti secondo i progetti inquietanti lasciati da Kafka nel suo incompiuto America (R); sorvegliata da una copia brutta del meraviglioso Laocoonte ellenistico che non trova sollievo nei musei vaticani (R) e da un’altra lotta, quella di san Giorgio e del drago che defensor fidei non timet, malamente rappresentata su tela dal padre di Achille. Kafka qui è il Dedalo che costruisce la trappola che tiene al sicuro Achille dalla minaccia del mondo esterno e che salvaguarda il mondo esterno dal dolore di questo minotauro che attira il suo Teseo, Ulisse Isolani, per dargli fama e vita d’eroe e affinché lui, per sdebitarsi, gliela tolga la vita, liberandolo.

Mi spiegherò meglio, ci provo. Non è semplice, ma la mia personale Arianna – prima di abbandonarmi sulla scogliera di via Etruria, tra gli albatri che si lamentano con la voce delle sirene, in balia dei ricordi che violentano la spiaggia – ha lasciato un navigatore con un filo di voce piena di promesse, cosicché ne venissi fuori e dipanassi l’intreccio, in nome dell’amore che le accesi e che non mi perdonò di amarla a mia volta.

Minotauro è il figlio disabile di Minosse, frutto del tradimento che la sua sposa Pasifae consuma con il toro bianco di Creta, una storia simile alla tresca di una moglie annoiata con il personal trainer, potremmo dire oggi. Pasifae si uccide per la vergogna e Minosse nasconde quella stessa vergogna infelice in una solitudine senza porte, progettata da Dedalo, nutrendone ogni anno la rabbia e l’invidia onnivora con le vite perfette di giovani sani, sette maschi e sette femmine (R). Minotauro non riceve amore, se non quello della sorella, Arianna; amore che forse non è pietà, pietà che forse – in una versione apocrifa del mito – spinge Arianna a cercare l’eutanasia che soffochi i muggiti del fratello, incoraggiando la mano armata di clemenza di Teseo. Ebbene, Achille è il minotauro. E’ vero, l’amore che non è pietà è quello della madre, non della sorella; il genitore che si suicida è il padre, e non la madre; l’architetto del suo labirinto è Kafka, non Dedalo; i suoi complici assassini sono la madre e Ulisse, non Arianna e Teseo; la sua rabbia non si estrinseca nel pasto orribile, ma nei morsi con cui ferisce la mano del soccorritore Lello, come un animale ferito. Ma nonostante queste asimmetrie, Achille è un perfetto epigono del mito taurino sulla disabilità.

Perché sappiamo che Kafka è l’artefice della cattività di Achille? Se vi dico che è perché nella sua stanza stipata di volumi gli unici libri identificabili sono due atlanti di entomologia, probabilmente resterete delusi e perplessi. Allora seguitemi. Vi ho già detto che Lello Isolani ha i sogni diurni infestati dagli autori dei manoscritti inediti che lui deve valutare. Ma tra loro appare un paio di volte proprio il celebre tisico di Praga. E’ fuori posto fra gli anonimi autori in erba, senza speranze e senza talento, ovviamente. E allora perché è lì? Perché lui e non un altro consacrato scrittore? Kafka è invocato continuamente in questo libro, in modo più o meno esplicito, perché è l’unico che può sciogliere la metafora della disabilità e fornirci la chiave per interpretare il labirinto. Quale è la chiave? Un attimo, vi metterò a parte di quello che forse da soli non potreste capire. A suo tempo. Non è la rivelazione della paternità kafkiana della pianta infausta della dimora di Achille; no, quello è solo un espediente per invocare il minotauro attraverso il celebre autore ceco di labirinti (e viceversa). La chiave che scioglie la metafora ha sei piedi.

La quinta parte è disponibile qui.

 

Achille piè veloce, parte terza

Achille piè veloce, parte terza

Parti precedenti: prima e seconda.

Le bugie di Ulisse

Ulisse Isolani, Lello per gli amici, è mezza vita del protagonista, come ho detto. Autore in gioventù di un romanzo di successo, Racconti grotteschi, aspetta di concludere il suo quarto decennio di esistenza lavorando per una piccola casa editrice di Bologna, la Forge, come lettore di manoscritti. Figlio affrancato di un fornaio, ha ricevuto in eredità lamarckiana una cronica inversione del ciclo sonno-veglia, per cui legge di notte e dorme sul tram o sulle panchine tra la sua abitazione e la sede della casa editrice; un ufficio che frequenta con il fine del tutto velleitario di reclamare il suo stipendio e anche con lo scopo molto più realistico di copulare con la segretaria, Circe – che non fa complimenti – nonostante Pilar sia l’amore corrisposto della sua vita. Ulisse lo conosciamo attraverso le fasi REM movimentate e piene di ironia che animano le sue giornate, in cui dialoga con gli autori dei manoscritti a lui sottoposti; e attraverso il linguaggio dell’intero romanzo, che non possiamo dubitare sia il suo. Sappiamo così che Lello formula continuamente ipotesi sulla realtà che sono alternative al senso comune: i centri commerciali all’orizzonte sono transatlantici nella nebbia, gli ombrelli pieghevoli sbocciano, le altalene di un parco sono tristi come patiboli, la gomma e la matita vivono una della morte dell’altra, i lampadari a goccia sono meduse di vetro, il camion dei pompieri balbetta lampi azzurri etc. Mentre dovremmo respingere queste descrizioni come false, ci rendiamo conto, appena averle lette, che sono più realistiche di uno scatto del telefonino: in estrema sintesi, con metafore spesso ellittiche, attingono al nostro immaginario per dire ciò che non è scritto, illuminando un intero affresco nelle pareti della mente. Ma siccome qui voglio parlare di me, e non di Stefano Benni, vi dirò che io stesso ho cercato, in questi anni inutili, combinazioni di parole dietro le quali tumulare il mio silenzio. Se scrivo che le nubi continuano come sempre la loro epica migrazione, lente ed enormi sopra ogni cosa, non ho risolto numericamente un modello matematico della dinamica atmosferica, ma ho svelato comunque una verità fisica del nostro pianeta, lasciandola in eredità ai posteri. Quando ho riconosciuto che la Terra è una macina grave che macina migliaia di vite a ogni giro non ho aggiunto nulla alla meccanica celeste di Poinsot, ma ho proposto una ipotesi che è difficile confutare, che è intuitivamente vera, da un certo punto di vista. Quando scrissi che i miei amati libri sono chiusi come le donne dei soldati che aspettano un crociato che non torna, vi ho raccontato la mia tragedia personale meglio di quanto potrebbero fare decine di trattati di medicina.

La parte quarta è disponibile qui.

 

 

Achille piè veloce, parte seconda

Achille piè veloce, parte seconda

La prima parte è disponibile qui.

Letteraura

Non riuscendo a dedicarmi a cose impegnative, per i capricci della malattia, decido di leggere il romanzo il giorno stesso. Non sono un consumatore di narrativa, se non sporadicamente: vista la fatica disumana che mi costa decifrare il linguaggio, ho rinunciato ai romanzi, e la libreria dei classici è il mausoleo di una vita precedente. Mi dedico a un altro genere ora, gli articoli scientifici, un tipo di letteratura che pur ignorando l’esistenza dei verbi fraseologici e delle subordinate, è molto più avvincente di qualunque trama immaginata, perché racconta la verità della Natura, che ha sempre più fantasia degli esseri umani. Certo, anche nei romanzi o nelle poesie si possono trovare brandelli di verità, ma sono solo soluzioni molto particolari di sistemi di equazioni differenziali di portata generale, diluite in formicai di inchiostro senza fine e per lo più senza senno. Come diceva Seneca al suo Lucilio riferendosi ai lirici? “Non dico che non si debba dare un’occhiata a queste futilità, ma solo un’occhiata e un saluto dalla soglia, badando che non ci raggirino e ci facciano credere che in esse ci sia un grande bene nascosto.” La poesia della prosa del Newton dei Principia Mathematica echeggia intatta nel cuore degli abitanti di ogni angolo dell’universo; ma lo stesso non può dirsi delle carneficine di Omero. Tuttavia siamo solo uomini, non siamo giganti né dèi, per questo abbiamo bisogno di una bellezza più accessibile, veicolata da un linguaggio naturale che si intenda senza fatica e che si possa tenere sul comodino. La letteratura appunto.

Pilar, Asmara e Penelope

Il romanzo letto prima di questo risale all’estate scorsa, o forse alla primavera, non ricordo: Piazza d’Italia, di Antonio Tabucchi. Un dono della stessa mano, che all’epoca leggevo per poterla accarezzare quella mano, con il pensiero. Nella odissea di gente comune, Tabucchi inserisce una Penelope di nome Asmara la quale, come Penelope, è una apologia femminile partorita dalla ingenua fantasia di scrittori maschi, un santino che ritroviamo nella principale figura femminile di Achille pié veloce: Pilar, avvenente immigrata senza permesso di soggiorno, che si paga gli studi all’accademia di belle arti lavorando in un centro commerciale e, solo sporadicamente e per necessità, come cubista in un girone dell’inferno notturno di Bologna. Benni, a differenza di Tabucchi, gioca a carte scoperte: il secondo nome di Pilar è proprio Penelope, e il suo Odisseo (che è una metà del protagonista chimerico del romanzo, come vedremo) si chiama nientemeno che Ulisse. Pilar: capelli scuri, figura atletica di cui vengono descritti dettagli anatomici in genere trascurati dalla letteratura, che danza nella neve boreale i ritmi del Sud America, simulacro onirico di femminilità e fedeltà, ma senza profondità psicologica: di lei non conosciamo i sogni, le debolezze, i peccati. E se la Penelope omerica dovrà aspettare Luigi Malerba per metterci a parte dei suoi pensieri, questa Pilar rimane senza voce. Con le sue disavventure da immigrata e da vittima del licenziamento di un demonizzato centro commerciale, Pilar costituisce il pretesto per un tributo a una ideologia che non appassiona il mio agnosticismo politico, e probablmente neanche quello di Ulisse, quello omerico, piccolo aristocratico tagliagole; oltre a essere l’oggetto dell’amore tutto carnale di Ulisse e di battute porcine nei discorsi da bar fra gli altri personaggi.

La terza parte è disponibile qui.

Achille piè veloce, parte prima

Achille piè veloce, parte prima

Introduzione

I quattro lettori del mio blog, sparsi fra un villaggio di pescatori delle Filippine, una fattoria sperduta della Norvegia e la remota periferia di una triste città italiana del nord-est, sono ormai abituati alla eterogeneità dei contenuti di questa isola del pelago binario, che vanno da articoli di immunologia concepiti per non essere capiti (R) a dimostrazioni gratuitamente complicate di teoremi semplici (R); da ricordi struggenti di meccanica del corpo rigido (R) a poesie che chiedono l’assoluzione nel nome abusato di Ungaretti (R); senza dimenticare programmi che – unici al mondo – eseguono le operazioni in modo più inefficiente di un essere umano discalculico (R), e disegni che hanno sicuramente un significato simbolico profondo, di cui io però ignoro la natura (R); passando per vademecum di medicina scritti da una persona che non ha saputo curare se stesso (R), in decenni di tentativi. I miei lettori dunque, consapevoli che questo sito è un monumento al mio sforzo versatile di farmi notare, non si stupiranno a questo punto di trovare qui anche la recensione di un romanzo: Achille piè veloce, di Stefano Benni. Ma sarà una recensione particolare questa, perché non parlerò né del libro né dell’autore: parlerò di me, tanto per cambiare. Visto che il mio editore (cioè io) mi concede qualunque licenza, faccio quello che mi riesce meglio: attirare l’attenzione.

Consegna a domicilio

Il pomeriggio del 6 dicembre, Mercurio, messaggero degli dèi, suona al mio citofono. Quattro piani dopo, un ragazzo alto e agile si mette in posa nella cornice della porta, l’estrema propagine del mio regno, con un plico: la bruna missiva con il sigillo regale di Amazon Prime. Non aspettavo nulla, ma se non c’è da pagare, accetto di buon grado. Scruto un po’ sovrappensiero il messo, e attribuisco al suo sorriso un qualche significato recondito, immagino che sappia qualcosa di me e del messaggio che porta, qualcosa che ignoro: una classica psicosi di grandezza la mia, una infermiera seducente che nutre l’autostima, la imbocca quando è a terra, da anni. Lascio la luce del mondo e l’aria invernale oltre lo sguardo, rimando l’uscio come se chiudessi un frigorifero nella notte. Dopo una lotta con l’involucro tetragono, trovo un libro su un tale in sedia a rotelle che vive in una stanza (come deduco dalla quarta di copertina); niente messaggi né mittente. Ma è il 6 dicembre, un anniversario. E collego subito i puntini. La consegna del libro a domicilio celebra l’inizio e la fine di un’altra consegna periodica: consegna di patemi d’animo, di promesse seducenti, di tenerezza, di lacrime arretrate, di gelosie pretestuose e di passione con le gambe lunghe, in calze nere.

La seconda parte è disponibile qui.

Pelago binario

Pelago binario

Non volevo, ma persi il mondo e la mia vita, tanti anni fa; ieri per me. Ho combattuto contro la forza oscura, con tutte le mie forze. E nessuno lo saprà mai, non c’è una foto con quel mostro, che io possa caricare su Instagram. Solo dei disegni, che però vengono invariabilmente interpretati come brutti tentativi fumettistici, anziché testimonianze di una tragedia reale e sconosciuta.

Ho sempre avuto paura che nessuno avrebbe saputo quello che mi era successo, per questo ho strappato quelle figure alla mia condanna al nulla, con tenacia di cui non resta narrazione. A volte sono solo scarabocchi, il massimo che potessi fare, uniche testimonianze magari di un paio di anni di sofferenza e vuoto; altre volte ho avuto alcuni giorni in cui ho potuto far danzare la grafite come se non ci fosse un domani, come se scrivessi il mio testamento. Finendo appena in tempo, prima di spegnermi di nuovo. Ma i risultati sono miseri: in quei giorni – cinque o sei che fossero – dovevo reimparare a pensare, a disegnare, ideare l’opera, farne una prima versione e poi arrivare a produrre qualcosa che fosse finito; un testimone che parlasse per me, se io non ci fossi stato mai più. O se fossi stato via per altri anni.

Potrei dire che ho visto il mondo dalla finestra, ma non è così: il mondo è finito lontano lontano, e dalla finestra non vedo nulla, se non la polvere sulle imposte. Lo spazio per me non arriva oltre il velo inesorabile che mi è caduto sul viso. Le poche volte che il mondo si è seduto sul mio letto, magari con il fruscio di una gonna, mi ha causato solo dolore, abbastanza da promettermi di evitarlo accuratamente. Affrancandomi così dalla contemplazione dello scarto incolmabile tra me e gli altri.

La mia vera finestra è stata lo schermo, quello della TV prima, quello del computer poi. Della TV non ricordo nulla, se non il peso nella pancia – a volte – davanti a delle vite che avrei voluto vivere: la luce dello schermo nella stanza buia si rifletteva allora su una lacrima silenziosa, foglia caduca di un bosco disabitato. Poi ci fu internet, focolare senza calore, e arrivarono delle presenze con cui ho puntellato la mia solitudine. E così mi sono trovato escluso dal mondo reale e dalla mia stessa vita, ma con un visto di soggiorno nelle piccole isole autonome del pelago binario.