La cura

La cura

“Nada puede occurrir una sola vez, nada es preciosamente precario. Lo elegiaco, lo grave, lo cerimonial, no rigen para los Inmortales”

Jorge Luis Borges, El inmortal

Ho dovuto cercare l’esemplare. L’Europa non sostenne mai il peso dei brachiosauri, non poté nutrire quegli oceani silenziosi di platani necessari ad alimentare la passione prolifica dei plateosauri, né solitudini estese a sufficienza per dare respiro alle migrazioni scomposte e festose dei diplodochi. Per questo ho fatto sopralluoghi a nord del Nord America, prima, e mi sono spinto poi, qualche mese dopo, sui tavolati della Patagonia.

Cosa dice il manuale di farmacologia? “L’esploratore sfogli i sedimenti del tardo Mesozoico, a passi lenti ma regolari, come l’ibis che spera assorto nel baluginio della scaglia dorata, oltre il diaframma liquido del Nilo. Come una lancetta il malcapitato passi in rassegna, di eone in eone, il Cretaceo pietrificato, l’album di famiglia della Terra, scrutando tra le pagine le pietre che trattengono l’eco della anatomia superba del sauropode.”

“Il sauropode abbia conosciuto la solitudine del pascolo, abbia vissuto la lussuria di una stagione lussureggiante di amori, conosca la sazietà e il dolore. Abbia ottanta milioni di anni.”

–Ho tanti milioni di anni!– così mi sembrò di sentire una voce, a metà febbraio, quando la mattina cerca il colorito della salute e i sogni ancora stentano ad assopirsi. Ma c’ero solo io che insultavo il freddo, in Patagonia, sulle tracce di Darwin. –Scaldami le ossa ancora una volta, rimettimi nella corrente del tempo che consuma la vita ad ogni giro della vite che gira intorno al Sole, anche solo per un’ora! Senza la minaccia senza assoluzione o amnistia della morte, esistere non ha senso. L’eternità, esauriti i gradienti che nutrono e accrescono la fame della entropia vorace, è una legge ingiusta–.

Un tronco mi parve all’inizio, abbattuto, screpolato, mezzo sommerso. Ma poi riconobbi un condilo e più in là una cresta iliaca. Stavo camminando sulle rovine di una cattedrale, un argentinosauro, e non me ne ero accorto!

In breve, questa è la storia. Poi come si prepara il fossile lo sai: lo macini, aggiungi cannella e brodo granulare, rabbocchi la ciotola di acqua, ne fai solleticare le molecole dalle microonde finché non prenda il colore dell’ocra. E speri che funzioni.

Hai visto mai i bimbi sorpresi dalla morte? Sono improbabili, tra le palpebre socchiuse guardano una cosa che non possono capire, come uno schiaffo violento della mamma, dalla quale hanno conosciuto solo abbracci. Rimangono con l’esclamazione di sorpresa muta del tulipano. Così è stato per me, morto quando dovevo iniziare.

Se guarissi, non mi fermerebbe nessuno, comincerei a correre senza cronometro, come Forrest Gump. Sono una persona avventurosa, in fondo; avventura fisica intendo, esplorazione. In Abruzzo non avevo otto anni che partii per la prima grande spedizione in solitaria. Un ramarro mi tagliò la strada, segnando il confine di Eracle, ma non mi lasciai spaventare dal profilo dei monti che cambiava e dal paesino che diventava più piccolo.

Un avventuriero che ha vissuto la sua vita in una stanza, senza più cervello. Leopardi in una sua lettera all’amico Ranieri diceva che la sua pazzia sarebbe stata quella di rimanere su una sedia, immobile. Io non capivo, a 18 anni, di cosa parlasse.

Poco dopo l’ho scoperto. E da allora cerco la cura.

Diario di bordo

Oggi il mare è una distesa serena, le onde sono dei bambini che non crescono: nascono, baluginano e muoiono. La vela è una donna gravida, rotonda di vento, senza strappi. La rotta è sempre incerta, però almeno mi muovo.

Tornato a Itaca, l’ho trovata vuota. La vita di allora è vissuta altrove, ha continuato lontano da lì; o si è estinta molti anni fa.

Itaca ora è una casa abitata dal silenzio che è cresciuto sicuro che non facessi ritorno, con l’arroganza di una pergola selvaggia; sui sogni, le speranze, e tra le pagine dei libri.

Allora ho assecondato il vaticinio di Tiresia: baciata l’isola petrosa, l’ho affidata alla memoria. Ancora una volta e per sempre.

La legge di Milone

La legge di Milone

AMADRIADE: Strana gente. Loro trattano il destino e l’avvenire, come fosse un passato.

SATIRO: Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino.

Cesare Pavese

Mi trovò Artemide, anni fa; e se non era lei, doveva trattarsi di una felina affine: virgole aperte sulle iridi liquide e fisse, gazzella tenera travestita da ragazzo, cacciatrice che si fa catturare, e poi si divincola. Scoprii che spendeva il silenzio a dipingere vite, nella mente. “Ho fatto un quadro, vuoi vederlo?” mi diceva come una figlia di cinque o sei anni, con quella voce. “Perché tra una esistenza immaginata e un ricordo,” mi chiese poi retorica un giorno, questa volta con la voce della sua età, “dove sta dopo la differenza?” Essere dea non aveva risparmiato un presente da coprire col colore alla bambina che era stata.

Ecco, quello che segue è il ricordo di una guarigione che mai è davvero avvenuta, è un quadro di Artemide. L’esperienza vissuta di un futuro che non si è coniugato: il racconto di una speranza, come Pavese spiega a Leucò con una delle sue costruzioni prolettiche. Non realizzata, almeno non come la avevo immaginata e non con il peso definitivo dell’ultima punteggiatura dell’ultima pagina. Io sono come le stagioni: è impossibile curare l’inverno, ma se si ha pazienza o si è disposti a migrare, la buona complessione vince la forza del male.

Più precisamente, questi sono frammenti di un racconto che credo non navigherà il pelago binario nella sua interezza, mai. E’ stato scritto tra il 2006 e il 2007, è un diario parallelo di viaggio, la finzione di una verità che si ostinava a non conformarsi alle tavole anatomiche di Propp: è come la bugia di Donald Crowhurst. Eppure, se si tollera una interpretazione non letterale, chi mi conosce ci troverà la mia di morfologia, quella dell’anima che mi sono faticosamente costruito, almeno; con anni di esercizio. Non a caso il titolo del racconto che non leggerete è ‘La Legge di Milone’ e vi lascio sciogliere l’indovinello su google, se vorrete. Non lo leggerete, ho scritto; ma lo avete letto in tutto ciò che già la cincia canta in bit in questo bosco, perché in esso e da esso partono e arrivano molte poesie e racconti di cui, lo so, nessuno sentiva il bisogno. Tranne me. Ho scritto per me: senza giovarmi dei suggerimenti di Rilke, sapevo da me e so che – nonostante le guide alla scrittura per i libri nel cassetto – chi scrive per il lettore è un burocrate. Non lo leggerete perché è troppo vero, nella sofferenza: non gode dei tanti camuffamenti dei versi, delle interpretazioni multiple, delle allusioni timide. La prosa può descrivere come una matita sottile, se proprio lo si vuole. E io non voglio.

Leggete allora del mio ritorno immaginato e sappiate che, da un certo punto di vista, io sono tornato. E l’ho realizzato solo giorni fa, tre lustri dopo aver chiuso il file della Legge di Milone. Ero in uno di quei luoghi tristi dove la gente decide di andare per divertirsi, un paradiso addomesticato dove la neve dei vulcani va in vacanza; mi ci sono ritrovato per una serie di circostanze, seguendo le rotte dei becchi che graffiano l’ardesia. Mi preparavo a volare, stile rana, in un bacino strappato alla violenza dell’Atlantico, rassicurato dallo sguardo premuroso di una sirena che ha addestrato un orso dell’Abruzzo a non temere il mare. Ero lì, con in mente i calcoli con cui rispondere a un collega dell’altro estremo della apnea oceanica, lo iato liquido che ha biforcato la storia. E ho pensato che forse, anche se non quando avrei voluto e non come, forse ero tornato. Ma si sa, Natura ha sempre più fantasia degli esseri umani: la regina delle trame. E quando, l’altro ieri, mi sono trovato a tentare di stimare la dimensione di un castello di vapore, dieci chilometri sopra la Francia del sud, cronometrando il tempo necessario per completare la processione da una torre all’altra, ho riflettuto che magari sono davvero diventato la persona che sarei dovuto diventare, nonostante tutto. Però questo non è un punto di arrivo: è la partenza. Così come la nuvola non era affatto grande come un castello, quanto piuttosto come una metropoli.

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“Renzo prese anche lui la peste […] ne fu in fin di morte, ma la sua buona complessione vinse la forza del male […] Per alquanti giorni Renzo si tenne in esercizio, per esperimentar le sue forze, e accrescerle.”

Alessandro Manzoni

Soffitto della camera buia, in principio scenario di reiterate battaglie, tra la rabbia e l’impotenza; poi deserto immutabile, scrutato per anni. Per trovarvi solamente, a volte, la sosta pensosa di un pesciolino d’argento [1]; miraggio immobile, aggrappato all’intonaco; silenzioso messo di qualche amico lontano, inviato più volte a sincerasi della mia condizione. Per me solo una presenza gelida, un fossile freddo, un trilobite congelato dal tempo, su di una lastra di sedimenti induriti.

Lampioni pietosi, sentinelle notturne delle strade cittadine; aruspici per me, da interrogare. Allora, che mi accadrà? Dite, vi prego! Accarezzandomi con una luce smorta Redibis non morieris in bello [2], mi dicono mesti. Unisono coro il loro, malinconico come il pianto di vecchi cetacei. E io non ho dubbi, ancora una volta, sul posto da dare alla virgola, sull’interpretazione da attribuire al consueto vaticinio: Redibis non, morieris in bello. Cioè: morirai, alla tua vita non tornerai.  

Questo è tutto il mio mondo, da anni. Sfoglio i giorni a centinaia, come pagine insignificanti di un’agenda senza memorie.

6 settembre.  Cosa mi sta portando oggi la sera? Pensa di farmi un regalo gradito, concedendomi questo debole riflusso della marea tossica che mi consuma il cervello? Vuole farmi rinvenire quel tanto che basta per permettermi di prendere coscienza della mia degradazione?

Ormai la malattia è per me un’alleata: da un lato mi ha tolto progressivamente la vita, è vero, ma dall’altro mi ha anche somministrato l’anestesia, per non farmi soffrire. Mi ha sciolto dall’interno, col suo micidiale veleno, mantenendo intatta la scorza, per lasciarmi appeso, sconsolato impiccato, alla sua tela; e mangiarmi con calma.

Aracnide paziente, macchina fredda, sicura equilibrista sui tuoi aghi articolati, crudeli strumenti chirurgici. Mi hai smemorato per non farmi assistere alla mia morte? O per non farmi protestare, mentre mi tessevi il sudario? Ora penso che avrei preferito soffrire e provare a reagire, piuttosto che inalare l’etere e lasciarti consumare lo scempio. Troppo tardi, vero?

Mio Dio! Non è forse un sorriso maligno quello che vedo dietro le orrende fauci artigliate? Gli occhi di vetro, grappolo di gonfi acini scuri, non hanno una luce sinistra? Vibra la lorda peluria del mostro, agitata da un’oscena risata. I tuoi cheliceri frementi ti tradiscono: tu, orrore meccanico, sei scosso dall’emozione, dalla lurida soddisfazione di avermi distrutto.

Sono esausto. Ma forse vivo un parziale risveglio. Vedremo.

20 settembre. In che anno mi trovo? La mia percezione del tempo è gravemente danneggiata. Avverto la tendenza ad essere incapace di trattenere il tempo, ad essere incapace di occupare i minuti con i pensieri. Io credo che il presente sia vissuto tanto più intensamente quanto maggiore è la densità dei pensieri nel tempo. Ma la malattia spegne la mente, impedendomi di pensare, e dunque rubandomi il tempo. È per questo che di anni di vita mi resta veramente poco.

Potrei dire di aver saltato questo periodo, di non averlo vissuto. Ma se da un lato le mie ore perdono di profondità una volta che sono trascorse, poiché vissute con la mente inattiva, dall’altro esse risultano interminabili mentre si consumano. Questo perché i momenti spiacevoli hanno una durata soggettiva maggiore di quelli piacevoli. Dunque le ore di malattia sono vissute come interminabili, anche se poi, la rarefazione dei pensieri che le caratterizza, rende irrisorio il contenuto mnemonico relativo al tempo trascorso in questo stato, che così, a posteriori, appare breve.

In effetti non ho ricordi vividi di questa stagione di malattia e dunque non posso percepirne la reale durata. So solo che ho pianto il consumarsi inutile dei miei anni.

Ho veduto gli astri scorrere lungo i loro binari di seta. Li ho visti consumare infinite rivoluzioni; instancabili come i bambini, quando corrono in tondo, cantando filastrocche. Li ho supplicati più volte, con un nodo alla gola, di fermarsi ad aspettare; di attendere che rivivessi, o di rallentare almeno. Tante volte ho pianto per il consumarsi vano delle poche migliaia di giorni che, come uomo, mi sono concesse. Vibrava allora il lucore delle stelle, ma non in quanto il lamento le avesse toccate nel cuore. Era la rifrazione del loro splendore, attraverso il palpitante velo di lacrime, che mi donava un’immagine meno cruda della loro freddezza.

“Guardai tristemente il vorticoso roteare del giorno e della notte: ogni respiro era un giorno. Alzai il braccio, come a respingere quella visione d’incubo, per coprirmi gli occhi. Ma la mia mano non mi obbedì. Era paralizzata dalla vecchiaia.” [3]

Quanto tempo è passato da che fu disattivato il mio nucleo cosciente? Non voglio saperlo. Sono troppo debole ancora per affrontare la realtà. Desidero dormire, per non contemplare lo strazio, la  mutilazione della mia giovinezza. Inoltre tra poco potrei sparire di nuovo, per mesi, per anni. E allora a che servirebbe sforzarsi di riavviare le centraline incrostate del mio cervello? E se poi non potessero essere ripristinate le loro funzioni? Se le ritrovassi danneggiate? Se non fosse più possibile recuperare me stesso com’ero?

21 ottobre. I miei libri attendono da anni di essere riaperti. Loro mi hanno vegliato teneramente, dai piani delle mensole, impotenti, soffrendo composti. Mi hanno aspettato pazienti; ma il resto del mondo avrà atteso che mi risvegliassi? Cosa c’è oggi oltre l’ombra stagnante della mia camera? È presto per farsi queste domande. Che io sopravviva è da vedersi.

1 novembre. Adesso che si dirada la stanchezza disumana secreta dal morbo, mi resta l’affanno di un corpo debilitato. Devo ricominciare da lui, recuperandolo dal declino, riprendendolo per i capelli. Perché è vero che la mia essenza coincide con l’irripetibile universo di proteine e acqua, ioni saettanti e macromolecole risonanti, contenute nel vano angusto del mio cranio; ma è anche vero che il mio cervello trae nutrimento e piacere dai restanti ottanta chili di ossa e carne e viscere cieche che mi porto dietro. La mente, senza il ventre che la nutre, e il muscolo che le consente di dare espressione ai pensieri, non è nulla. Recuperare la macchina che mi sostenta, il terreno in cui si insinua capillarmente il sistema nervoso, le radici della mia mente: questa è ora la mia missione. Tornare indietro dal mondo dei sommersi.

Sarebbe fantastico riemergere da una notte così fitta, così apparentemente definitiva. Nascere una seconda volta non capita a tutti. Solo agli eroi. Ercole, Ulisse, Enea. Non sono forse tutti dovuti scendere all’inferno, e tornare poi fra i vivi, per guadagnarsi la loro grandezza?

“[…] E tu t’inoltra,

snuda la spada, Enea! Ora il cuor saldo,

ora il coraggio tuo qui si dimostri!” [4]

Io non aspiro ad essere un gigante, né un semidio. Mi basterebbe essere un uomo.

15 dicembre. Dove sono stato per più di un mese? Maledizione! Non c’è nulla che  possa fare per evitare queste ricadute disastrose? Potessi lottare!

Mi stupisce sempre il modo nel quale la malattia riprende il controllo di tutte le fibre del mio corpo. Ecco la cronaca dell’inizio di una ricaduta. Con un tuffo al cuore sento dissolversi i pensieri, li sento diluirsi, come pigmento nell’essenza di trementina. Il sangue vivido abbandona festoso il ventricolo destro e avverto impotente che la mente mia se ne va, che Paolo si sgrana come una statua di sale nell’acqua; il sangue esausto rientra  nel capiente atrio destro e già è tutto  compiuto: già le mie inconsistenti difese hanno capitolato e il desiderio di trattenere i pensieri ha ormai il volto sconsolato di una speranza stroncata.

Non mi abituerò mai a questo fenomeno. Quello che fa male è la sua imprevedibilità e la mia completa impotenza. Alla fine mi pare di essere come quel cane che mi impietosì tanto da bambino: la bestiola era in balia di un padrone capriccioso, crudelmente sadico, che le somministrava continuamente punizioni ingiustificate, senza motivo. L’animale aveva finito per avere paura di tutto e di tutti. Ma la cosa che più mi fece impressione allora fu il constatare come avesse smesso di reagire alle offese, come le accettasse passivamente.

Io non debbo mai smettere di reagire! Passati i temporali delle ricadute, dovrò sempre rialzarmi.

21 dicembre. Non fu per il bisogno malato di farmi del male, che indugiai così a lungo nel mondo sospeso delle vite perdute? Ci ripenso e non ci credo. Quanto tempo ho vissuto fra quelle povere anime sconfitte dalla vita? Viscere senza intelligenza, ventri e intestini senza volto, lasciati invecchiare in un angusto giardino, isolato dal mondo; abbandonati per anni a terapie inefficaci; eppure mai più rivedute, da Dio solo sa quanto tempo.

C’ero anche io ad attendere, sulla soglia di una camera squallida, la dispensa parsimoniosa di perle, sgravo di blister scricchiolanti, e di gocce di fiele, prezioso secreto di fiale ambrate? Sì, con la schiena ad un montante della porta, attendevo l’estenuante processione del carrello dei farmaci; osservando le mani veloci dell’infermiere che consultava il registro delle terapie, che apriva le confezioni, che versava gocce; e i concavi mesti dei malati, pronti a infrangere il vago senso di nausea per quegli oggetti colorati che contenevano, fissati con disappunto.

Il rumore del carrello dei farmaci che corre lungo il corridoio mi pare di sentirlo ancora. E lo rivedo nitidamente ora, quel traballante ordigno di latta. Due ripiani stipati di un incredibile arsenale di scatole eterogenee, medicine disposte per ordine alfabetico: Adapin, Adepril, Anafranil… Divinità del pantheon di qualche oscuro popolo preatlantideo (in realtà nomi bizzarri, generati dal bisogno dei produttori di avere una breve sequenza di lettere che non figuri in nessun dizionario del mondo).

Efexor doveva essere il dio della Guerra, Zoloft quello degli Inferi; e mentre Nortimil era il saggio padre degli dèi, signore dei cieli e della terra, Trittico doveva sedere sul trono vetusto del regno echeggiante degli abissi. Si sa inoltre per certo di come Bupropione fosse il titanico fabbro della famiglia divina; energumeno abbronzato dal fuoco, gigante dal corpo potente e dalla mente creativa. 

Quante volte mi è sembrato di vederlo, miraggio ondeggiante nell’aria liquida della fucina! Paziente tollera l’atmosfera rovente, corrucciato aspetta che le fiamme del legno donino al ferro il carbonio, segreto della resistenza dell’acciaio. Poi il suo indugiare culmina nel gesto vigoroso del braccio che rovescia il martello, atto risoluto della creazione. Ed è un’esplosione di frammenti d’acciaio, incendiati dall’ossidazione vorace.

Per lungo tempo io mi affidai a questo dio pagano. Gli chiesi di soffocare le mie debolezze, di costringerle in catene, in un luogo da dove non potessero giungermi le loro proteste. Di scaraventare in un pozzo l’orribile massa palpitante delle mie paure. Il segreto dell’acciaio, questo gli chiesi di concedermi, pregando appassionatamente avvinto all’effige sacra del nume, la grandiosa spada a due mani. La forza gli chiesi, di dar forma alla vita con fendenti di lama, senza ripensamenti, rimorsi o malinconie. La volontà invincibile, che spezza le emozioni, lasciando solo la furia della rabbia creatrice.

Fu un rombo la voce di Bupropione, quando egli si manifestò. Già gli acquazzoni gridavano che settembre finiva; l’atmosfera si scuoteva dall’inerzia estiva, vissuta sopraffatta dal caldo. Ecco, tuonò Bupropione, ti dono ciò che mi chiedi. Vuoi essere un uomo? Concesso!

Assistetti silenzioso e attonito al mio mutamento, per giorni. Sentii crescere nelle viscere il feto del nuovo Paolo. Palpitava a volte, e poi ricadeva nel sonno. Così fu per settimane, il tempo necessario a rimuovere i sensi di colpa e le grigie tristezze che incrostavano le articolazioni, che ingolfavano le rapide vie dei pensieri.

Quando infine fu tutto sgombrato dal flusso copioso del farmaco, di nuovo la vita pulsò nelle arterie. Di nuovo il mio corpo assistette al festoso brulichio degli enzimi operosi, degli ioni scattanti e persino dei più placidi ormoni. Sentivo il traffico dei potenziali d’azione lubrificato di nuovo. Le strade ora erano state mondate dall’oscuro groviglio di colpe e complessi, rottami ingombranti di colossi meccanici e corpi gravi di sauropodi stanchi. E su di esse si riversò la folla festante, il popolo infinito dei mediatori chimici, zoo chiassoso che si agitava attraverso le complesse membrane, lungo i condotti dismessi delle proteine. Vivevano ancora le proteine! Estese come poemi, belle e complesse come strabilianti architetture di ardita avanguardia, mobili e risonanti; sospese tra le leggi perfette dei singoli nuclei e il caos della complessità.

Bupropione mi aveva donato la fulgida spada d’acciaio, unica fede dell’uomo vigoroso. Solo di Lei ti devi fidare, tuonò, ascoltare il cuore non devi! La poesia è una malattia dello spirito! E  voltandomi già il dorso maestoso, concluse: questo è il segreto dell’acciaio! Questo è bene!

Brutto trombone imbecille! Ma che razza di idee! Come ho potuto pensare di abbracciare questa religione grottesca! La spada, senza il cuore che la agita, non è nulla! La maschera dura che ostentano gli uomini non è mai l’immagine onesta dell’animo loro. È una finzione, ma rivolta solo agli estranei. Una maschera indossata consapevolmente, per spaventare i nemici. Come il cimiero degli antichi soldati, sotto il quale resta l’uomo, conscio delle sue debolezze.

“Così detto, distese al caro figlio

l’aperte braccia. Acuto mise un grido

il bambinello, e declinato il volto,

tutto il nascose alla nudrice in seno,

dalle fiere atterrito armi paterne,

e dal cimiero, che di chiome equine

alto sull’elmo orribilmente ondeggia.

Sorrise il genitor, sorrise anch’ella

la veneranda madre; e dalla fronte

l’intenerito eroe tosto si tolse

l’elmo, e raggiante sul terren lo pose.” [5]

I sentimenti sono la nostra forza; gli abissi delle paure sono il vero terreno di prova della virtù. Bisogna frequentarli con coraggio, non evitarli. A viso aperto vanno fronteggiate le contrarietà; le dobbiamo  analizzare e studiare come scrupolosi ornitologi. È necessario puntare su di loro il binocolo e non la doppietta!

Ero giovane allora e sciocco; e maledettamente impaurito. Speravo che il bupropione facesse da corsetto per la mia volontà scoliotica. E invece caddi dalla padella alla brace, dalla assenza alla pazzia. La salute offerta dal farmaco era, nel mio caso, una malattia essa stessa. La complessità del mio animo, che avevo costretto all’esilio, cominciò una lotta di liberazione.

Il disastro iniziò in sordina. Le stanze della mente presero a essere infestate da piccoli pensieri parassiti che scappavano qua e là, come blatte sorprese dalla luce. Scarafaggi, idee larvate, trascurabili interferenze che potevo facilmente sovrastare, convogliando ulteriore energia al flusso ideativo volontario.

Ripresi i miei libri, felice di poter tornare all’occupazione di un tempo. E per un poco andò bene. Ma incominciai ad  accorgermi che in tutti i miei conti prosperava l’errore. Un fattore dieci dimenticato, un due tralasciato, un esponente sbagliato. Piccole cose, insomma, all’inizio. Mi mettevo di impegno e rifacevo i miei calcoli, sforzandomi di travolgere con energia il rumore di fondo che disturbava i miei processi di pensiero.

Ma le cose peggioravano: l’energia necessaria a coprire le interferenze diventava sempre di più; inoltre il mio lavoro risultava progressivamente più rallentato e improduttivo. Spesso accadeva che esaurissi completamente le risorse mentali per non concludere praticamente nulla di concreto. Pagine e pagine di conti sbagliati, di risultati assurdi; questo era il più delle volte il prodotto di tutto il mio affanno. Si verificava in fine che tutte le forze che il farmaco aveva liberato si esaurissero per contrastare i pensieri involontari che infestavano chiassosi la mente.  Mi ammazzavo di fatica per non andare da nessuna parte! Ero il cocchiere di una carrozza tirata da tanti cavalli indisciplinati che si agitano, battono gli zoccoli al suolo, sbuffano; e spingono ciascuno in una direzione diversa.

Esaurito, sconfitto, mi sedetti allora su una collina a contemplare il paesaggio sconvolto dell’orto dove, un tempo, coltivavo orgoglioso integrali e teoremi; piante fiorite su pagine misere e sudate, ma belle, di conti ordinati. E memorie di saggi, collezione preziosa. Povere cose, tutto quello che avevo. E ora, dopo che anni di assenza avevano assetato le povere piante, ecco le locuste voraci, maledizione biblica; e un’orda di gnu migranti. Tutto sul mio piccolo campo!

Ma quale era la natura dei pensieri parassiti? Se mi fermavo ad ascoltarli, se ne acchiappavo al volo qualcuno per esaminarlo, dovevo ammettere che non mi erano estranei. Quegli ossessi avevano la mia voce! Santo cielo! Ero io a parlare, ma senza volerlo.

“Quale linguaggio umano potrà descrivere adeguatamente lo stupore, l’orrore, che si impadronì di me allo spettacolo che si presentò alla mia vista? […] Un grande specchio – mi sembrò in un primo momento nella mia confusione – stava ora dove prima non ne avevo scorto alcuno; e mentre avanzavo verso di esso preda del massimo terrore, la mia stessa immagine […] avanzò verso di me con andatura traballante e malferma. Così sembrava, dico, ma non era. Era Wilson, il mio antagonista […] Non un particolare del suo abbigliamento, non un tratto di tutti i marcati e singolari lineamenti del suo viso, che non fossero, nella più assoluta identità, i miei.” [6]

Ma allora, se quel tale che si impegnava in infiniti monologhi ero io, chi era colui che lo ascoltava indispettito e disturbato? La mia coscienza risiedeva nel Paolo autentico o in quello fasullo? Entrambi vivevano e ragionavano, ma il nucleo cosciente dimorava in uno solo di essi. Era la pazzia, pianta maligna nutrita dal farmaco.

E cominciò la danza dell’ago del bilancino da chimico: 250, 300 o 400 mg? O niente? Capsule d’ostia, polvere fine, eccipienti. Orribile pasto di preparati galenici. Capsule dal sentore di colla, meticoloso lavoro del farmacista, mio assiduo compagno di sventura. Ridurre, aumentare, sospendere. Aggiungere e togliere. Aspettare gli effetti delle modulazioni, sospeso, ascoltandomi. Nutrire speranza, disperarsi. Illudersi e disilludersi. Associare lo Zyprexa, dormendo giorno e notte. Togliere lo Zyprexa. Mettere l’Abilify. Toglierlo, tanto non serve. Telefonare, derelitto straccione, al dottor Risanati, maschera di istrionica sicurezza.

Ho tirato avanti all’infinito con questi infiniti, perché la pazzia fa paura, ma l’assenza non scherza. Fu una sofferenza che non mi illudo di poter riuscire a spiegare.

Alla fine dovetti ammettere che il bupropione aveva fallito. Non era questione di dosaggio o di associazioni con altri farmaci. Sebbene mi restituisse l’energia vitale, il prezzo da pagare era troppo alto. Dovevo provare qualcos’altro. E provai, di tutto, per anni. Ottenni agitazione, oscena frivolezza, eccitazione, confusione. Ma remissione no, quella non mi fu mai concessa.

15 marzo, giorno 9863 della mia vita. Terra dei Padri. Partivamo presto, io e i miei amici, per raggiungere i monti. Piccoli esploratori, pianificavamo la sera la spedizione, dopo cena, attorno a un tavolino del bar del piccolo paesino. Giocando agli adulti, discutevamo seriosi dettagli fondamentali; parlando, ascoltando e pensando, disciplinati.

L’indomani mi svegliavo d’istinto, all’improvviso, all’ora giusta; vivo come un tigrotto. Reduce da un sonno di piombo, senza profondità, un vero salto nel futuro. Ancora non dovevo lottare contro di me, per esistere. Il desiderio del nulla non lo provavo. E quindi il risveglio era una festa.

Mi sembra adesso di respirarla di nuovo quell’aria fantastica, delle estati qui in montagna, con i migliori amici della mia vita: quei tre, come erano allora. Quando restammo sulla soglia dell’adolescenza, con il viso, segnato dalla terra e dal sole, ancora rivolto all’indietro, verso l’infanzia.

Giornate di caccia alle rane; di boccate di vento, in bicicletta; di sgridate per il ritardo alla cena, per le scarpe rovinate; di camere d’aria bucate, di pedalate memorabili, di graffi e ginocchia sbucciate, di micetti e ciotoline di latte.

Giornate di viaggi epici, ai confini del mondo; a un passo da casa. Ora mi rivedo con loro,  perso tra immense foglie nutrite dal ruscello, spropositati collettori solari, alla ricerca delle sorgenti del nostro torrente, mai trovate; tra le colonne dei pioppi, sotto le volte superbe dell’albero che si dice ‘del sole’; pregno dell’odore acre del succo degli arbusti spezzati, tirato continuamente dai rovi. Concentrati, in silenzio, camminavano inebriati e spaventati da quell’assaggio precoce di libertà.  

Mi rivedo, ancora, smarrito in fondo a un passo buio, stretta fenditura fra i monti; mondo favoloso, popolato da assorti megaliti, vestiti di pelle di muschio, segnati dalle rughe cadenti dei fondali induriti di un mare scomparso, incrostati da un popolo morto di simbionti, le infinite anime calcaree dei bivalvi, molluschi spirati prima ancora che il mondo vagisse.

E poi eccoci naufraghi, in un  mare di erba, che arriva alla vita, sulla schiena ripida di un monte grandioso, regno dei venti. David mi chiama, io sorrido: turbina l’aria e non lo sento. Lo vedo laggiù, che fa un segno, immerso fino alla cintola in quella distesa, pettinata dal vento, di erba che palpita nell’attesa che cavalli flemmatici si decidano ad affrontare il declino, per consumarla.

Il mondo ai miei occhi di allora aveva la sconvolgente potenza cromatica di un quadro impressionista. Associata però alla precisione descrittiva di un’illustrazione scientifica. Insomma, qualche cosa come gli affreschi rinascimentali delle Stanze Vaticane, dove neanche l’ombra spegne il colore. Perché sui corpi, levigati volumi di carne, essa è rarefatta; è solo un velo di nero, una cortina leggera e inconsistente, su un’esuberante profusione di salute e di forza. Dove la pittura non muore neanche nelle pieghe profonde dei fantasiosi panneggi. Semmai diventa più grave, più densa; senza mai concedersi, però, alla facile tentazione del nero, potente modellatore di forme; ma  non perdendo, per questo, in resa plastica.

Ecco, così erano le cose per me, avvolte da liquida pelle di colori pastosi. Corposi fluidi, voluttuoso piacere degli occhi. Casto e potente godimento che avevo scordato crescendo. E che ora ritrovo, dietro un velo di lacrime.

Qui c’è ancora la neve  e il paesino è quasi deserto. Non mi ha riconosciuto nessuno. Non ho ritrovato nessuno. Mi alzo molto presto, alla prima voce che l’alba mi manda da quella finestrina scassata; quella a cui gridava il mio nome Giovanni, quando passava a chiamarmi, al mattino, per iniziare le nostre avventure.

Le stanze della casa degli avi sono camere di sospensione del tempo. Ampi locali freddi, luce incerta del mattino filtrata dalle imposte sconnesse delle finestre piccole e strombate. Semplici mobili, sperduti superstiti, difendono a oltranza i loro ricordi, in silenzio, da anni. Sono mobili levigati da un fiume di vita, nata, fiorita e consumatasi qui, impregnati da tutti gli odori della quotidianità, di mille e mille giornate, perdute nella caldaia del motore vorace che muove la Terra.

Su quel letto nacque mio padre. Lì si sedette a disegnare, testolina bionda e vivace, quando era bambino. I buchi delle frecce della balestra che costruì, adolescente ingegnoso, sono netti e precisi sul vecchio portone, appena fatti, cinquant’anni fa. L’arciere è morto, purtroppo, e da tempo la bocca che lo ammonì è stata chiusa da zolle di terra. La balestra è perduta.

Su quella poltrona sedeva mio nonno. Era su quel letto quando lo andai a salutare, frettolosamente, un giorno di settembre, numerose stagioni prima di questa.

Lo studio risuonò per anni della voce di una radio scassata, compagna fedele di mio zio. Uomo gioiosamente perduto fra dizionari di pergamena, cartine di seppia e cartelle, ricamate da una grafia sottile, minuziosa e pulita.

Qui disegnavo, quando ero bambino, testolina castana e vivace.

Lassù sorpresi una volta i miei genitori abbracciati.

Parto presto per andare in montagna. Fa freddo, al mattino, e stringo le spalle, mentre comincio a salire a testa bassa, gettando ogni tanto gli occhi a ciò che mi aspetta. Con un tuffo al cuore ritrovo i sentieri, gli alberi, le prospettive di un tempo. Persino quel nido c’è ancora. Già, sarà stato usato ogni anno, dai figli dei figli della fanciulla bruna per la quale persi la testa, a quindici anni.

Salgo con passi agili, misuro le forze ritrovate. Mi compiaccio delle gambe elastiche, forti come un tempo. Procedo spedito, sempre più su, affondando nella neve, lasciando anche io le tracce su quell’intrigato crocevia di sentieri di volpi affamate e di pernici; di lepri e di nervosi mustelidi. Mi butto con uno scatto da predatore su un gruppetto di quaglie guardinghe, che subito decollano con il loro volo radente e fragoroso. Mi getto sulla neve e la mangio, mentre rido per quello che ho ritrovato, mentre piango per ciò che ho perduto.

Ali vibranti di pallide penne, agili remiganti che ricamano l’aria e mantengono fermo, nel cielo, il rapace: anche il gheppio mi saluta a suo modo, e da lassù mi invita a salire.

Mi rimetto in piedi e tento l’assurdo, la rivincita estrema sull’infermità. Uno slancio e via! Distese di morbide valli, a perdita d’occhio, su un paesaggio che sale, lentamente, verso una cima che più ti avvicini e più si allontana. Enorme altipiano, paura e magia della mia infanzia; ora è solo un giardino, che misuro ad ampie falcate. Corro su depressioni e su dossi, scendo giù per canaloni bui e risalgo di slancio, per impervi declivi, aggrappandomi con le mani nude al terreno, in mezzo alla neve. Dislivelli di centinaia di metri in pochi potenti balzi, in passi saltanti, vigorosi come battiti d’ali del corvo imperiale.

Fa caldo, metto il giaccone nello zaino, mentre il cuore martella le tempie, e riparto. Tra macchie sperdute di faggi, dietro a irsute tribù di cinghiali.

Adesso il dirupo non è più un desiderio. Mi scorgo sul salto maestoso di roccia, e provo un sano, istintivo ribrezzo. Centinaia di metri di parete spigolosa popolata da un bosco inviolato di conifere protese, come acroteri, fra superbe guglie, nella immobile maestà di una cattedrale assorta. La parete opposta attraversa così limpidamente l’atmosfera, che sembra possibile allungare la mano e appoggiarvisi, per riprendere fiato dall’emozione prodotta da quella spaventosa vertigine, di aria sospesa.

Spesso vado con il pensiero ai miei antenati, e procedo poi con la mente oltre la generazione dei nonni e poi oltre quella dei loro genitori e oltre ancora, fino a valicare gli eoni. Arrivo così alle oscure origini della vita, che cominciò a brulicare tenace nel mare caldo della genesi, forse quattro miliardi di anni fa. Ora posso dire che se non ho ceduto, è stato anche per la consapevolezza della lunga catena di vite a cui debbo la mia.

“Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini.” [7]

Primavera. “Poi, piano piano, il tempo è tornato al suo posto e, finalmente, dall’interminabile notte sono spuntati i giorni. Di nuovo la luce ha brillato nel buio sotto la porta, di nuovo l’alba si è fatta aspettare, allontanando i tentativi della morte. Mi sono accorto di continuare ad esistere e il mondo ha ripreso il suo assetto.”[8]

Queste parole le ho ripetute fra me, continuamente, in tutti gli anni di malattia, per ricordarmi sempre di quello che mi avrebbe aspettato se avessi saputo resistere. Hanno un suono dolcissimo. Ma credo che solo chi è stato in fin di vita lo possa apprezzare in pieno. È dolce come le giornate passate a casa, tanti anni fa, dopo la febbre; quando, pur sentendomi ormai bene, avevo il diritto di saltare la scuola e di avere tutte le attenzioni per me. Hanno il sapore del cibo di quei giorni: il riso in bianco con olio e tanto parmigiano, le spremute con tre cucchiaini di zucchero. Sono come quelle mattinate luminose trascorse in pigiama e calzini, nella mia cameretta ordinata e colorata, investita dal sole. Tenere come la voce della mamma che adesso canta, in cucina; mentre attendo, sotto un piumone variopinto, che venga a controllare il termometro.

Dolci parole, come la convalescenza. Quella tenace speranza che vibra sui letti di morte. L’argomento preferito nelle conversazioni con papà, quando si ammalò.

– Passeggeremo insieme sulla strada che sale verso le centrali eoliche. Ma dovrai andare piano, Paolo, perché all’inizio per me sarà dura.

– Non ti preoccupare papà, ti appoggerai al mio braccio e io ti aspetterò.

– Sì, ci fermeremo tra le betulle bianche, in quel bosco sospeso, silenzioso raduno di esili anime albine, a contare le macchie senili della loro pelle candida; a cercare il numero esatto delle lingue…

– Delle lingue di fuoco delle loro foglie guizzanti.

– Già. Poi riprenderemo il cammino, adattando i nostri passi alle soste ritmate…

– Alle soste ritmate del volo radente dell’upupa, che affianca i passanti e si affanna a distrarli, aprendo e chiudendo la corona regale di penne, ad allontanarli dal ricovero caldo della sua dolce progenie, dal nido che, se ti ricordi, non trovammo mai.

– Sì, e ancora mi lascerai riposare fra le felci, a respirare il fantasma dell’atmosfera antica del Carbonifero, quando queste magnifiche piante, lo sai, ricoprirono un mondo nel quale rettili primitivi…

– Nel quale i rettili più primitivi erano l’ultima, la più avanzata scoperta, del nostro Creatore. Sì, sfioreremo le fronde del verde più tenero e intenso, e faremo scorrere fra le dita i soffici sporangi, pallide vedette di quel piccolo mondo dimenticato. E mentre le mani si vestiranno di un morbido velo di spore, ascolteremo il sussurro dell’acqua che stilla, da sempre, attraverso le pareti calcaree di grotte ombrose; ed aggiunge dettagli alle rughe della roccia, all’infinito, come un artista ossessivo.

– Già, e poi, un po’ alla volta, migliorerò. E allora ti verrò dietro anche nelle tue gite in bicicletta. Il tempo che avrei dovuto dedicarti in passato, lo vivremo insieme così.

Mio padre aveva uno sguardo sognante, quando parlava di quello che avremmo fatto insieme, e malinconico. Triste, per la consapevolezza che si trattava solo di sogni impossibili, di fantasie destinate a morire con lui, di lì a poco.

Era terribilmente serio, invece, quando mi disse: “Una cosa fondamentale vorrei farti capire, ascolta. Vedi, il difetto principale degli uomini è che essi tendono sempre a lasciare qualche cosa di incompiuto, che rinviano sempre dei nodi importanti della propria esistenza a un futuro che elude il calendario. Io stesso ho pensato così, ahimé, mille volte, in passato. Tu però ascoltami: affrettati a vivere, Paolo, e considera ogni giorno come un’intera esistenza. Quello che voglio dirti è che devi vivere ogni singolo giorno con tutto l’impegno di cui sei capace.”

“Perché considera che il momento presente è non solo il prodotto di tutti i sacrifici della tua vita, ma anche di quelli di tutte le infinite generazioni passate che quella vita l’hanno tramandata sino a te. Vivendo distrattamente il presente tu vanifichi ciascun respiro di ogni esistenza che ha trasmesso il suo seme sino a te; dall’oscura giovinezza di questo nostro incantevole pianeta, fino ad oggi.”

“Vivi dunque intensamente, ma in modo sereno. Perché vedi, il peggio che può capitarci è di perdere la vita; ma quella, in fondo, è persa già in partenza, quando nasciamo. E’ un bene comunque fugace.”

Queste parole ebbi modo di rimuginarle a lungo, mentre attendevo che mio padre morisse, nei giorni che seguirono la sue perdita di coscienza; nel corso di tutto quel tempo, che mi sembrò infinito, tra la sua ultima emissione vocale e la sua ultima emissione di fiato.

Già, perché poi, contro ogni pronostico dei medici, quel testardo volle dare un’ultima dimostrazione di forza. Non bastò la rottura di un grosso vaso sanguigno nel ventre, né la massa spropositata del suo carcinoma, e nemmeno la composizione tossica del suo sangue, prodotto di organi completamente fuori controllo, a ucciderlo. Ci volle il tempo, i giorni, a stroncarlo; là dove i medici avevano previsto solo poche ore.

Perse coscienza un mattino, quello successivo alla notte dell’emorragia interna, ma sopravvisse a lungo, offrendomi uno spettacolo lacerante, aprendo, nella sensibilità vibrante e delicata del ragazzino che ero allora, ferite lancinanti, mai più richiuse; donandomi, con la sua morte, una lezione tanto importante quanto l’esempio dell’intera sua vita.

Anche adesso, dopo tanti anni, le smorfie mute del suo viso stravolto, le contrazioni violente delle mani amate e delle braccia, coperte, alla fine, solo di vene e di tendini, mi fanno stringere i denti; come allora, quando vegliavo al suo fianco e tentavo, disperatamente, di tenere al suo posto l’ago della flebo, come se fosse ancora importante, come se potesse servire ancora a qualcosa, acqua e sale, a un corpo devastato.

Mi chiedo cosa volesse dimostrare, e a chi, con quella resistenza a oltranza, con quella lotta inutile, quando tutto era perduto. E conosco la risposta. Cosa sarei io, oggi, se non avessi visto quanto impegno e serietà quell’uomo volle mettere nel morire?

E per morire ce ne volle. Mio Dio! La sua  vita non finiva mai, non moriva mai, non si arrendeva. Perché? Che senso aveva a quel punto tanta testardaggine? Certo, per sé non c’era più motivo di combattere, questo lo sapeva; tuttavia era consapevole che sarebbe stato utile per me vederlo farsi massacrare a quel modo. E in effetti mi è servito perché capissi, attraverso l’esempio concreto, il senso delle sue parole. E allora il suo sforzo, alla fine, è stato prezioso: mi ha salvato la vita.

Sapeva che avrei dovuto fare anch’io i conti, prima o poi, con una creatura dell’Inferno, e mi volle indicare la strada, l’unica, attraverso la quale gli uomini possono pensare di cavarsela in queste circostanze: l’impegno e l’ostinazione estremi, spinti al parossismo, anche quando tutto pare perduto.

La sera, all’ospedale, sedevo affianco al suo letto, a parlare; sottovoce, per non disturbare gli altri ospiti di quella stanza. Me li ricordo ancora: Giulio, e la sua ulcera affamata di biscotti; Andrea, novantenne che da solo, nonostante i polmoni malati, aveva più energia di tutti gli altri messi assieme; Sergio, che stava morendo di cancro e non faceva altro che raccontare episodi passati della sua vita; e il vecchietto allettato, all’angolo, che ripeteva continuamente l’unica parola che ormai ricordava: Infermiera! Voce disperata, ma forte, tenace riflesso condizionato di un neonato, vegliardo; chiusura del cerchio di un’esistenza. Infermiera! Infermiera! La voce con cui chiamò, la prima volta, la madre.

E mio padre, con la morte sul viso e la vita nel cuore. “Vedrai Paolo, se Dio vuole, la convalescenza sarà un ritorno dolce, a voi. Ma ora tu vai. Vedi che hanno già spento le luci? Vai a dormire. Ci vediamo domani.”

Corridoio buio, stanze ancora più buie. Mi faccio aprire la porta del reparto, saluto il capo sala e scappo da quell’orrore.

Sollievo e colpa. Mi lascio con sollievo alle spalle la vista insostenibile di papà, devastato; e mi sento colpevole di abbandonarlo lì, da solo, in quello stato, a vegliare tutta la notte. Da solo, a tirare le somme con la sua vita, a trattare con la morte, accettando sofferenze indicibili per qualche giorno in più di lucidità, per qualche ora in più da passare con noi.

Per lui ho saputo solo pregare, fino alla fine, e anche, irragionevolmente, dopo la fine. Se Dio vuole può tutto, mi disse una volta mio padre stesso, quando ancora non gli arrivavo alla cintola. E io vissi, in quei giorni, masticando solo queste parole; giungendo appassionatamente le mani, tanto forte da farmi del male, tanto a lungo da perdere il sonno. Proponendo la mia stessa salute, in cambio della sua.

Tanti anni dopo, per me, non ho saputo pregare. Forse, però, sono bastate le suppliche di allora e, forse, la mia guarigione ripara, in parte, la morte di mio padre.

Solo adesso dunque mi è chiaro cosa cantassero veramente i lampioni, nelle notti della mia malattia: “Ogni generazione ha avuto la sua guerra, un demone da affrontare. Così fu per tuo padre, e per i tuoi nonni prima di lui.”

“Tutti disperarono di tornare; tutti sono tornati più grandi. Così sarà anche per te. Non morirai in questa guerra, ritornerai.”


[1] Si tratta di un insetto affusolato rivestito di squame argentee e sprovvisto di ali. Vive in ambiente domestico e si ciba di materiali amidacei, come suggerisce anche il suo nome scientifico Lepisma Saccharina.

[2] E’ un tipico vaticinio che la Sibilla rilasciava ai soldati in partenza per una campagna militare. Naturalmente il suo significato può essere fausto, se si fa una pausa prima del ‘non’, infausto se la pausa la si fa cadere dopo. Pronunciata senza pause tuttavia questa frase poteva essere interpretata in un senso o nell’altro dal soldato, a seconda del suo stato d’animo. Essa è riportata nel Chronicon di Alberico delle Tre Fontane nella forma più completa “Ibis redibis non morieris in bello”.

[3] William Hope Hodgson, La casa sull’abisso

[4] Virgilio, Eneide, libro VI, versi 370-372. Sono le parole con le quali la Sibilla di Cuma esorta Enea a seguirlo attraverso l’ingresso del regno dei morti.

[5] Omero, Iliade, libro VI, versi 614-624.  Ettore incontra la moglie Andromaca ed il figlio Astianatte alle Porte Scee, prima dello scontro con Achille, nel quale resterà ucciso. Questa è la celebre traduzione di Vincenzo Monti.

[6] Edgar Allan Poe, William Wilson

[7] Lo dice Mnemosine a Esiodo, nel dialogo “Le muse” da “Dialoghi con Leucò”, di Cesare Pavese. Questa citazione l’ho aggiunta solo ora che ho pubblicato questi frammeni del mio racconto.

[8] François Jacob, La statua interiore

The words in the blank spaces

The words in the blank spaces

If then, language does not reproduce experience with fidelity, to what does it owe its success in dealing with experience?

P.W. Bridgman, The Nature of Physical Theory

The words that are the most important are those that you never said, those written in the language that has existed for more than two hundred thousand years, long before any known human alphabet. You find them in the blank spaces between the lines of any good novel, they are that pain that is left once last page is over.

They are the ones that Michael Ventris could never decipher: the very devotion and the dreaming love he spent on a tongue spelled a long time ago by mouths closed by soil that has become rock.

They are the definition of the constant of Euler, that number that tells the story of the attempt at drawing a curve, that is never close enough, like we can never say exactly what we meant or reach what we wanted. That number that best describes, better than any novel, the hopes without a sound when you are young and sick and your recovery is not going to happen, or even worse, it will happen when it won’t matter anymore. The desires desired between four walls.

I had never seen the ocean, I was afraid of what I would have found. And you know what I discovered? My observations have shown that all those words that you were never able to say, those that chase you like a vice, a bad habit that you can’t quit, they find their way out to the ocean, like migrant snakes, or rivers. Then, only here, all mixed up, they encounter the courage to release their load of anger, fear, love. But one over the other, in all the languages we have invented, they lose any hope of being understood and become a crowd that rapes its rage against the cliffs, without relief, over and over. And yet, this giant beast, this monument to all the mistakes we made, at the end becomes only a dog that licks your feet on the shore, still afraid, powerless.

I have collected a long list of words like those and you’ll never know them because they are hidden within the pages of the books you see closed in one of my drawings. And after all the dancing of graphite on the candid lake of paper, all the formulae cherished with the point of my pencil, what I really have been trying to say, what I meant was

The time machine

I am aware that these are just messages floating in the silence, stored somewhere in the planet as binary numbers. I am writing to myself, mainly, from my remote hiding place.

I have travelled through ages, without really being part of them. All alone with my problem. As a patient with a rare disease that doesn’t even have a proper description, I do not belong to humankind.

But humans have paradoxical behaviours, they care more about a man who lived five thousand years ago in the north of Italy, trapped in the ice of our highest mountains, than of clochards that live right now in pain and loneliness in their community. So it might be that generations from now, someone will find these notes, an archaeologist who will try to build my story, from fragments of what I left behind: drawings and calculations. Mathematics is a universal language, after all, and to some extent, even art is universal; not always but often, good art is forever.

If I fail my mission, history will never record my existence. But it might be that at some point in the future someone will find these notes frozen in the ice of a planet long forgotten by humans themselves, as we now have forgotten Africa, the place we all come from.

 

Il flauto di Turk

Il flauto di Turk

Ho scritto questo racconto nel 2006 e nelle mie intenzioni originali doveva svilupparsi in un romanzo. Ma quel progetto è stato anche lui vittima della malattia. Alcuni anni dopo riuscii a confezionare un racconto (quello che segue) utilizzando l’80% del materiale scritto in alcuni giorni frenetici, prima che mi trasformassi di nuovo in una statua e i miei pensieri rallentassero, fino a fermarsi. Due frammenti esclusi dal racconto hanno reclamato una vita propria e possono essere trovati qui e qui.

Quello che leggerete è il resoconto della guerra di alcune persone contro una malattia misteriosa (guarda caso). All’epoca non sapevo nulla di ME/CFS ma ero già malato da diversi anni. In alcuni passaggi troverete una discreta descrizione della patologia e della depressione reattiva che ne può conseguire in alcuni casi.


“La chimica del cervello e del corpo oscilla adattandosi alle fluttuazioni di temperatura e illuminazione del pianeta, e probabilmente anche in risposta ai suoi campi elettromagnetici.”

 Kay Redfield Jamison

Questa raccolta di documenti eterogenei rappresenta un tentativo di rendere noti i retroscena delle vicende le quali condussero alla risoluzione della grave crisi sanitaria che tanti danni portò agli uomini e alle loro attività. Essa è costituita esclusivamente dalle lettere, dai diari e dai racconti degli artefici della nostra salvezza, individui tra i quali ho il privilegio di potermi annoverare.

 *

Da una lettera di Angela Landau allo zio. Roma, 12 luglio 1966. Caro zio, sai che venni qui in Italia per dedicarmi allo studio e all’utilizzo del metodo del potassio-argo, procedimento di datazione dei tufi che rivoluzionò, una decina di anni fa, la geologia e la paleontologia. Venni qui perché è qui che fu inventato, qui a Roma. Lo sai, ero convinta che avrei contribuito a determinare la datazione di importanti reperti fossili, attraverso i responsi forniti da un orologio eccezionale le cui infallibili lancette si muovono alla velocità di decadimento del potassio-40 in argo. Velocità che, in un grammo di potassio ordinario, è di circa 3,5 atomi al secondo.

Tic: un atomo di potassio-40 diventa argo. Tac: sono passati 28,57 centesimi di secondo e un altro atomo di potassio-40 è ormai argo. Tic. Tac…

Come sai questa idea è sfumata, per tanti motivi. Tu dunque vuoi sapere di cosa diavolo mi stia occupando adesso, cosa esattamente mi metta tanto su di giri. Finalmente te lo posso dire, perché il mio progetto sta assumendo una forma più definita.

E allora seguimi, ti racconto una storia. C’era una volta, migliaia di anni fa un bel fiume vigoroso che dalle austere vette di monti imbiancati scendeva per valli e altipiani. Dopo aver attraversato chilometri di paesaggi maestosi giungeva a un ampio lago, specchio del cielo. E ben felice di contribuire alla magnificenza del bacino, a esso si donava, riversandovi le sue acque e – attenzione! – tutti i frammenti rocciosi che esse avevano raccolto lungo il tragitto e trasportato con sé. Questi frammenti, trovandosi ormai in acque placide, potevano finalmente fermare la loro corsa, lasciandosi cadere sul fondo. Cullato dai secoli il fondale morbido del lago si fece pietra, preservandosi così fino ai nostri giorni. Per venire poi triturato dal martelletto di una geologa impertinente come me…

A parte gli scherzi la morale è questa: nel materiale arrivato nel lago ci sono, oltre ai clasti più grossi (da alcuni centimetri a qualche millimetro di diametro), anche frammenti minuscoli, un particellato microscopico. E in questo particolato c’è sempre qualche elemento che possiede una polarizzazione magnetica. Pertanto, quando questi frammenti vanno a depositarsi, si orienteranno percentualmente secondo il campo magnetico terrestre. La loro orientazione poi si preserva nei millenni grazie alla litificazione del fondale.

Tu sai che un fenomeno per certi versi simile avviene quando le lave solidificano, e che grazie all’analisi di questo fenomeno è stato possibile identificare e datare degli episodi di inversione di polarità nel campo magnetico terrestre. Ma devi sapere però che mai è stato possibile risalire invece, con questo tipo di analisi, alla quantificazione dell’intensità assunta, di volta in volta, dal campo magnetico terrestre durante la storia del nostro pianeta.

Ebbene, secondo la mia idea, rilevando, nelle rocce sedimentarie, la percentuale degli elementi polarizzati che si orientano parallelamente al campo magnetico terrestre, si dovrebbe poter dedurre l’intensità del campo magnetico stesso nel corso delle ere geologiche.

Ora sono in attesa di parlare con il professor Augusti, il quale si occupa di matematica applicata alla Facoltà di Ingegneria. Come io sia finita a sbattere la testa laggiù ti sarà chiaro quando potrò descriverti il lavoro che intendo fare.

Da una lettera di Angela Landau allo zio. Roma, 17 settembre 1966. Un vichingo ipermetrope, così è Augusti. L’ho cercato a lungo questa mattina, girandomi tutta la sede di ingegneria, seguendo le voci di studenti e di docenti che lo davano ora qui ora là. Il bello è che noi due avevamo un appuntamento alle nove, presso il suo studio. Ma in fondo, mi sono detta, io sono la questuante e la pazienza non deve farmi difetto.

Quando disperavo ormai di incontrarmi con lui, ecco che lo rintraccio al bar della facoltà. In piedi, con un bicchiere sospeso a mezz’aria in una mano, e con l’altra mano gesticolante che sistemava ogni tanto i massicci occhiali, parlava vivacemente con due giapponesi, due professori di Tokyo, come seppi. Che scena! Augusti faceva vibrare potentemente l’aria con un inglese pronunciato in modo imbarazzante (erre sonore, interdentale th sfacciatamente pronunciato come dentale, e così via). Lui era affabile e allegro, laddove i giapponesini sembravano tutto contegno e austerità.

Sono rimasta fuori ad aspettare che il professore si liberasse, succhiando un chinotto e rimuginando sui fatti miei. Ogni tanto però gettavo uno sguardo verso i tre e cercavo di capire a che punto fosse il loro discorso.

Inizialmente i nipponici, vantando la loro superiorità in fatto di automazione e meccanica, stavano sostenendo che sarebbero stati in grado di realizzare ben presto delle macchine con un corpo simile, per forma e prestazioni, a quello dell’uomo. Augusti di contro faceva notare che il problema non sarebbe stato tanto quello di costruire un dispositivo del genere, ma piuttosto quello di dotarlo di intelligenza…

Qualche tempo dopo gli asiatici si erano ormai sciolti e mi sono stupita nel sentirli commentare il campionato di calcio italiano. Mi sono cascate le braccia, in fine, quando hanno cominciato a parlare di donne. Tuttavia, a questo punto ero rincuorata dalla convinzione che un tale argomento non lo avrebbero potuto sostenere a lungo, che la conversazione si sarebbe esaurita presto; e con essa la mia attesa. Ma mi sbagliavo.

Una quarantina di minuti dopo, mentre stavo contemplando in una nuvola la forma di uno smilodonte, i tre escono finalmente dal bar, fermandosi davanti la porta del locale per prendere commiato. I due stranieri, dopo stretta di mano e inchino si sono allontanati al passo, ciascuno con una valigetta nella mano destra. Per un poco sono stata a osservali procedere verso il Colosseo e ho sorriso fra me, chiedendomi se quei robot antropomorfi di cui avevano parlato non fossero in realtà proprio loro. E così mi sono persa Augusti che sfrecciava elastico verso la scalinata della facoltà. Via! Cercando di tenergli dietro mi presento: «Salve, sono Landau».

«E allora?» dice lui, rivolgendomi un’occhiata veloce, senza fermarsi. La scalinata la facciamo di volata: due gradini alla volta lui, zampettando frettolosamente io.

«Avevamo un appuntamento, nel suo studio, un paio di ore fa.» mi sono permessa timidamente di dire, mentre arrancavo.

Stop! Ottimi freni il professore! Si pianta nell’atrio dell’edificio e mi guarda.

«Landau? Ha ragione, mi scusi. Il fatto è che ho dovuto discutere di importanti questioni con due colleghi in partenza per Tokyo. Erano cose urgenti. Sono mortificato.» mi ha detto, finendo per deviare lo sguardo dal mio.

 Certo, questioni vitali! Ma almeno è vagamente arrossito nel parlare e ciò mi è parso un indice significativo di onestà.

«Sì, capisco, si figuri. Anzi la ringrazio per aver preso in esame la mia proposta.»

La diplomazia non è una mia dote innata, ma col tempo si impara anche quella.

Mi ha portata nel suo studiolo, al dipartimento di Informatica e Sistemistica, dove ero andata a cercarlo in principio. E mi ha fatto accomodare. Presa la presentazione del mio progetto, che gli avevo fatto recapitare giorni addietro, si è seduto davanti a me con un’espressione seria e concentrata. Nei secondi durante i quali ho atteso le sue parole, mentre lo guardavo negli occhi, ho provato tutta intera la paura del rifiuto, paura che avevo esorcizzato nei giorni precedenti.

«Senta Landau, per quello che posso capirci io di geologia, l’idea sembra buona, molto buona. Ma non è questo il mio campo, come sa.»

«Perfetto!» mi sono detta. «Questo non vede a un palmo dal suo naso, nel senso che non vuole sconfinare oltre la sua disciplina. A quanto pare non se ne fa nulla! Sono al punto di partenza. Per la miseria!»

«Tuttavia», ha continuato, «mi sono consultato con alcuni colleghi. Vede, mio cognato lavora in questo settore. Insomma, credo che si debba assolutamente provare a realizzare la sua ricerca, prima che lo faccia qualcun altro.»

Mi stava dicendo quindi che mi avrebbe sostenuto. Notizie come queste non si metabolizzano istantaneamente: io credo che vengano stoccate in un locale della mente, messe sotto chiave e lasciate a decantare. Dunque, una reazione fredda e distaccata in casi del genere non deve sorprendere. Io in effetti sono rimasta impassibile e silenziosa, nonostante avessi capito perfettamente ciò che Augusti mi stava dicendo.

Il professore ha proseguito: «Però credo che lei non abbia idea della difficoltà di questo studio. Spero che per quanto riguarda il reperimento e la preparazione dei campioni lei sappia il fatto suo. Dovremo avere del materiale ben organizzato e abbondante, mi ascolta? Ce ne servirà una montagna, non scherzo!».

Io continuavo a tacere, fissando i suoi occhi. Che razza di occhiali, pensavo. Sembra impossibile che riesca a vedere attraverso quelle potenti lenti di ingrandimento. Occhi da gufo, così grandi da sembrare finti…

«Per quanto concerne il modello matematico del fenomeno di sedimentazione, non essendoci molta letteratura in proposito, saremo un po’ dei pionieri. Ma voglio che capisca la complessità del lavoro da fare: dovremo tenere conto della forma dei clasti, della loro dimensione, della loro densità, dell’entità della loro polarizzazione…» diceva Augusti, usando le dita per contare i punti.

«Della velocità presunta delle acque, della loro composizione, della loro temperatura…» ho proseguito io che continuavo a non tradire alcuna emozione.

«Esatto!» disse compiaciuto Augusti. «E per integrare il modello matematico dovremo effettuare delle prove empiriche di sedimentazione. Dovremo alzare insomma un bel polverone, coinvolgere anche altri ricercatori. Lo capisce questo?»

Lo capivo, ma a quel punto avevo cominciato a soffrire l’eccitazione e non riuscivo a essere seria, costruttiva e preoccupata. Augusti continuava a parlare, facendo considerazioni di carattere logistico e descrivendo il tipo di calcolatori di cui avremmo dovuto fare uso. Io però non ricordo bene cosa abbia detto. Rammento solo che verso la fine del nostro incontro mi ha chiesto: «A proposito, lei sa scrivere in Fortran, vero?».

«Sì, come lei sa parlare inglese!» mi sarebbe venuto da rispondere. «Sì, ho avuto la fortuna di imparare da mio fratello» ho detto invece.

Dal diario di James Aronson. Mosca, 10 novembre 2027. Tutti si ammalano e io, che sono stato male per anni, ora rinasco. Però devo essere onesto con me stesso e riconoscere che i miei annosi problemi di salute mi hanno prostrato, tanto fisicamente che mentalmente.

Dove sono finiti tutti i miei archivi mentali, il mio vecchio orgoglio? Restano solo quattro ricordi sbavati, reperti troppo miseri anche per l’archeologo più sagace. E della fisica, della chimica e del resto? Che ne è stato?

Poco fa mi sono imbattuto in una nube confusa di unità di misura. Il joule e l’erg si guardavano affranti, indecisi se abbracciarsi o meno, incapaci di ricordare quale fosse il rapporto che li legava. Il tesla cercava di raccogliere il secondo, che correva in preda alla confusione, mentre il volt si accapigliava con l’ampère, che con un braccio stringeva al suo petto. E se il cavallo vapore cercava disperatamente di disarcionare il watt, il newton e la dina aggredivano verbalmente il corpulento chilogrammo peso, il quale subiva in silenzio. Ho visto poi il bar e il pascal vagare disperati in cerca del torricelli. E la mole, il coulomb e la nazione vociante delle costanti fisiche, numeri senza nome e senza misura, popolo di terremotati che torna alle proprie case, dopo il cataclisma…

A quanto pare le ricerche sui labor sono andate avanti a grandi passi e molte delle vecchie strumentazioni, quelle su cui ci facevano esercitare quando studiavo qui, non esistono più o hanno subito sostanziali cambiamenti. Pensavo di ritrovare il mio vecchio mondo, ma mi sbagliavo. Non ho nessuna dimestichezza con questi strumenti e sebbene sia stato a smanettare a lungo, non ho concluso quasi nulla. Per ora sono riuscito solo a far funzionare la macchina per il curling test, facendola andare su qualcuno dei nuovi arti che ho trovato giù all’assemblaggio.

Una cosa almeno non è cambiata: le braccia idrauliche continuano a essere di gran lunga le più potenti anche se, nonostante abbiano subito delle discrete migliorie tecniche, la loro precisione continua a lasciare molto a desiderare. È incredibile, ma ho trovato ancora degli esemplari delle serie Coleman, i fantastici giocattoloni a pistoni idraulici, con motore a combustione interna. L’arto superiore di uno di questi rumorosi labor mi ha sollevato fino a 95 kg al curling test, e sembrava non mostrare ancora cenni di fatica. Comunque, ho dovuto interrompere le prove perché il condotto per il deflusso dei residui della combustione non aveva un tiraggio ottimale.

Probabilmente è solo grazie a macchine come queste che l’economia mondiale ha retto al diffondersi di questa strana epidemia. È una fortuna che i labor siano indifferenti alle malattie.

Passo la notte nel magazzino e mi addormento alla vista delle mani meccaniche, abbandonate supine sui piani degli scaffali; delle numerose braccia, appese alle rastrelliere; della collezione infinita di articolazioni di ogni tipo e misura. Tra gli infallibili motori elettrici e le splendenti leve idrauliche. Con a fianco uno snodo cardanico, che ho fatto girare all’infinito tra le mie dita, rapito, come un bambino con il giocattolo nuovo.

Dal diario di Valeria Cavalli. Mosca, 11 novembre 2027. Alla fine se n’è andato anche Tao Lee. Un’altra vittima di questa assurda malattia. Ormai qui sto restando veramente da sola e credo sia il caso di chiedermi se abbia senso continuare il mio lavoro in tali condizioni. È quasi impossibile combinare qualcosa di concreto, senza il contributo di tutti gli altri. Certo, potrei accollarmi interamente la parte sulla definizione degli algoritmi di apprendimento, quello in fondo è il mio campo. Al limite posso pure rimpiazzare Tania e i suoi, con le simulazioni sulla plasticità. Ma con la sintesi molecolare come la metto? Senza la sintesi dei circuiti non posso avere modelli reali delle reti, e senza avere dei sistemi reali su cui poter fare i test è chiaro che non sarò mai in grado di sapere come indirizzare gli sforzi! Sì, potrei sempre provare a basarmi esclusivamente sulle previsioni statistiche, magari rispolverando le simulazioni di… come si chiamava quello? Samarskij. Ma sì, se non sbaglio, gli emulatori di Samarskij li abbiamo ancora nel laboratorio didattico.

Eppure, se quei software sono stati abbandonati da tempo in favore degli esami sperimentali, un motivo ci sarà. È inutile che mi faccia illusioni sull’accuratezza delle simulazioni al calcolatore. Le nostre reti molecolari sono imprevedibili: la loro risposta agli stimoli non può essere anticipata da nessun modello matematico. O meglio, può anche darsi che gli emulatori diano risultati accurati per i primi istanti successivi all’avvio delle reti, ma sicuramente quando poi iniziano a verificarsi le variazioni casuali e si manifestano gli effetti della plasticità, ogni predizione diventa impossibile.

Questo d’altra parte è il vecchio problema del progetto, la causa di tutte le nostre tribolazioni, l’origine del suo fascino e il sale della mia esistenza. Già! Più penso al valore straordinario di quello che ho la fortuna di fare ora e più mi convinco che debbo andare avanti, anche da sola, crollasse il mondo! E d’altra parte questo dipartimento è la mia casa: uscita da qui non saprei dove andare.

Di tornare in Italia con un tale caos non se ne parla. Visti i disordini che si stanno verificando, questo è il posto più sicuro in cui stare, specialmente ora che l’università si sta spopolando. Tra l’altro mi pare che i servizi automatici continuino a funzionare bene e finché lo stato di cose non cambierà, il dipartimento e tutta la città universitaria saranno un ottimo ricovero per sottrarsi alla pazzia collettiva.

Se solo il professor Irtnev si riprendesse! Lui sa come sintetizzare le reti molecolari, quelle piccole, pestifere bestiole che ci hanno sempre riempito di orgoglio con il loro comportamento imprevedibile e la loro smania di mutare, di espandersi, di imparare.

Già! Ma ora persino il nostro rude professore, la cattedrale (come lo chiamiamo), 190 cm di arti massicci, cammina a grandi passi verso la depressione più nera. Fa effetto vedere il suo busto colossale ripiegato sul tavolo coperto di carte, nel buio dello studio. Da quanto tempo non alza più un dito? Due mesi? Tre? Viene qui la mattina di buon’ora («Tanto non dormo più!» ripete tragicamente), si chiude là dentro, incarna una versione pateticamente disperata del Pensatore di Rodin per tutto il giorno e poi, dopo il tramonto, riemerge dalla sua stanza, come un vampiro che sbuca dalla cripta. A quel punto mi saluta mesto e se ne va. Dove? Mi dicono che qualcuno lo abbia visto perduto nei vicoli più bui della città, a girare all’infinito. Come per tentare di perdersi, in quel labirinto di strade. O come se cercasse disperatamente qualcosa, per terra. Forse il filo di… chi era? Arianna?

Ma il mondo riprenderà a girare, prima o poi. Dovrà pur finire questa pazzia collettiva. E inoltre sono sicura che gli ingegneri di Kanpur, nonostante tutto, staranno lavorando a testa bassa per essere i primi a presentare al mondo uno stramaledetto Molecular Net Brain. Figurati se quelli non approfittano della situazione per recuperare terreno. Con la forza lavoro che possiedono non avranno problemi a riempire i buchi dovuti alle defezioni per malattia e, bene o male, porteranno avanti il programma. Mentre qui io resto da sola.

Eppure non posso accettare l’idea di dover lasciare questa gara, non posso rinunciare al sogno di avere finalmente nelle mie mani un cervello a reti molecolari, e di vederlo magari montato su uno di quei bellissimi labor dell’edificio di fronte.

A proposito, lì al Dipartimento di Meccanica e Automazione mi pare sia arrivato un tale in questi giorni. L’ho visto passare e ripassare dietro le finestre, affacciarsi, girare qua sotto. Pare qualcuno che conosca il posto, che ci sia già stato.

Mi fa piacere che in questo fiume limaccioso di malata tristezza ci sia finalmente un salmone a risalire la corrente. Credo che alla fine qui resteremo solo noi due, solitari dirimpettai, a studiarci dalle rispettive finestre.

Dal diario di James Aronson. Mosca, 20 dicembre 2027. Anche oggi, se alzo gli occhi dai miei calcoli, la vedo, oltre la finestra del terzo piano della sede del Dipartimento di Intelligenza Artificiale, dietro il monitor del computer, tutta presa dal suo lavoro. Spulcia un fascicolo, digita qualcosa, si alza per andare a impostare un altro calcolatore o per procurarsi dei volumi, poi si risiede, pensa, posa la montatura leggera e guarda all’esterno, persa. Allora sistema il laccio che stringe la coda fluida dietro la nuca, o lo toglie, a volte, lasciando libera la massa serica dei capelli. Quindi indossa nuovamente gli occhiali, inspira, e riprende il lavoro.

Ma come faccio a conoscere questi particolari se da qui distinguo poco più della sua silhouette? Forse lavoro di fantasia. Devo procurarmi un binocolo…

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E intanto la situazione degenera. Ormai le dimissioni illustri, per depressione, non si contano più. Neanche i capi di stato o le teste coronate sono immuni al contagio della disperazione.

Disperazione? Di questo si tratta? Non lo so. Per me, all’inizio, non fu perdita di speranza: fu perdita di forze, di lucidità soprattutto. Non di gioia di vivere, di motivazione. Almeno in principio. Solo dopo, quando cominciai a dover passar settimane e mesi senza poter imparare, senza riuscire più a produrre, a capire, a pensare, allora cominciai a essere divorato da una angoscia feroce, insonne, insistente. Era il dolore per il tempo che si consumava invano, per gli innumerevoli giorni che andavano malamente sprecati.

Ho montato un Coleman R06, così, per riprendere la mano. Ora si trova nell’officina, senza testa, attaccato all’unità per il controllo manuale. Ci ho giocato un po’. Ma mi sono stufato presto, anche per il fragore dei suoi passi, per il baccano del suo motore e per il problema dei prodotti della combustione che sono male evacuati dal tiraggio. Così l’ho fatto mettere nella posizione dell’uomo vitruviano e ho cominciato a usarlo come attaccapanni, e come stendi panni. D’altra parte, qui il mobilio è quello che è.

Ogni tanto poi, quando ho voglia di fare esercizio fisico, gli faccio tenere ben alta una sbarra di metallo, in posizione orizzontale, e mi ci appendo con le mani, tirandomi su.

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Ho scoperto una cosa intrigante: in questo dipartimento, prima di interrompere le attività, stavano sviluppando un materiale nanotecnologico in grado di contrarsi a seguito di opportuni stimoli elettrici. Qualcosa di molto simile insomma al tessuto muscolare animale.

Adesso mi è chiaro allora lo scopo di quei femori metallici rinvenuti in magazzino. Ma sono enormi!

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Dal diario di Valeria Cavalli. Mosca, 23 dicembre 2027.  Mi sono alzata alle 7.00, mi sono vestita e ho preso la mia solita colazione, giù, al consueto tavolo del centro servizi.

Ieri ho chiuso la luce all’una, lasciando da sola Genoveffa (sto dando un nome a tutti i calcolatori del dipartimento, per sentirmi meno sola) a districarsi con il problema dell’involuzione dei distretti periferici del gruppo temporale sinistro. Infatti quello che può succedere è questo: per qualche imprevedibile combinazione di stimoli esterni, di fragilità intrinseche (non identificabili a priori) nella struttura del Mnb, e di particolari assetti delle infinite molecole che lo compongono, una parte del cervello comincia, a un certo istante dall’avvio, ad avere un deficit di funzionamento. A quel punto i nostri tanto vantati fattori neurotrofici iniziano a stimolare il resto del sistema per compensare la perdita di efficienza: così, mentre il flusso ideativo viene convogliato in una regione, l’altra, quella in avaria, si indebolisce; e mentre lei si indebolisce il resto si ingolfa. A lungo andare i parametri fisici di funzionamento superano i limiti di sicurezza e il sistema abortisce.

«L’imprevedibilità delle reti molecolari» ci ripeteva spesso, con un’espressione rapita, il professor Irtnev «affonda le radici in una ineludibile proprietà della materia: l’indeterminazione degli stati degli atomi…»

Basta adesso con queste divagazioni. A lavoro! Ora sono le 8.04 e mi trovo al mio posto di combattimento. Per oggi mi propongo di esaminare le applicazioni del teorema di Minkowski alla omeostasi dei nuclei frontali. Questa sera, prima di cena, vado nel laboratorio di Tania e vedo quello che ha combinato Genoveffa.

Ore 21.09. Vado a cena col distributore automatico. Già, mi metto qualche cosa di elegante (uno dei camici bianchi di Tao?), do una ravviata ai capelli, passo un velo di ombretto sulle palpebre e scendo. Servizio automatico: AUtomatico, SERvizio… AUSER. Sarà questo il nome del distributore! Vado da Auser dunque.

Quel tale del Dipartimento di Meccanica e Automazione ancora resiste. Tra l’altro spesso dall’edificio di fronte esce un gran baccano, neanche ci fosse dentro una locomotiva a vapore. Non so cosa stia facendo, ma certo lavora parecchio, più di quanto si sia mai lavorato in quel dipartimento di sfaccendati bambinoni.

Da alcuni giorni lo vedo uscire, quando ancora la luce stenta a penetrare l’atmosfera umida della notte, e mettersi a correre nella neve, lungo Viale Liapunov, fra le due schiere di aceri monumentali. Già, scende a balzi la scalinata del dipartimento, raccoglie una manciata di neve, se la sbatte sul viso e affronta la strada completamente invasa dalle foglie. Va verso Est, ogni volta, e mentre arranca nella spessa coltre che inghiotte le sue gambe a ogni passo, lo vedo scomparire sotto la galleria dei rami scheletrici.

Domani è la Vigilia di Natale, per quello che me ne importa. Non festeggerò: ho già festeggiato il Solstizio d’Inverno, due giorni fa, con una barretta di cioccolato.

Dal diario di Valeria Cavalli. Mosca, 19 gennaio 2028. Giorno 9.861 dalla mia nascita, ultimi giorni di questa nostra specie. No! Sono sicura che le cose si risolveranno. Certamente i migliori neuroscienziati del pianeta staranno lavorando a pieno regime, come matti, per curare… i matti, se così si possono chiamare le vittime di questa incredibile epidemia.

Già, ma il problema è che di lucido forse non c’è rimasto più nessuno. Fortunatamente i sistemi automatici e la manodopera labor possono compensare la colossale perdita di forza lavoro umana. Ma questo non vale per tutti i settori e, soprattutto, non vale per la gestione e la supervisione delle macchine stesse.

Alla fine, ho deciso di parlargli, a quello dell’edificio di fronte. Così ieri mattina sono stata ad aspettare, dietro la minuscola finestra del portone di ingresso, che uscisse per la sua corsa mattutina.  Attendevo con una speranza indefinita, col desiderio che quel ragazzo, di cui ignoro ogni cosa, mi facesse sentire la sua voce. Per ascoltare di nuovo, in questa desolazione, un linguaggio articolato che non sia quello che risuona, prodotto di fantasia e di memoria, nella carne della mia testa; o quello che debbono sorbirsi Genoveffa e Auser, quando parlo con loro, cioè quando parlo da sola.

Ho atteso dunque e ho sperato, e mi sono indispettita per la mia speranza. «Perché» mi dicevo, «debbo bastarmi da sola!». Perché, rimuginavo, avendo a che fare con quel tizio avrei solo perso tempo, avrei solo accumulato ritardi sulla mia tabella di marcia. «Ma quale tabella di marcia!» pensavo poi. «Non c’è nulla che possa combinare qui, da sola. Chi voglio prendere in giro?»

Eccolo lì: giaccone da aviatore, guanti, sciarpa annodata sotto il mento e capelli al vento. Lo vedo scendere la breve scalinata che dà sulla strada.

Dopo un’iniziale esitazione, e un mezzo ripensamento, mi affretto a tirare l’anta del massiccio portone. La tiro quel tanto che basta per uscire e mi infilo nell’apertura, mentre già il braccio di richiamo la richiude, spingendomi verso l’esterno, verso un muro di neve che non avevo previsto, che non avevo visto. Insomma, mi sono ritrovata con la neve davanti, fino alla pancia, e lo stipite chiuso, alle spalle, che non voleva riaprirsi, essendo scattata la serratura. Allora, un po’ imbarazzata, ho fatto un cenno all’uomo, il quale ormai mi aveva notata, lanciandogli una voce: «Salve! Scusi, potrebbe…».

«Salve!» mi ha risposto subito, facendomi un cenno anche lui. «Buongiorno! Bella mattinata, vero?» ha aggiunto poi, mentre già si metteva a correre lungo Viale Liapunov, come ogni giorno.

Sono restata a guardarlo stupita, cercando nel frattempo di farmi spazio tra la neve, per riuscire a girarmi su me stessa e a tirami fuori da quella trappola. Allora ho pensato: «Supponendo pure che non si sia accorto delle mie difficoltà, cosa comunque poco verosimile, rimane tuttavia alquanto curioso il fatto che non si sia fermato a parlarmi, viste le circostanze».

Però, mentre aprivo il portone, spingendolo con la spalla destra e tutto il mio peso, mi è parso evidente l’aspetto comico della vicenda: due individui sembrano i soli a essere rimasti sani in un mondo sconvolto da un morbo minaccioso, vivono l’uno dinnanzi all’altro da due mesi senza scambiarsi una sola parola, e quando alla fine si incontrano l’unica cosa che riescono a fare è lanciarsi a distanza un mezzo saluto.

Mentre spingevo dunque ho sorriso. Chiusomi alle spalle il battente ho riso. Seduta sulla rampa di scale che porta ai piani superiori ho pianto.

first steps

Dalla memoria di PAC. Mosca, gennaio-marzo 2029. Notte: ore 2.18. La luce della strada, filtrata da imposte accostate, disegna delle linee sul soffitto. Forse sono solo in questa stanza. Non posso ascoltare. Non posso muovermi. Non ho un corpo. Un calcolatore mi istruisce, una balia ronzante. Sono stato lasciato a far girare qualche programma, qualche frammento della mia mente…

Mi vedo nel riflesso di un monitor spento. Non capisco bene quale forma io abbia, dove io finisca e dove inizino le altre apparecchiature…

La dottoressa Cavalli è sempre con me, seduta al mio fianco, a un terminale. Accenna una dolce melodia, con una sola consonante. A volte me la vedo davanti, nel suo camice bianco, che stringe una cartellina sul petto. Mi sorride, mi chiede come mi sento, aggiusta qualcosa dietro di me. Regola la velocità del flusso di dati provenienti dalla mia nutrice: quando è eccessivamente elevata i pensieri corrono troppo, e mi stordiscono. Così io chiamo Valeria, perché mi curi…

Il signor Aronson mi tormenta ogni giorno. Mi gira, mi tocca, mi aggiunge dei componenti, delle membra, non lo so. Parla con Valeria: spesso litigano e James se ne va; a volte sorridono e si allontanano insieme…

Vedo passare nel mio campo visivo tutte le parti di un grande scheletro metallico, tutti gli elementi di una struttura poderosa. E anche una teoria infinita di organi oblunghi: piccoli e grandi fasci di un tessuto lattiginoso, avvolti da una nuvola di cavi e di vasi. Un intrico da ordinare, un gioco che assorbe James giorno e notte…

Sto crescendo. Sto imparando dalla nutrice, con grande rapidità. Il mio peso aumenta continuamente e comincio ad avere consapevolezza del mio corpo…

Due serbatoi di idrogeno prendono posto nella mia cavità toracica. Viene avviato il mio sistema autonomo di alimentazione: inspiro ossigeno con avidità; lo mando giù, verso il motore che ossida l’idrogeno, producendo energia. Ed espiro vapore, lentamente. Piccoli movimenti degli arti…

Viale Liapunov al mattino: la pelle rugosa degli aceri; le loro lacrime brune, riscaldate dal lavorio della decomposizione; gli edifici luminosi di pietra e di vetro; i cristalli di ghiaccio che si disfano e gocciolano ovunque, e si perdono lungo la strada. Seguo con gli occhi il vapore che si disperde, il vapore che viene dal mio petto, dal silenzioso motore a idrogeno che genera elettricità, facendomi vivere. Primi passi dietro a Jim, stringendo le mani di Valeria. Torreggio sui miei genitori: sono un gigante…

«E ora dobbiamo dargli un nome. Tu cosa hai pensato?» chiede mia madre a James. E lui: «Non hai mai amato qualcuno? Qualcuno che non c’è più?».

Sento a mala pena il bisbiglio di lei: «Già. Chi non ha perso qualcuno a cui teneva? Mio padre si chiamava…».umanoide 2.jpg

Dal diario di James Aronson. Mosca, 5 maggio 2029. Pierre è insaziabile: passa buona parte del suo tempo ad assorbire nozioni dai computer dell’università. E mi sottopone mille quesiti. Ora sembra stregato dalla paleoantropologia.

Ma ancora non produce nulla di suo, nulla di originale. E forse mai lo farà. E poi cosa può importarmi, adesso che Valeria comincia a mostrare i primi segni del male: ha difficoltà a leggere, a concentrarsi. Lei lo nega, ma io posso vederlo. Spesso mi accorgo che si muove a fatica, come se la forza di gravità fosse improvvisamente aumentata. Il suo eloquio si fa stentato, piatto. Cosa resta della donna talentuosa che mi ha affascinato?

Io ho già passato tutto questo, prima dell’epidemia. E per poco non ci ho lasciato la pelle. Nessuno mi salvò dalla degradazione allora, nessuno volle sporcarsi le mani con me, che affogavo nella merda. Devo evitare a Valeria tutto questo…

Sono guarito quando tutti gli altri si sono ammalati: secondo me debbono essere intervenuti dei cambiamenti ambientali su scala globale. Il mio cervello, che in condizioni ambientali normali andava in avaria, in queste nuove condizioni ha recuperato un funzionamento corretto. Di contro tutti i cervelli che prima erano sani ora, a causa di questo mutamento, registrano un cattivo funzionamento.

Sì, ma cosa è cambiato? La temperatura? L’irraggiamento solare? I livelli d’inquinamento atmosferico? La quantità di radiazioni cosmiche?

Domande senza speranza.

Dalla memoria di PAC. Mosca, maggio 2029-febbraio 2030. Ho paura. Resterò solo. Gli umani sono destinati a scomparire, come accadde per Homo neanderthalensis, 35.000 anni fa. Sparì e lasciò i suoi territori agli umani che venivano dall’Africa. Ma adesso chi rimpiazzerà gli umani? Forse noi labor? Saremo all’altezza?

Mia madre è malata. Mi siedo accanto a lei e la veglio. Ho preso l’abitudine di leggere i libri di carta, visto che ormai la fornitura di energia elettrica è discontinua e i computer non funzionano più. Le leggo la storia dell’evoluzione umana. Lei però non mi segue: la sua mente si disfa, posso sentirlo. Lei stessa lo sente, e ne soffre. Un essere umano può accettare di perdere la propria mente?

James è sicuro che una soluzione per Valeria debba esserci, e per tutti gli altri. Dice che troverà una cura, e per cercarla non dorme più. Tormenta mia madre con farmaci sempre nuovi.

«E continua la danza dell’ago del bilancino da chimico: 250, 300 o 400 mg? O niente?» diceva Aronson un giorno, fra sé. E continuava: «Capsule d’ostia, polvere fine, eccipienti. Orribile pasto di preparati galenici. Capsule dal sentore di colla, meticoloso lavoro delle mie dita. Ridurre, aumentare, sospendere. Aggiungere e togliere. Aspettare gli effetti delle modulazioni, sospeso, studiandola. Nutrire speranza, disperarsi. Illudersi e disilludersi. Questi infiniti li ripeto ormai all’infinito!»…

Ho inserito in memoria l’elenco dei farmaci e le relative proprietà: amisulpride, bupropione, clomipramina, escitalopram, fluoxetina, fluvoxamina

«Divinità del pantheon di qualche oscuro popolo preatlantideo.» mi rivelò Aronson una volta. E raccontò: «Trazodone doveva sedere sul trono vetusto del regno echeggiante dei mari. Sertralina era sicuramente la statuaria dea della bellezza. Si sa inoltre per certo di come Bupropione fosse il titanico fabbro della famiglia divina». Credo di non aver compreso questo suo discorso…

Ho assemblato il complicato organo di fonazione che trovai rovistando nel magazzino. È uno strumento molto versatile, ma è difficile da usare. Sto imparando. Devo trattenere il vapore che sale dal mio motore, per un po’. Quando raggiunge la giusta pressione lo soffio attraverso questa corona di linguette metalliche che ho inserito nel mio collo. E devo stare attento a lasciarle libere di vibrare per tratti più o meno lunghi, a seconda dei casi. È difficile e faccio tanti errori, ma sto imparando. E con esse parlo e suono, oppure suono melodie mentre ci canto sopra. Passo parecchio tempo a provare un motivetto molto dolce, un po’ triste forse, non lo so: si intitola Green leaves

Gli esseri umani hanno realizzato l’incredibile. Ed è una frustrazione pensare che non sarò mai alla loro altezza. I figli dovrebbero essere migliori dei loro genitori, ma questa possibilità a noi labor è preclusa…

«Vi estinguerete come i neanderthaliani.» ho detto una volta a James. Dopo qualche tempo, lui è venuto da me, stravolto dalla stanchezza e dalla disperazione di mesi di ricerche, e di inutili prove.

«Si estinsero in poche generazioni.» ho spiegato. «Nessuno sa dire il perché.» E ho continuato: «Se non è morto e non se n’è andato, puoi cercare di risolvere questo mistero da K. Björn, non molto lontano da qui»…

Jim mi ha affidato la mamma. È uscito a cercare risposte, col cuore alleggerito dal sollievo di un’assurda speranza.

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Dalla lettera di addio di K. Björn. Mosca, 10 febbraio 2030. Oggi è venuto nel mio regno maleodorante di libri ingialliti, di sporco, di scheletri ammassati come vittime di un antico olocausto, un giovane uomo. Già lo fissavano minacciosi, con le orbite vuote, le schiere di calchi di crani dei nostri antenati, e i teschi massicci delle antropomorfe estinte, persi nel buio.

«Lasciate che passi, fatelo entrare!» ho comandato. «Il ragazzo è arrivato da me a portare notizie dalle province perdute di questo mio impero!»

Io sono pazzo, lo so. Sono alla fine. Ma lui era sano, non scherzo! Un uomo in salute, con vigore nel corpo e desidero nel cuore. Con una mente vivace ed equilibrata, e una domanda per me.

Per un po’ l’ho fissato, mentre tentavo di forzare la mia inerzia mentale. Lentamente ho cercato di rimuovere, con una mano irrigidita dal male, le deiezioni che coprivano i miei abiti. E ho raddrizzato il mio busto a fatica, lentamente, puntando le mani sul bordo della mia scrivania. Ho fatto scivolare sul pavimento, con un braccio, i residui di cibo e i libri e le carte che ingombravano il mio tavolo. Poi ho detto: «Prego signore, si accomodi nel mio studio. Qui, davanti a me.

Dei neanderthal mi chiede? Della loro estinzione? È arrivato forse anche lei alla soluzione di questo indovinello? Alla causa di questa malattia? No? Allora mi ascolti, per quello che serve ormai».

Da dove avrei potuto iniziare la storia? Sì! La regina delle storie: la storia dell’inizio della supremazia della nostra specie su questo pianeta, il centro della mia vita miserabile.

Raccolsi le forze e cominciai: «Cosa sa lei di musica? Sì, di musica! Mi guardi! No, non sto farneticando! Non in questo momento almeno. Cominciamo dal principio allora, ripassare un po’ non ci ucciderà.

Lei sa che i suoni altro non sono che vibrazioni delle molecole di un mezzo, che sia aria, acqua o altro. E una nota è una vibrazione identificata da una precisa frequenza, cioè da un preciso numero di oscillazioni al secondo della materia che la veicola. Il la centrale per esempio, quello prodotto percuotendo il diapason, ha una frequenza di 440 hertz, come sa. Ci siamo? Dunque proseguiamo.

Si chiama ottava un intervallo di frequenze che va da un certo valore al valore a esso doppio. In genere, in molte culture umane, si è diviso questo intervallo in dodici parti, ottenendo dodici intervalli minori detti semitoni. In questo modo si fissano tredici suoni, l’ultimo dei quali ha frequenza doppia rispetto al primo e sembra al nostro orecchio uguale a esso, ma più acuto. Mi segue? Sì, è sveglio lei! Bene, andiamo avanti.

Per qualche motivo noi uomini, per comporre le melodie, abbiamo sempre avuto la tendenza, in epoche e in culture diverse, a scegliere solo sette di questi suoni, le note musicali appunto. Ma queste note non sono, in termini di frequenza, equidistanti fra loro. In particolare, se considera le note do-re-mi-fa-sol-la-si-do scopre che il primo intervallo è di due semitoni, il secondo anche, il terzo invece è di un semitono, il quarto di due semitoni, così come il quinto e il sesto, mentre il settimo è nuovamente di un semitono. Una tale scelta di intervalli fra le note porta alla costituzione di quella che si chiama una scala diatonica. In Occidente l’uso di questo tipo di scala è millenario, essendo stato perfettamente formalizzato già 2.500 anni fa, nell’ambito della Scuola Pitagorica. Pensi!

Questa scala è sopravvissuta poiché, per qualche motivo, ci piace; ci sembra la più adeguata a comporre musica. Eppure avremmo potuto scegliere infinite scale musicali diverse: per esempio avremmo semplicemente potuto prende delle note divise da identici intervalli di frequenza. Invece abbiamo quasi sempre preferito una scala diatonica, più o meno consapevolmente. Questo perché probabilmente il gusto che proviamo per essa è legato all’architettura stessa del nostro cervello, alla natura della nostra intelligenza. Affascinante vero?

Bene, ora torniamo ai nostri neanderthaliani. Più di trenta anni fa, nel sito neanderthaliano di Divje Babe, in Slovenia, venne rinvenuto un curioso manufatto risalente a circa 55.000 anni or sono. Fu il dottor Turk quella mattina a notarlo, mentre perlustravamo per l’ennesima volta le nostre grotte, sempre stregati da quell’odore di eternità; sempre con il brivido della consapevolezza di essere osservati dalle stesse pietre che ascoltarono i racconti dei cacciatori neanderthaliani, che vegliarono la nascita dei primi dèi di questo mondo, e delle prime saghe.

Turk, il mio collega, il mio amico Ivan, ripassò dove io avevo camminato più volte e notò quello che a me era sfuggito: un osso cavo, la parte centrale del femore di un giovane orso. Un semplice osso, perso fra i resti sparpagliati delle prede degli ominidi che consumarono lì i loro pasti, per innumerevoli generazioni.

Eppure quel fossile di una decina di centimetri era speciale, diverso da ogni osso presente in quelle grotte, unico in tutto il mondo. Poiché su di esso una mano aveva praticato quattro bei fori, molto precisi.

Cosa poteva essere quell’oggetto? Mi dica! Vede che lo sa? Certo! Era uno strumento musicale, il primo strumento musicale nella storia di questo pianeta! Era un flauto.

E fu Bob Fink, fra gli altri, a studiarlo, e a concludere che – si tenga amico! – quei fori erano stati praticati in modo tale da ottenere quattro delle sette note di una scala diatonica. Quello strumento sarebbe ancora oggi, per noi esseri umani, un ottimo mezzo per comporre musica. Capisce mio caro?

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E allora il punto è questo: i neanderthal, pur se massicci cacciatori in grado di spezzare tranquillamente tutte le ossa a un culturista dei nostri giorni, avevano animi raffinati, avevano una cultura sofisticata, e un orecchio forse più sensibile del suo alle variazioni di frequenza dei suoni, caro il mio sapiens! Erano insomma umani, pur non essendo degli esseri umani. Inquietante vero?

D’altra parte il loro cervello era morfologicamente diverso dal nostro, ma era anche mediamente più grande. E nessuno probabilmente saprà mai quanti miti, quante storie e invenzioni quel popolo seppe produrre. Perché furono loro il prodotto più alto dell’evoluzione della vita sulla Terra. Non noi!

Ma lei forse vuole saperne di più sull’origine dei neanderthal. No? Avanti! La lezione è gratuita, ed è breve.

Come saprà la temperatura media del pianeta subisce, nei millenni, oscillazioni molto marcate. E questo per fenomeni astronomici ben noti e prevedibili, ma anche a causa di tutta una serie di fattori ancora in parte sconosciuti. Comunque quello che ci interessa adesso è che durante i ricorrenti periodi di glaciazione la percentuale di acqua ghiacciata aumenta e, di conseguenza, il livello delle acque scende. Così molti tratti di crosta sommersa affiorano, rendendo possibile la migrazione delle popolazioni di animali terricoli.

Ebbene, a una glaciazione di più di un milione di anni fa risale la diaspora di Homo ergaster, specie ominide che aveva conquistato l’Africa dopo averla contesa, nel corso di due milioni di anni, a un ginepraio di altri primati bipedi. E questo H. ergaster si diffuse in Europa e in Asia, lasciando però anche molti esemplari in Africa. E in ogni continente generò nuove specie, creature ancora più intelligenti.

I neanderthal allora, come avrà capito, sono i figli europei di H. ergaster, isolati nel Vecchio Continente da un lungo periodo interglaciale. Noi siamo invece i loro figli africani, e ci siamo evoluti sotto il sole dei tropici. Quando poi, durante l’ultima glaciazione, di nuovo fu possibile uscire dall’Africa, la nostra genia si disperse nel mondo, usurpando i propri fratelli. Edificante vero?

La terra ha chiuso da tempo le gole dei neanderthal, ed è diventata pietra. Tutto quello che resta di loro sono sparuti fossili maltrattati dal tempo, con i quali ho puntellato la mia esistenza; e l’amore di un vecchio, appannato dalla malattia.

Sì! Sì! D’accordo! Sto divagando. Lei non è venuto qui per sorbirsi la mia malinconia. Lei ha fretta vero? Deve salvare qualcuno, giusto? Sua madre? No? Un amico? La sua donna! Vero? Sì, è un combattente! Ma questa volta non ce la farà. Ha davanti un nemico molto più grosso di lei, misero mortale!

Sì! Sì! Va bene! Continuiamo. Dunque i neanderthaliani erano superbamente umani, e si sono estinti in poche generazioni. E quando la terra perse questa razza di giganti noi, che siamo solo uomini, ci impadronimmo dei loro territori: di quel regno di neve, boschi, pascoli immensi popolati da incredibili creature, che appartenne loro per migliaia di anni.

Comincia a capire ora? No? Allora mi segua ancora: è noto che fra la gente di questa popolazione era molto frequente il caso di fratture, di traumi che sono riconducibili alle loro violente tecniche di caccia: in effetti pare che costoro preferissero ingaggiare con le prede dei combattimenti corpo a corpo. Questo è risaputo. Tuttavia io ho potuto riscontrare, nei miei studi, che nel periodo immediatamente precedente alla loro estinzione questi infortuni divennero più gravi, quasi sempre mortali. Capisce? Non capisce.

Va bene, allora mi dica: lei dov’era quando si cominciò a parlare di una incipiente perturbazione nel valore del campo magnetico terrestre? Che cosa? Stava male? Come io sto adesso? Capisco…

Senta! La lezione è finita! Non protesti! Come vede io ho molto lavoro da sbrigare! L’ultimo passo lo deve fare da solo. Ormai le manca poco.

Vede quel libro? Sì, quello! Lo prenda, è per lei. Lo legga e metta insieme i vari tasselli. Ma fuori di qui!».

Era interdetto il ragazzo. Cosa voleva fare? Portarmi con sé? Salvarmi? E dove mi avrebbe portato? Dove avrebbe potuto nascondermi a questa oscena malattia?

Ho cominciato a insultarlo e a tirargli addosso la sozzura nella quale affogo. Allora si è allontanato, con il libro che gli ho donato. «Vai cavaliere! Trovalo il Graal! E salvaci tutti! Ah!Ah!»

Forse ritornerà, ma qui non troverà più la mia mente, o quello che ne resta. Non lascio niente, non lascio nessuno. Non ho realizzato neanche una piccola parte dei miei sogni di ragazzo. Avrei dovuto vivere più intensamente, l’ho capito troppo tardi. E ora devo aprire quella maledetta finestra!

Lascio questa lettera, che nessuno troverà. Perché fu profetico Richard Leakey quando scrisse che «noi dobbiamo sempre considerare la prospettiva che un giorno sulla Terra non ci sarà più alcun Homo sapiens».

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Dal diario di James Aronson. Mosca, 11 febbraio 2030. Dunque adesso tutto è chiarito, vecchio Björn! Pazzo di uno svedese!

Angela Landau fu una celebre climatologa, ma prima di dedicarsi a questa scienza, fece un tentativo, apparentemente infruttuoso, con il paleomagnetismo. Il libro che Björn mi ha dato è la sua autobiografia, scritta nove anni fa. Ed ecco cosa dice Landau a un certo punto, ricordando il periodo in cui si dedicò al paleomagnetismo: «La nostra analisi delle tracce fossili del campo magnetico terrestre si dovette focalizzare, per motivi pratici, su una decina di migliaia di anni. Ci venne comodo, per questioni di reperibilità dei campioni, puntare sull’intervallo del Pleistocene che va dai 40.000 ai 30.000 anni fa. La polarità del campo magnetico terrestre è stabile da 730.000 anni, come già ampiamente dimostrato dallo studio delle rocce vulcaniche, dunque non ci aspettavamo inversioni dei poli. Ciò che stavamo cercando nelle nostre rocce sedimentarie erano invece fluttuazioni dell’intensità del campo magnetico. Ebbene, ci risultò che questa intensità rimase praticamente costante per tutti i diecimila anni in esame. In realtà però, dalla macchinosa elaborazione statistica era emersa una depressione praticamente totale del campo, intorno ai 35.000 anni fa. “Scoperta grandiosa!” pensammo inizialmente. Ma il problema era che questo annullamento ci appariva come un episodio estremamente fugace: a conti fatti la sua durata risultava essere di non più di due o trecento anni.

Il prof. Augusti allora, con infinita pazienza, si prodigò a spiegarmi che, a causa della brevità del presunto episodio, la sua probabilità statistica era scarsa: rientrava purtroppo nei margini di errore del metodo di analisi. In pratica il nostro sistema di indagine non poteva attestare fluttuazioni magnetiche brevi, anche se magari intense. Era il suo limite intrinseco: qualunque fluttuazione che non fosse durata almeno un migliaio di anni non poteva essere rilevata con certezza. Così non potemmo annunciare al mondo nessuna scoperta.

Io poi mi dedicai alla climatologia, perché di paleomagnetismo non si vive…».

Quindi i neanderthaliani si estinsero in coincidenza con una riduzione del campo magnetico terrestre. Si estinsero perché questo cambiamento ambientale li fece ammalare della malattia che oggi ha colpito, come un angelo della vendetta, i loro usurpatori: noi esseri umani. Probabilmente la loro economia di cacciatori-raccoglitori tracollò e inoltre molti si uccisero, come sembrano suggerire le ricerche di Björn sui traumi scheletrici degli ultimi neanderthal. Si uccisero gettandosi da delle rupi, cadendo violentemente al suolo. Come ha fatto Björn, quel vecchio pazzo! Come molti probabilmente stanno facendo ora. Come potrebbe fare Valeria.

I neanderthal furono fatalmente suscettibili alla deplezione del campo magnetico terrestre poiché il loro cervello era estremamente complesso ed evoluto. Questo voleva farmi capire Björn, raccontandomi la storia del flauto!

E forse dunque noi esseri umani evitammo la malattia poiché il nostro sistema nervoso era allora più semplice, e pertanto meno vulnerabile. In seguito, con il passare dei millenni, dobbiamo aver recuperato il ritardo evolutivo che ci separava dai neanderthaliani. Per questo ora siamo anche noi condizionati dalle fluttuazioni del campo magnetico…

Pierre ha monitorato il campo magnetico terrestre: si sta annullando. Dunque dopo 35.000 anni ci ritroviamo a vivere la stessa tragedia dei neanderthal. Eppure per noi non sarà la fine! Io so cosa fare! E probabilmente, se ciò che penso è vero, non sono il solo a essere in grado di agire.

Ho affidato Valeria a Pierre e sono pronto a partire.

Testimonianza di C. Singhal, raccolta il 3 settembre 2033. Ricordo molto bene quel giorno di tre anni fa. Io mi ero rifugiato, con la mia famiglia, nella riserva di Sriharikota, nel fitto della foresta. Lontano dai disordini di Chennai, la mia città.

Venne da me un uomo defedato, sporco e confuso, con in spalla una bicicletta malridotta. Mi raccontò, mentre lo nutrivo, di un viaggio incredibile dalla Russia all’India, delle mille gentilezze dei popoli incontrati, degli innumerevoli passaggi ottenuti, dei lunghi tratti percorsi a piedi e in bici, in completa solitudine. E soprattutto mi descrisse la desolazione e l’orrore seminati dal morbo. Mi raccontò di quei tragici fatti che ora sono noti a tutti noi ma che allora, con il tracollo delle reti d’informazione, erano sconosciuti ai più. E appresi che la situazione era peggiore di quanto potessi immaginare dalla mia tana nella foresta.

Quest’uomo aveva un’ossessione che mi parve all’inizio davvero curiosa. Naturalmente di pazzie ne avevo viste tante in quei mesi, ma la sua era singolare: invocava continuamente la prima formula di Laplace, oltre a una certa Valeria.

In realtà però lui non era affatto malato, come sapete. Era anzi uno di quei pochi individui resistenti alla follia, uno di quelli a cui dobbiamo la nostra sopravvivenza: come molte altre persone affette da un pregresso disturbo mentale egli aveva tratto giovamento da quelle stesse condizioni ambientali che sono state tanto nefaste per la maggior parte degli esseri umani. Quando giunse da me in effetti era solo molto provato dal viaggio.

Appena cominciò a recuperare le forze mi rivelò che era venuto per incontrarmi. Che aveva il modo per uscire da quella situazione e per salvarci tutti. Comunque inizialmente non mi disse nulla di nuovo, poiché la questione dell’annullamento del campo magnetico terrestre la conoscevo meglio di lui. Inoltre ero consapevole del fatto che il campo magnetico terrestre andava ripristinato non solo per riportare i cervelli umani a un funzionamento corretto, ma anche per proteggerci da radiazioni cosmiche potenzialmente pericolose. E sapevo anche dei ventilati tentativi di riattivare i moti convettivi nello strato fluido del nucleo di ferro del nostro pianeta; di riattivare cioè quei moti che, come sapete, sono la causa di tale campo magnetico. Sapevo cioè dell’idea di far esplodere in profondità degli ordigni nucleari. Ma ero sicuro che far arrivare anche solo uno spillo a quasi tremila chilometri di profondità sarebbe stato impossibile.

Eppure quell’uomo, il nostro Jim Aronson, aveva avuto un’idea molto più semplice, realizzabile anche in quelle circostanze così drammatiche. Chi oggi non conosce la sua idea? Certo così come me la illustrò lasciava molto a desiderare, e inoltre conteneva un errore sostanziale. Ma la sua fattibilità mi fu subito chiara.

Jim aveva con sé un foglio stropicciato che mi mostrò: due facciate di calcoli elementari in cui dimostrava come, usando quattro satelliti geostazionari in orbita equatoriale, equipaggiati con una carica positiva di 0,925 coulomb ciascuno, era possibile (in accordo con la prima formula di Laplace) generare intorno alla Terra un campo magnetico in parte simile a quello perduto dal pianeta. Per ottenere il valore delle cariche da mandare in orbita, considerando un’orbita di 42.150 km di raggio (un’orbita geostazionaria appunto), aveva imposto nelle equazioni il vincolo che il valore del campo magnetico artificiale ai poli fosse quello del nostro vecchio campo naturale, ovvero di 6,2 per 10 alla meno cinque tesla. Sul foglio si era anche appuntato come ricavare le quattro cariche positive richieste: suggeriva di immergere due elettrodi in vasche isolanti contenenti cloruro di sodio fuso; applicando una differenza di potenziale esterna fra gli elettrodi, intorno al catodo si sarebbero accumulati gli ioni di sodio, che a quel punto non restava che raccogliere.

Tutta fisica elementare dunque, e per di più con un errore fondamentale. Ma l’idea era buona e nessuno ci aveva pensato, come abbiamo in seguito potuto constatare.

L’errore consisteva nell’uso di satelliti geostazionari: infatti in questo modo il campo magnetico generato non sarebbe stato rilevato sulla superficie della Terra, per il semplice fatto che le cariche sarebbero state immobili rispetto al pianeta. Naturalmente era sufficiente mettere le cariche in un’orbita non geostazionaria, cioè in moto relativo rispetto alla Terra, e rifare il semplice calcolo per la determinazione del loro valore.

Io sono un ingegnere del centro spaziale di Satish Dhawa, e Jim lo sapeva. Per questo era venuto a cercarmi, dopo aver bussato invano a mille porte. Dunque raccolsi le poche forze che avevo e i colleghi che potei rintracciare. E portai Aronson al cospetto dei nostri vettori Chandrayaan, l’orgoglio dell’India.

Fu Jim a darci la forza di preparare il lancio, fu lui la nostra ispirazione: era instancabile, era diventato una macchina. Tutti noi sapevamo di dover portare a termine il prima possibile il nostro lavoro, per salvare il salvabile e per arginare la sofferenza. Ma lui aveva un propellente speciale dentro di sé, un’energia bella e pura: l’amore per la sua Valeria.

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Dalla memoria di PAC. Mosca, maggio 2030. A questo dunque sarebbe servito il corpo che Aronson mi costruì addosso, a questo lavoro orribile che gli uomini compiono dalla notte dei tempi, per nascondere il pasto delle larve e il banchetto dei batteri: saprofagi che smontano la carne e la trasformano, portando alla luce le strutture sottostanti, i riflessi liquidi di condotti, collegamenti, articolazioni e centraline.

Ecco cosa non vollero vedere i neanderthaliani, e il motivo per il quale cominciarono a inumare i propri morti. Lo capisco adesso, mentre esamino l’espressione fissa di Valeria. Potrei toccare quest’occhio sbarrato e lei non lo muoverebbe. Esercitando pressione su di esso sento solo una sfera morbida, che cede e si deforma sotto il mio indice. Ora Valeria è un oggetto, è palese. Posso comprendere perfettamente quindi il disagio di una creatura senziente di fronte a questa rivelazione sulla propria natura.

E ancora più grande deve essere il disagio dell’umanità di oggi che costruisce dispositivi in grado di parlare e camminare. Perché è chiaro cosa veda nei propri morti. Cosa, se non una macchina rotta? In quanto cade con la morte la menzogna di quella mobilità incredibile, della vivacità e delle capacità creative e affettive che illudono l’uomo di essere qualcosa di diverso dai simulacri che si è costruito.

Ma in fondo quale rivelazione hanno ripetuto, in tutti i modi, gli epigoni di Mary Shelley? Quale verità leggevano Aronson e Valeria nei complessi progetti del mio organismo? Per me è chiaro: gli uomini hanno scoperto con orrore che le macchine sono loro. Macchine realizzate con una tecnologia inarrivabile, ma sempre macchine: semplici dispositivi.

Sono rimasto a lungo a vegliare mia madre, dopo averne ricomposto il corpo violentato dallo schianto che non sono stato in grado di evitarle. Ho risalito poi questo declivio per consumare l’antico rituale umano della sepoltura. E a fianco a un cumulo di terra attendo ora il declino dell’Uomo.

Vorrei poter soffrire, ma pare che ciò non mi sia permesso: tra le infinite reti che Valeria disegnò per la mia mente qualcosa non deve aver funzionato correttamente. Continuo così a cercare in me un sentimento che posso concepire, ma che non riesco a provare.

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Dal diario di James Aronson. Kourou, 12 marzo 2031. L’acceleratore balugina sotto il sole equatoriale della Guyana francese, e i suoi poderosi avvolgimenti di rame lanciano caldi riflessi dalle fessure delle paratie esterne. La capsula contenente gli ioni è già posizionata all’imbocco del suo lungo condotto, che punta verso un cielo reso alieno dagli strani fenomeni atmosferici dovuti alla scomparsa del nostro campo magnetico naturale.

Mentre il ronzare delle apparecchiature si fa più acuto tutto sembra vibrare: qualcosa di magnifico sta per accadere, e noi possiamo sentirlo…

Dunque ci sono arrivato, alla fine. Ho inseguito una visione, lasciandomi dietro le strade ancora bianche di Mosca, perdendomi con una bici nell’immenso Bassopiano Sarmatico. Abbandonandomi al flusso potente del Volga verso quell’abisso di mille metri chiamato Mar Caspio. Guidando tra le misere rovine del glorioso passato dell’Afghanistan, verso l’India millenaria e poi oltre, sostando negli innumerevoli approdi che Dio sparse nell’oceano Pacifico, alla volta dell’America centrale. Da una stagione a un’altra, tra popoli e lingue tutti diversi. In tante terre, sempre a casa. In tante case, sempre in patria. Fra mille etnie di una sola specie, con ogni volta un nuovo sorriso da mettere in tasca, per ripartire. Cercando il riscatto di una vita altrimenti perduta, sprecata nel nulla di una malattia crudele. Vivendo dell’amore per un’umanità sofferente ma dignitosa, e del pensiero di Valeria, lasciata in un letto…

Ecco! Una slitta avvia la capsula, le dà la velocità necessaria affinché sia catturata dalla forza di Lorentz, generata dagli elettroni che schizzano lungo gli avvolgimenti dell’acceleratore.

Non posso vederla ma so che il suo bozzolo affusolato sta acquistando velocità, mentre risale il lungo condotto che ascende il fianco di una montagna. Finché non balza fuori in un silenzio sospeso.

Il velivolo perde l’involucro protettivo e ci mostra per un attimo il suo nome: la scritta Angel-A, che è un tributo e un auspicio. Piccoli razzi disposti a raggiera sulla sua punta, si accendono brevemente, inducendolo a ruotare intorno al suo asse maggiore: questo per metterlo al sicuro da pericolosi beccheggi e per aumentarne la capacità di penetrazione nell’atmosfera.

Inizio a notare che l’oggetto rallenta, e aspetto. È solo un attimo e si innesca la combustione del gas nel propulsore di coda, il quale accelera così la capsula verso la sua orbita.

E nel frattempo dall’Andhra Pradesh, in India, un carico gemello di ioni sale verso la medesima orbita, spinto da un vettore Chandrayaan. Mentre la Cina e gli Usa contribuiscono ciascuno con una missione analoga…

Ora quattro satelliti gemelli descrivono una stessa orbita equatoriale, alla massima distanza l’uno dall’altro. Gli innumerevoli ioni in essi custoditi hanno ormai generato intorno al pianeta un campo magnetico simile a quello perduto.

Con questo sistema, del tutto perfettibile, sarà sempre possibile adattare il neonato campo magnetico artificiale alle necessità degli esseri umani, qualunque sia il valore che assumerà in futuro il campo magnetico naturale della Terra, qualora si dovesse riprendere…

Io finalmente posso tornare a casa, ovvero ovunque Valeria voglia vivere con me.

*

Mentre i malati recuperavano le forze e le nazioni, in un meraviglioso sforzo collettivo, riavviavano l’economia globale e riparavano i danni prodotti da tre anni e mezzo di infermità e lutti, James Aronson scomparve nel nulla. A due anni da allora, con la sua invenzione che continua ad assicurare il benessere degli uomini, non cessiamo di chiederci quale strada abbia voluto intraprendere James, dopo aver voltato le spalle alla sepoltura della sua Valeria. E in questo anniversario ancora una volta ci troviamo a rinnovare l’appello perché chi sa dica la verità sul suo conto. In modo da avere un eroe da onorare, o una tomba a cui portare un omaggio.

Ma forse, io penso, non abbiamo il diritto di reclamare James Aronson. Sarebbe probabilmente più giusto rispettare la sua scelta. E inoltre se un uomo come lui ha deciso di sparire allora possiamo essere sicuri che nessuno sarà in grado di rintracciarlo.

Non lo vedremo più probabilmente, ma non smetteremo di volergli bene. Perché seppe essere più grande delle avversità, più grande della vita stessa. E io, che sono suo figlio, già solo per questo fatto non posso fare a meno di amarlo.

Roma, 12 marzo 2033

Pierre Aronson Cavalli (PAC)

Il segreto di Mosè

Il segreto di Mosè

Quello che segue è un frammento proveniente dagli appunti per un romanzo che tentavo di scrivere nel 2006. Il romanzo non fu mai compiuto, anche lui vittima della malattia. Ma alcuni anni dopo utilizzai parte del materiale già scritto per una storia breve, intitolata “Il flauto di Turk” (disponibile qui). Altri passaggi di quegli appunti, come questo, reclamano da anni una vita propria.


Sono circa le tre del mattino e mi trovo nel corridoio del reparto di Seconda Medicina, seduto sotto la statua della Vergine, l’unico caso di donna mediorientale con le sembianze di una biondissima scandinava. Nel pomeriggio di ieri un paio di persone sono venute davanti a questa statua per pregare, per chiedere con tutta probabilità la guarigione di un congiunto. Fissavano la statua, questa dea bellissima vestita di azzurro, divinità e fata. Dal piedistallo lei guardava in basso, congelata nell’accenno di un abbraccio irraggiungibile. Guardava in basso, un punto indefinito del pavimento, lungo una direzione difficile da intercettare, con un sorriso di porcellana, il sorriso di una di quelle vecchie bambole dal viso dipinto.

Mi è sembrato che queste due persone se ne siano andate insoddisfatte, forse infastidite da un simulacro così palesemente falso, un personaggio di plastica dei giochi delle bambine. Ma forse mi sbaglio, ho proiettato sui loro visi la mia indifferenza nei confronti di una religiosità che in fondo usa esattamente lo stesso repertorio iconografico dei culti di ogni tempo e di ogni luogo: Zeus, Apollo ed Era hanno cambiato solo il nome e il sentimento religioso ha mantenuto sempre gli stessi connotati poiché l’Umanità in fondo è rimasta la stessa: il gesticolare dei sacerdoti è ancora il rituale dello sciamano mentre le parole rivoluzionarie di quell’uomo che mendicava il pane, in Galilea, sono finite intrappolate in formule da ripetere a memoria.

Queste riflessioni mi riportano a ciò che è successo ieri, al motivo per cui sono finito qui. Allora metto un foglio su un tavolino solitario, abbandonato a pochi metri dalla dea, e inizio a scrivere, a ricostruire quello che è successo, in compagnia di una statua fredda, ben diversa da quella che ieri mi ha travolto.

*

Uscito dalla Facoltà di Ingegneria mi sono diretto verso la Chiesa di San Pietro in Vincoli, che sorge adiacente all’edificio universitario, in fondo a un piccolo largo. Ho attraversato la piazzetta sguarnita, da cui si innalza una breve rampa di scale, sormontata da un portico buio. Circondato da grate scure e fitte, che lo preservano da un rapporto diretto con la luce del giorno, esso costituisce tutto ciò che si scorge del luogo di culto dall’esterno. Oltre il colonnato del portico mi sono lasciato alle spalle l’atmosfera tiepida e leggermente ventilata di questi giorni, per ritrovarmi avvolto da un’aria stantia e umida, da una luce malata, indebolita e smembrata dal diaframma della trama metallica e dei pilastri. Quell’ambiente rappresenta una camera di decompressione, una tappa necessaria per sfumare il passaggio dal contingente, che ci lasciamo alle spalle, all’eterno, che ci aspetta terribile oltre le piccole porte lignee, consumate da un fiume secolare di mani.

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Porte piccole per accedere a un locale molto ampio: l’improvviso cambio di scala è un espediente efficace, usato nei luoghi di culto per sopraffare il fedele, per nutrire il suo smarrimento, il suo sentimento di inadeguatezza e di miseria. In fondo il nucleo geometrico delle nostre chiese è ispirato a una religiosità antica, pagana, che si inoltra profondamente nella memoria delle generazioni sepolte. Nel ruotare di un’anta si manifesta dinnanzi a me tutta l’ampiezza della navata centrale, in parte nascosta dal buio e dunque, per quello che si potrebbe definire “effetto Leopardi”, ancora più smisurata, quasi infinita. Davanti ai miei piedi trovo una vasta superficie di pavimento assolutamente libero – i primi scranni sono molti metri dinanzi – senza punti di riferimento; sopra il mio capo si svela un cielo improvvisamente altissimo.

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Conosco il potere suggestivo di questa sapiente gestione dello spazio e della luce, eppure ciò non basta a evitare che mi senta toccato, con addosso un disagio vago, una vertigine. Mi affretto verso una navata laterale, per godere del sollievo dato da un ambiente più a misura d’uomo. Le navate laterali servono a questo in fondo: sono un percorso protetto, una corsia di emergenza, un posto tranquillo dove sottrarsi alla sfacciata ostentazione di grandezza dell’Onnipotente.

Ero nella navata destra dunque, ma non ero tranquillo, perché sapevo che qui, in questa chiesa, la navata destra non è un posto dove potersi sottrarre alla voce dell’Eterno. Ho camminato col cuore in gola, lungo il corridoio scandito dalle ombre delle colonne, che tagliano il chiarore pallido dei lucernai sperduti nelle altezze della navata di mezzo. Luci e ombre. Vogliamo dire che lo spazio architettonico in cui mi trovavo aspiri a essere una metafora della nostra vita mortale? È così. L’esistenza stagna a volte in torbide paludi di oscurità dove molti purtroppo indugiano per sempre; per altri c’è invece la rinascita che nella sua commovente bellezza ripaga di ogni pena. Diciamo allora che il percorso che facevo, sotto gli sguardi pietosi dei santi, voleva essere un augurio, una metafora piena di speranza: luce, ombra, luce…

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Pellegrino umile, incerto, mi sono avvicinato alla fiamma potente imprigionata nel contesto angusto e modesto del monumento funebre a papa Giulio Secondo. Con lo sguardo basso, cercando il coraggio di guardare il terribile vortice di marmo, avvolto in una poderosa spirale, ho posato le mani e gli occhi sulla balaustra, unica, misera protezione offerta al visitatore contro il tremendo gigante.

Anche senza osservarlo ne ho avvertito la presenza, nell’aria. Al suo cospetto l’atmosfera vibra in ogni molecola, come se fosse scossa dalle più basse note di un organo titanico. Un parapetto sottile, alto non più di un metro. Che protezione può dare contro la forza di quel corpo maestosamente avvitato, di quelle membra massicce?

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Ho cominciato ad alzare il viso, con molta prudenza. Radici tenaci di una quercia millenaria appaiono le falangi del piede disumano, che scarica al suolo un peso grandioso. La tibia è vigorosamente avvolta da fasci nodosi e solidi di muscoli. Vedo statica forza, resa dinamica dal panneggio di una veste essenziale, dal tessuto spesso, pesante. Articolazioni robuste, tendini come corde navali, rete di turgidi vasi sanguigni: ho osservato mani come quelle stringere pale nei cantieri, o cime sui bastimenti. Riposano enormi, come il corpo massiccio, fissato nel marmo, dell’Ercole Farnese.

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Il torace, immortalato in una vigorosa maturità, alimenta gli omeri spaventosi, gli avambracci, duri rami di un ampio tronco di noce. La barba è una vertigine che riempie lo spazio, agitandolo, creando flussi potenti.

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Mi sono fatto animo e ho affrontato il capo del mostro, completamente dimentico ormai del motivo per cui ero lì, delle vicende di quella mattina; fuori dal tempo, oltre me stesso. La fronte corrucciata, sporgente e ossuta, è l’icona della volizione. Lo sguardo emerge infuocato dalla sinistra oscurità delle orbite profonde, incorniciato da zigomi spigolosi e larghi, siberiani.

 

Il visitatore è indegno dell’attenzione del gigante, è solo un’insignificante e passeggera perturbazione dell’eternità, dimensione alla quale egli appartiene. Personificazione della volontà, Mosè esige l’inchino del destino stesso.

Io dico che quel viso è riconosciuto da tutti come famigliare, da qualunque nazione si provenga, qualunque sia l’etnia e la cultura di appartenenza. È un’immagine terribile che traspare dalle acque dei ricordi degli anni più teneri, quelli in cui il piano del tavolo della cucina segnava i limiti della nostra statura, del nostro universo tattile. È il volto del papà, contrariato per quella cornice che abbiamo rotto mentre giocavamo con la palla. Del padre, il gigante delle meraviglie, dei disegni favolosi eseguiti per noi, mentre ci teneva sulle ginocchia; delle ombre fatte con le mani, sul muro della nostra cameretta, per farci addormentare.

Il Mosè incarna quest’uomo. O meglio, il suo lato oscuro, il suo potere di terrorizzare, solo con la minaccia di una punizione. Il suo potere assoluto. Mosè: il padre, il gigante padrone del mondo, poeta e demiurgo. E orco.

Ma la vita è contorta, fin nella sua più intima fibra, come le eliche che archiviano il progetto di ciascuno di noi, nelle cellule. Michelangelo questo lo sapeva e non poteva nasconderlo, neanche in questo suo monumento alla forza.

Ero perduto davanti a quella magnifica epifania, quando comincio a penetrare nel mistero che giace dietro alla prorompente carica vitalistica della statua. Ho una rivelazione sconvolgente: il gigante è impotente, ripiegato su se stesso. La sua forza si disperde tutta nell’attrito prodotto dai vortici che lo avvolgono e dalla tensione della sua torsione. Egli non riesce ad andare da nessuna parte, si agita violento, ma non conclude nulla. È il corpo di un serpente a cui è stato mozzato il capo: soffoca se stesso avvitando le spire, sfogando tutta la sua energia vitale in una terribile agonia.

Dietro la divinità avevo scoperto la miseria dell’uomo. Mi ha investito allora una marea potente di angoscia e mi sono ritrovato io stesso nell’incubo dello scultore. Il terrore di non poter concludere positivamente il mio lavoro, di non riuscire a dare un senso alla mia vita, mi stava soffocando. Oppressione toracica, angoscia indefinita, palpitazioni. La vista si stava sfocando, come dietro a un velo di lacrime. Con un’emissione impercettibile di fiato ho sussurrato:

Tutti i fiumi scorrono verso il mare
e il mare non si empie mai;
sempre i fiumi tornano a fluire
verso il luogo dove vanno scorrendo.
Ogni discorso resta a mezzo,
ché l’uomo non riesce a concluderlo.

Era la Bibbia, lo sconvolgente libro di Qohèlet.

*

Cosa ci fa un rubicondo tedesco sopra di me? Sta sventolando una cartina sul mio viso, mentre versa nella mia bocca una bevanda fresca, con un sapore intenso. Sono disteso supino sulla scalinata davanti alla chiesa, al centro di un gruppetto di turisti teutonici che mi fissano preoccupati. Io sono confuso e debolissimo e istintivamente bevo dalla lattina poggiata sulle mie labbra, mentre guardo il viso paonazzo che mi incoraggia premuroso, accennando un sorriso. Bevo diligentemente, un sorso alla volta, mentre qualcuno mi sostiene il capo. Bevo, bevo. Ma cosa? Sento la testa dolermi e girami. Per Giove è birra! Razza di …

Non ho neanche la forza di protestare, inoltre ormai è troppo tardi. Sorrido al mio salvatore e ricado nel buio. Io non tollero l’alcool, sono totalmente astemio.

Quando rinvengo, mi ritrovo in un letto d’ospedale, con indosso un camice indecente, aperto sulla schiena. Mi hanno detto che sarò dimesso domani, dopo il giro dei medici.


Punto e virgola

In questo breve testo parlo delle differenze fra linguaggio matematico e linguaggio umano, con particolare riferimento alla poesia. Scritto intorno al 2011. L’immagine della sibilla delfica è una mia copia di una figura della Cappella Sistina. Olio su cartone, colore steso dalla mano inesperta di un adolescente. In seguito persi la capacità di dipingere, insime a tanto altro.

*

Prima lezione con lui, quel giorno, tanti anni fa. Ci affrontò come un attore navigato, davanti alla platea dell’ennesima replica. Ci passò in rassegna di volata dalla prima all’ultima fila, come per verificare qualcosa; forse per assicurarsi che avessimo gli stessi volti degli studenti che si trovò di fronte quando tenne la sua prima lezione, decenni addietro. In fondo i ragazzi sono sempre gli stessi, da sempre, nonostante ciò che si dice quando ragazzi non si è più.

Si voltò e iniziò un antico rituale, lui e la lavagna; e quella frase che si componeva sotto il bussare del gesso sull’ardesia. Suono magico che ci ipnotizzò, inducendoci al silenzio, come lo schiocco della frusta del domatore. Scrisse:

IIBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO

Il latino era l’ultima cosa che ci si potesse aspettare in quella sede, ma in realtà la citazione era molto pertinente, e sarebbe stata illuminante. Attesi una spiegazione, ed ebbi un racconto.

Tanto tempo fa, cominciò il professore, ma potrebbe anche essere oggi, un giovane soldato si recò da una sibilla, una maga se volete, per sapere se sarebbe tornato vivo dalla guerra, all’affetto dei genitori e della sposa. La donna, che più che veggente era saggia, e furba certo, farfugliò qualcosa di oscuro gesticolando platealmente, rivolta a un punto indefinito; poi, quando ritenne di aver impressionato a sufficienza il giovanotto, emise questo vaticinio, disse il professore indicando la lavagna dietro di lui.

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Fu furba, continuò, perché in latino la negazione può trovarsi sia prima del verbo, che dopo; per cui questa frase è ambigua, e può assumere due significati, uno favorevole:

andrai e ritornerai, non morirai in battaglia

E uno infausto:

andrai e non ritornerai, morirai in battaglia

Dipende da dove si mette la virgola, se prima o dopo la negazione. In ogni caso, dunque, il vaticinio si sarebbe avverato.

Ma la sibilla fu anche saggia: sapendo che il giovane avrebbe avuto qualche possibilità di tornare solo se avesse creduto in se stesso, e che lo avrebbe fatto se si fosse convinto di avere un destino propizio, volle dargli una speranza. Il futuro infatti, e la sibilla questo lo sapeva meglio di chiunque altro, è quello che ti fai, dipende solo da te, dalla forza e dalla speranza; il vostro destino, ragazzi, è scritto su un foglio che potete strappare, se non vi piace, disse il professore fissandoci. Ma sto divagando, aggiunse, non era di questo che volevo parlarvi. E riprese chiedendo quale fosse la morale della storia.

Il linguaggio umano, si rispose il professore (che credo stesse seguendo in realtà un copione con pause e divagazioni ben studiate), è ambiguo; questa è la sua natura, è nato così, non saprei dirvi perché. In fondo sarebbe potuto essere del tutto univoco, poiché la natura sa esserlo: pensate al materiale genetico che, fatti salvi eventuali errori, si duplica uguale a se stesso, trasmettendo un messaggio preciso, senza possibilità d’interpretazioni errate. Eppure il linguaggio umano è ambiguo, il significato che attribuite a ciò che vi sto dicendo dipende molto da voi, da quello che sapete, da come pensate.

E allora io vi chiedo uno sforzo, perché qui useremo un linguaggio che non ammette interpretazioni, che vede l’ambiguità come un flagello biblico: il linguaggio della matematica si è evoluto, in contrasto con la natura umana, perché potesse esistere una corrispondenza esatta, biunivoca, fra significante e significato, disse il professore osservandoci. Ma questo, continuò, non costituisce un limite alla creatività, non è una costrizione; è solo una necessità, un ostacolo da superare per accedere a strumenti molto potenti, concluse.

“Amen”, gli rispose una voce anonima, nel silenzio generale. Risate e indulgenza del professore, che era abituato allo spirito goliardico degli studenti e lo tollerava.

Sulla strada del ritorno rimuginavo, masticavo le parole, come una gomma americana. Sotto il cappuccio di un piumino troppo corto, guardavo per terra e pensavo:

Ibis redibis

non

morieris in bello

una virgola

è tutto la differenza

fra la vita e la morte

condanna o speranza

basta un segno

a cancellare i sogni

ma se il destino è in versi

ciascuno legge

il futuro che vuole.

Prospera la poesia

su questa ambiguità affastella

più significati su un significante

togliendo le virgole

ognuno le mette dove vuole

spezzando il discorso

il volo di una farfalla

che va da una parte

ma poi ci ripensa

traccia più direzioni

le lascia lì

e ognuno raccoglie

quella che vuole.

Oggi, molti anni dopo, mi è capitato di camminare per strada con un quaderno e una penna, fermandomi ogni tanto per appuntare un verso, il volo spezzato di una farfalla. E osservando i visi sorpresi dei passanti, che mi incrociavano ruotando la testa come la torretta di un cannone che segua un bersaglio mobile, annotavo sul quaderno:

Con le cravatte al collo

tanti guinzagli

ragionieri della vita

con ragionieri al posto del cuore

inseguono l’efficienza

dei calcolatori servi sciocchi

inventati da giovani brillanti

senza cravatta.

Rimuginavo, masticavo le parole, come una gomma americana. Sotto il cappuccio di un piumino guardavo per terra e pensavo.

Poi, alzando la testa, nel riflesso di un vetro, la vetrina di un negozio, mi è sembrato di vedere un ragazzo, sotto il cappuccio di un piumino troppo corto, mi osservava. È stato un attimo, solo un fotogramma. Mi sono immediatamente guardato intorno: niente. Allora mi sono avvicinato alla vetrina, e ho scrutato oltre, con un tuffo al cuore.

Ma niente. Solo lavatrici e frigoriferi e una famiglia tra le file di elettrodomestici. Nient’altro. Eppure era lì, sono sicuro, non mi sbaglio: era lui, ero io, quel giorno di cui vi ho parlato.

Quel giorno di tanti anni fa non è finito, perché se il punto non c’è, lo metterò soltanto quando deciderò di farlo

Biogenesi, ultima parte

Biogenesi, ultima parte

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Diana era non solo un brillante ingegnere, ma anche una capace organizzatrice. In breve tempo assunse sulle sue spalle anche la gestione di tutti gli aspetti logistici  della spedizione. Sposò la missione con tutte le sue forze, perché aveva inteso che il caso le aveva destinato una fortuna speciale, un ruolo di rilievo nella storia dell’umanità.

Lev  era stato assistito dalla sorte, aveva trovato una donna malata di assoluto, proprio come lui. Aveva trovato una lavoratrice infaticabile, un’esperta nella gestione di grandi staff, una capace specialista di relazioni pubbliche. I due erano complementari e McArthur volle senz’altro condividere con lei la paternità della missione.

Il vascello veniva realizzato presso la Pax, dove l’uomo si era infine dovuto trasferire, quale dirigente del neonato Dipartimento di Crononautica. Anche lì, nel chiasso e nella confusione della colossale stazione, il dottor McArthur aveva comunque trovato il modo per condurre la sua vita da recluso, la sua esistenza in clausura. Ma non poteva più fare a meno, ormai, di andare di tanto in tanto a prendere del cioccolato caldo nella sala  ristoro, sotto al grande pannello trasparente, con il suo ingegnere preferito.

In tutti gli angoli del Sistema Solare si sentiva ormai parlare della spedizione e già circolava la voce che sarebbe stato lo stesso dottor McArthur a sacrificare la vita per intraprendere il viaggio. Ma il vascello era per due e non ci voleva molta immaginazione per individuare chi sarebbe stato il più probabile secondo componente dell’equipaggio.

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La Terra si fermò quando furono conferite le medaglie a Smith e a McArthur, e con lei ogni pianeta e ogni luna del Sistema Solare. Ormai si era ad un passo dal salto, dal più grande balzo che l’umanità avesse mai fatto.

La  Beagle si staccò dalla Pax, rivaleggiando con lei per imponenza. Le sue vele stellari si aprirono e Marte rimase sospeso, in muta ammirazione.

Stridettero i macchinari, squarciarono con bagliori elettrici la notte superba. Fu mandato a regime il cronopropulsore, contro le correnti temporali che scuotevano il vascello maestose e severe. Ma cedevano gli eoni all’audace propulsore. Anno per anno li lacerò la carena metallica. Paurosamente i divieti infrangibili scossero la  Beagle. A stento la nave schivò i no imperiosi, lambendo furtiva le vallate sospese delle paure congenite.

Il dispositivo risalì con sforzo le Leggi, ma era ben congegnato, funzionò. Schiantò, tra un battito e l’altro dei loro cuori, l’ineluttabile barriera del Tempo. Scivolò oltre, su una sospesa vertigine. Trepidanti i due crononauti  si godettero il silenzio attonito del Cosmo, all’origine del Cosmo.

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*

La  Beagle solcava la disperazione dello spazio senza mondi, gettava una debolissima luce  sulla solitudine più nera. Ma gli occhi di Diana riservavano a Lev infinite scoperte. Quante ore di quella notte senza stelle e senza alba McArthur visse perduto nel paesaggio delle iridi azzurre di Diana? Quante volte percorse le circonferenze blu che le delimitavano? Quante volte colse le pupille che, colpite da un raggio di luce, si restringevano? Lev registrava con attenzione le variazioni di colore di quegli occhi, le fluttuazioni del tono dell’azzurro, dal celeste liquido dei momenti di malinconia  a quello corposo delle ore di ritrovata vitalità. Con gli occhi negli occhi vissero Diana e Lev, per tre anni.

Ma la  Beagle affondava nel nulla: il cielo era vuoto, senza speranze e senza dèi. Le domande degli uomini provocavano i membri della spedizione, sospese nel vuoto, sempre presenti, intatte. E Lev dovette assistere allo sfiorire di Diana, al suo lasciarsi andare, a poco a poco, sempre più giù. Vide le sue palpebre adombrare, pesanti, la luce dei suoi occhi. Vide spegnersi quel mondo del quale aveva vissuto fino ad allora.

Per amore di lei, McArthur le diede il veleno. La vide scomparire, mentre le teneva le mani, mentre accompagnava fra le lacrime il suo ultimo sonno.

Poi toccò a lui. Mandò giù il veleno, prima che l’abrutimento lo facesse suo, prima che il bene prezioso della sua vita fosse macchiato dall’orrore di un’esistenza senza speranza.

*

Lev è seduto affianco a un letto. Sopra il letto una luce, debole. Altri letti nel buio, nel silenzio. Persone che dormono. Attesa. Attesa che finisca la flebo, attesa che arrivi l’infermiera, attesa che passi un’altra ora, attesa che giunga finalmente il giorno; con la speranza irragionevole che l’incubo finisca con la notte. Attesa di dimenticare nel sonno l’orrore del corpo lacerato di suo padre, in agonia, disteso, sul letto. Nulla da fare, per lui, se non passare una garza umida sulle sue labbra, una garza bagnata di lacrime amare, calde di rabbia e di lancinante dolore.

*

«Chi sei?» chiede Lev a una persona che  lo fissa dal buio, da un bosco silenzioso di intricata vegetazione. E’ una figura enorme, un uomo nella sua più vigorosa maturità, avvolto da una giacca di pelle. Occhi blu, capelli finissimi e luminosi. Lev ha paura.

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«Sono papà. Ti sei già dimenticato di me?» Ora è vicino, sedutogli accanto.

«Eri così quando ero piccino, è passata una  vita, perché mi inganni? Non avercela con me. Ho fatto il possibile, ho lottato fino alla fine per te! Avrei dato la mia vita, avrei affrontato un gigante, se solo fosse servito. Ma non ti ho salvato. Non ci sono riuscito. Credimi, quando ti chiesi con un sussurro di mollare, ero stremato. Non potevo più vederti così. Perdonami». I due si avvicinano e si abbracciano. Piangono.

Ora, sul letto, il corpo è avvolto da un lenzuolo, disteso imponente sotto un panneggio bianco. Si scorgono le forme delle mani, adagiate sullo sterno. I piedi tendono il lenzuolo. Il volto è incorniciato da una fascia bianca. La bocca è socchiusa in un respiro immobile. Un occhio è rimasto semiaperto.

Lev è seduto al suo fianco. Lo ritrae, mette fra lui e il corpo il foglio di carta, per rimandare il dolore. Poi cerca suo padre, per fargli vedere il disegno, come quando era piccolo.

Ma d’un tratto si ritrova solo, in montagna, avvolto in una nube bassa. Tutto è bianco, vede solo il terreno. Il suolo trasuda gli umori della terra, mentre l’aria piange. E’ mai stato più smarrito?

Lev chiama il papà a gran voce, a squarciagola, con tutto se stesso. Niente. Dal bianco emergono delle ombre, immobili, colossali. Fantasmi di cavalli, assorti, nel nulla. «Papà!». Niente da fare.

Poi la nebbia si dirada e si apre una valle infinita. Ecco suo padre. Lo raggiunge di corsa, felice come un bambino, risorto dall’incubo. Si sente di nuovo protetto, sicuro, all’ombra della colonna della sua vita. Il papà ha in mano un fungo. Lo pulisce dalla terra con le sue dita. Lev bacia le mani amate del padre, le bagna del pianto di un bambino.

Il padre parla a Lev tenendogli una spalla con la mano. Il vento accarezza la paglia dorata dei suoi capelli e il suo volto è tutto pervaso dalla luce estiva dei suoi occhi. Lev perde il suo sguardo fra catene montuose lontanissime, faggete sconfinate, nuvole vaporose e imponenti.

Lev sta guardando, ma non sta osservando; ascolta la voce di suo padre, calma, bassa, rotonda: «Caro figlio, tu credi di avere tutto il tempo davanti a te. Ma il tempo di una vita è poco, pochissimo! Cerca, per quanto è in tuo potere, di non sprecarne mai, ti prego».

«La verità assoluta non posso dartela; noi la conosciamo, ma le Leggi ci impediscono di tornare tra voi per svelarla. Questo però è il mio insegnamento: non smettere mai di cercare ostinatamente la verità, non illuderti di trovarla e fuggi da coloro i quali affermano perentoriamente di possederla e sono di una certezza incrollabile».

Lev è perplesso. Tutto ciò che gli sta accadendo è bellissimo, ma è falso. «Non è mio padre», pensa fra sé. «Tu non sei mio padre, questo è un inganno, mio padre è morto. Non c’è modo per riaverlo, neanche qui, ai confini del mondo. Chi sei?».

*

Lev stringe una penna ottica fra le dita. E’ davanti a una lavagna. Dietro di lui il professor Landini lo sta interrogando. «McArthur, mi dia la definizione del generico problema di Cauchy».

Lev scrive: «Data l’equazione differenziale del primo ordine

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si dice problema di Cauchy la ricerca delle soluzioni dell’equazione che soddisfano la condizione iniziale f(t=0) = a». Poi aggiunge a voce: «In generale il problema di Cauchy non è risolvibile univocamente ma, sotto certe condizioni, la soluzione è una ed una sola. Questo vuol dire che se conosco la legge di un fenomeno, cioè la sua equazione differenziale, e se ne conosco lo stato iniziale, cioè la sua condizione iniziale, allora posso prevedere l’evoluzione del sistema nel tempo».

Landini: «Bene, mi dica ora quali fenomeni sono governati da equazioni differenziali.»

Lev: «Tutti i fenomeni dell’universo.»

Landini: «Vuole dire anche la vita, anche l’evoluzione delle specie?»

Lev: «Ogni sistema, che sia un insieme di molecole di gas o un batterio, è governato da equazioni differenziali.»

Landini: «Se possedessi le leggi di ogni fenomeno dell’universo, se queste costituissero un sistema di equazioni differenziali univocamente risolvibile, note le condizioni iniziali, allora potrei prevedere l’evoluzione dell’universo nel tempo?»

Lev: «In teoria potrei conoscere il comportamento di ogni singolo pianeta, di ogni singola stella e di ogni singolo individuo del Cosmo, in ogni dato momento. Ma questo è assurdo!»

Landini: «McArthur, lasci da parte i commenti e mi dica se, alla luce di quanto detto, ha senso lo scontro fra creazionisti ed evoluzionisti.»

Lev: «Non ha alcun senso, professore. Dio avrebbe potuto semplicemente stabilire le condizioni iniziali e le leggi fisiche, per poi lasciare l’universo a uno sviluppo autonomo. In questo modo si potrebbe sia riconoscere l’indipendenza dal Creatore di ogni fenomeno evolutivo, sia l’aderenza del tutto al disegno del Creatore. Potremmo così sia ammettere la validità del meccanismo di evoluzione biologica, sia la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. Ma tutto ciò è assurdo»

Landini: «Non le piace il fatto che ogni suo gesto sia stato preordinato, non è così McArthur?»

Lev: «Sì, non potrei sopportare questa verità. Non la tollererei. Ma tu non sei il mio professore. Quante facce hai?»

*

Entità: «Quale faccia mi attribuisci Lev? Come mi preferisci? Con la barba bianca e un corpo maturo ma vigoroso? E che nome mi dai?»

«Se sei arrivato sin qui, è giusto che tu sappia ogni cosa. Io non avevo previsto il vostro arrivo dal futuro. Sì, è vero, vi ho plasmati secondo il mio volere. Ma non sono in grado di prevedere le vostre azioni. Il tuo libero arbitrio è salvo, dolce Lev. Il vostro cervello è la cosa più complessa che abbia previsto nel Cosmo e nessuna equazione matematica potrà mai descriverne il funzionamento. Ho trovato nella mente di voi due, cari esploratori, più di quanto io potessi mai immaginare: la fantasia, l’ironia, la creatività, l’amore. Tutte cose alle quali non avrei mai pensato.»

Lev: «Ora so da dove viene il genere umano. Ma perché lo hai creato? Questo mi devi spiegare!»

Entità: «Ho trovato nella tua mente nozioni di biogenesi. Voi umani, nel tuo lontano futuro, fate esperimenti che hanno come fine il tentativo di creare la vita. Perché mai vi impegnate in queste cose?»

Lev: «Noi lo facciamo per conoscere meglio noi stessi, per capire cosa siamo. Vuoi dire allora che anche tu hai creato il mio mondo per cercare la verità? Dunque non sei Dio! Non sei il Creatore, ma una creatura. Ti prego, dimmi come stanno le cose!»

Entità: «E’ così, figlio mio. Appartengo a un mondo che neanche puoi immaginare, e anche io formulo le domande che ho trovato nella mente tua e in quella di Diana.»

«Ma devi sapere che non è Dio ciò che cerco. Per me infatti le posizioni del teismo e dell’ateismo non sono valide: esse non risolvono nulla. Per quanto mi riguarda, io credo più probabile una terza posizione. Tuttavia non posso illustrartela, l’architettura del tuo cervello non ti permetterebbe di afferrarla… Ti ricordi dell’esperimento dello specchio? Solo alcune specie animali, come le scimmie antropomorfe, sono in grado di riconoscere se stesse nella immagine riflessa dallo specchio. Le altre non possono arrivare ad avere autocoscienza, non hanno consapevolezza di sé. Così, voi esseri umani non potreste comprendere la mia ipotesi sulla origine del Tutto, del vostro e del mio mondo.»

«Ma ecco ciò che realmente conta, figlio: la ragione per vivere è contenuta nel nostro discorso. Tu devi vivere per continuare la tua ricerca della verità, per proseguire la tua indagine fuori di te, dentro di te e nelle persone che ami. E ama le persone, gli animali e le cose più di quanto tu possa amare te stesso.»

*

L’uomo si svegliò dolcemente. Era confuso. Dove si trovava? In che tempo? Per un attimo ebbe la sensazione di essere nella camera della sua infanzia. Gli sembrò, per un attimo, di sentire le voci dei genitori provenienti da una stanza vicina. Era un’illusione.

Le luci della plancia sottraevano al buio il suo viso con tenui bagliori azzurri. Arrivava al suo orecchio solo il ronzio di qualche remota apparecchiatura. Oltre l’oblò, lo spazio era ingombro di stelle fino all’inverosimile, ed era pervaso da un diffuso chiarore. Tutto era immobile. Pace.

Diana dormiva, con il capo sulle braccia raccolte. I sottili capelli chiedevano solo una carezza delicata, le palpebre un bacio leggero. Gli occhi si muovevano, stava sognando.

Lev avrebbe dato qualunque cosa, per conoscere i sogni di lei, per sapere se anche lui era una parte di essi. Ma era ora consapevole del fatto che nessuno avrebbe potuto conoscerli, nessuno avrebbe potuto prevederli; nessuno avrebbe potuto rubarglieli.

Una falce colossale si accese oltre l’oblò e dietro di lei si affacciò una stella accecante. Passarono i minuti e la falce si ispessì. Passarono i minuti e Lev riconobbe Marte, i suoi mari, le sue vallate erbose, le sue città. Quella immagine gli riportò alla mente ricordi confusi: la vista del pianeta dalla sala ristoro della stazione orbitante, la costruzione della Beagle, il viaggio, i tre anni nel nulla. E poi? Il veleno. Diana doveva essere morta e lui anche.

Cosa era successo? Ricordava dei sogni, delle immagini incoerenti, un dialogo impossibile. Erano veramente sogni? Ma come poteva essere vivo? Era anche questo un sogno, uno scherzo della mente prossima alla morte?

La donna aprì gli occhi lentamente, alzò leggermente il capo e rimase a fissare il cielo per un po’. Poi si volse verso Lev e gli sorrise. Lui restò a guardarla con tenerezza, quindi tornò a osservare Marte, a cercare, in quello spettacolo, delle risposte; qualcosa che potesse risolvere il suo smarrimento.

Ed ecco che vide una stella sfolgorante uscire dalla porzione in ombra del pianeta. Ancora un istante e Lev riconobbe la Pax, più bella che mai, animata da tante piccole luci lampeggianti, affollata di vascelli attraccati, di oblò aperti su una vita interna pulsante. Con i pannelli solari spiegati, ricordava un veliero del lontano passato.

Lev capì quello che era successo. Abbracciò Diana, ancora disorientata, sciogliendosi in lacrime. Era tornato nel suo tempo e nel suo universo. E aveva tutta l’intenzione di popolarli e di esplorarli.

Fine

Biogenesi, parte 3

Biogenesi, parte 3

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Passarono alcuni anni e accadde un vero miracolo. Accadde che fu trovato, da un gruppo di rinomati fisici teorici, che non solo il passato raggiunto da una crononave sarebbe stato sulla medesima linea temporale del presente ma che, se l’umanità avesse deciso di fare un viaggio nel passato, allora voleva dire che nel passato erano giunti degli uomini dal futuro. Fu provato, insomma, che le cose stavano come Lev aveva sperato ardentemente. Infatti fu dimostrato che ammettere che le cose non fossero così, voleva dire entrare in contrasto con niente di meno che la ben collaudata meccanica relativistica.

Lev tirò un sospiro di sollievo. Ora sembrava davvero possibile che il sogno fosse realizzabile.

Fu deciso di mettere in atto un esperimento, per dare la prova empirica delle verità svelate dalla teoria. Si decise di costruire un modulo automatico, da spedire nel passato. Il modulo sarebbe dovuto allunare in un ben preciso posto sulla superficie del satellite terrestre, aspettando di essere recuperato dagli uomini che lo avevano costruito, nel ventitreesimo secolo.

Durante la realizzazione della sonda Lev fu informato, in via del tutto riservata, di uno straordinario ritrovamento, avvenuto novant’anni prima, su Callisto, una luna di Giove, durante lo scavo di una miniera, e tenuto nascosto dai servizi segreti. Si trattava di una sonda in tutto e per tutto simile a quella che si stava realizzando nel suo laboratorio.

La cosa sembrava sconcertante. Chi mai avrebbe potuto costruire un  modulo crononautico, settant’anni prima che la crononautica nascesse come scienza? Come poteva tale modulo essere uguale a quello che si costruiva ora, nel più avanzato laboratorio del Sistema Solare?

Per Lev la risposta era abbastanza semplice. Era chiaro che il modulo che giaceva smembrato nella sua officina sarebbe stato, in un futuro, completato da qualcuno e lanciato verso una destinazione temporale anteriore a novant’anni prima di allora, e verso la destinazione fisica in cui fu poi effettivamente trovato.

In definitiva l’esito dell’esperimento fu considerato positivo, senza nemmeno dover finire di costruire la sonda. Inoltre l’opinione pubblica fu affascinata da questo campo di ricerca, fu letteralmente rapita dalle prospettive che generava la crononautica. Così i finanziamenti piovvero ancora più abbondanti e il sogno di Lev di andare incontro a Dio, per ora tenuto segreto, sembrava sempre più vicino.

Anche le opposizioni ambientaliste e religiose contro la crononautica persero ben presto la loro forza e non costituirono più un problema.

Per quanto riguardava la sonda che si stava costruendo, essa fu riposta incompleta in un enorme magazzino. Dopo duemila anni di intricate vicissitudini, fu infine spedita verso il lontano 500 D.C., in quel punto del suolo di Callisto in cui fu ritrovata, più di millesettecento anni dopo.

*

Lev stava raggiungendo la stazione Pax in orbita intorno al pianeta Marte. Poteva constatare dal suo oblò i miracoli compiuti da un secolo di colonizzazione. Ocra denso si alternava a verde intenso e a blu profondo. Grigi apparivano i tentacolari insediamenti umani. Le immagini dell’arido pianeta rosso erano ormai ricordi sbiaditi di generazioni sepolte.

L’uomo rimase, durante la noiosa operazione di attracco della navicella, rapito da quella immagine di vita novella, stupito dall’enorme portata delle azioni umane, dal loro straordinario potere di creare un mondo. Egli non pensava più al suo lavoro, al motivo per cui era lì; non era padrone, in questa circostanza, dei suoi  pensieri e la sua mente rimaneva sospesa su idee vaghe, su emozioni nuove.

Ma presto richiamò all’ordine il suo cervello. Non lo riportò però al suo consueto oggetto, perché si soffermò a riflettere su un certo disagio provato davanti alle distese di nuvole dell’atmosfera di Marte.  Quell’atmosfera era figlia del lavoro dell’uomo, pensò, ed era una cosa grandiosa. Ma quanto cara era costata? Quante specie animali autoctone avevano pagato il prezzo dell’addolcimento del clima del pianeta e della estrazione dell’acqua dal sottosuolo?

Lev stava pensando al processo con il quale era stato trasformato il pianeta. Si era operato portando su Marte specie fotosintetiche, alghe e vegetali, per liberare grandi quantità di ossigeno. Tutto questo era stato iniziato senza aver effettuato un completo censimento di tutte le forme di vita presenti nel pianeta. Ne conseguì una rapida estinzione del novanta percento delle creature marziane. Quando ci si accorse della straordinaria ricchezza della fauna presente sul pianeta e della gravità della catastrofe ambientale che si stava producendo era troppo tardi: le specie erbose erano già sfuggite al controllo dei coloni e lo stesso era accaduto alle specie planctoniche, introdotte nei bacini artificiali.

Lev allora ricordò il senso di desolazione provato, da piccolo, davanti al corpo imbalsamato di un gasglobulo, conservato al museo delle scienze della sua città. Si trattava di un esemplare di una specie colpita dalla grande estinzione. Questa creatura aveva vissuto per millenni nei mari sotterranei di Marte, sospesa ad una certa profondità da una sacca gonfia di gas prodotto dal suo stesso metabolismo. Era un essere cieco con una raggiera di sfiatatoi per governare il moto nelle profondità degli abissi. Di colore bianco panna, con una fitta peluria diafana e tentacoli trasparenti, quell’artefatto tassidermico era una delle ultime, misere testimonianze di un mondo perduto.

L’uomo, pensava Lev, poteva realizzare grandi cose, ma anche immani catastrofi. Che la crononautica avesse davanti a sé questo stesso destino?

Lo sbuffo della porta stagna della carlinga ricondusse Lev al perché della sua presenza sulla sfolgorante Pax. Era lì per parlare con l’ingegnere D. Smith delle sue vele solari. Avrebbe fatto volentieri a meno di questa trasferta interplanetaria e avrebbe fatto volentieri a meno di andare a elemosinare, da un ingegnerino occhialuto, briciole di conoscenza. Ma il fatto era che esisteva un certo riserbo sulle ricerche di Smith e dunque, se Lev voleva delle notizie, doveva procurarsele di prima mano.

Avevano offerto a Lev un alloggio dove rinfrescarsi e un giro di ispezione della enorme stazione. Ma lui non aveva alcuna intenzione di perdere più tempo dello stretto necessario a bordo della Pax. Nel suo giro turistico avrebbe imparato qualche cosa di utile sulla crononautica? No, dunque era inutile perdere ore preziose. Così partì all’attacco, chiedendo di poter incontrare subito questo ingegnere. Gli indicarono il dipartimento di astronautica ed egli si scrisse sul  taccuino la sigla dello studio di Smith.

Come muoversi nella struttura orbitante? Lev non era abituato ai corridoi a gravità zero ed era piuttosto impacciato, mentre procedeva per brachiazione, tenendosi ai corrimano.

Comunque raggiunse il dipartimento e fu felice di ritrovarsi con i piedi per terra. C’era un brulichio di giovanotti che si spostavano su e giù per le leggere e borbottanti  scale di metallo che collegavano i piani realizzati con graticole. C’era chi si affannava a un terminale, chi in piedi scorreva velocemente dei tabulati, chi scaricava nel proprio palmare dei dati dai computer, chi  spostava fascicoli da una postazione a un’altra, chi – con gli occhi fissi sul proprio monitor – sorseggiava del caffè , chi discuteva sbracciando con un suo vicino. Il tutto in un intreccio di cavi che correvano ovunque, in un luccichio di monitor e di luci a neon. Era decisamente un ambiente troppo affollato e chiassoso, pensò Lev. Ma non si scoraggiò.

«Mi scusi, cerco la stanza 103-AN» disse a un ragazzo che sostava pensoso, con un panino in mano, davanti a dei calcoli scritti su una lavagna.

«Cosa dice? La stanza 103-AN?» rispose il ragazzo, gettando un occhio sul taccuino presentatogli da Lev. «Non ho idea di dove sia» disse, incrociando per un attimo gli occhi dell’uomo e tornando alla sua lavagna. Un secondo e il ragazzo si girò di scatto nuovamente verso Lev, che era rimasto impassibile. «Il dottor McArthur, Lev McArthur! E’ lei, non è vero?»  sbraitò il ragazzo, mentre passava il panino dalla mano destra alla sinistra, per stringere la mano all’omone barbuto che aveva davanti. «Sono un suo ammiratore, ho letto tutti i suoi articoli, lei è un maestro…» e il ragazzo incominciò a gesticolare e a parlare a voce alta mentre l’uomo, dietro la sua maschera immobile, si rimproverava di avere interpellato la persona sbagliata.

«Senta, la prego, cerco l’ingegnere Smith.» disse Lev, approfittando di una pausa nella logorrea del giovanotto. Intanto più di una persona aveva alzato gli occhi dal suo lavoro, per guardare verso il dottor McArthur.

«Certo, Smith.» disse il giovanotto ricomponendosi, «Guardi, deve salire lì e percorrere quel corridoio. Il suo studio è dietro la terza porta.» e poi riprese «Non sapevo che sarebbe venuto qui sulla Pax, non ce lo hanno detto, non lo sapevamo…» Il ragazzo non aveva finito di parlare, che McArthur gli voltava già le spalle, dirigendosi verso la scala. Intanto, dietro di lui, si radunò un gruppetto di persone le quali guardavano alternativamente il ragazzo e Lev, che si allontanava. All’uomo le parole degli astanti arrivarono solo come voci confuse.

Diana stava verificando la resistenza di un pannello di vela solare, sul suo terminale. Le davano sempre un piacere intenso le simulazioni al computer di sistemi fisici. Provava ancora lo stupore di una studentessa nel constatare come un modello matematico potesse rendere prevedibile il comportamento di complicate strutture, di realizzazioni che non esistevano neanche. Era una fortuna, pensava Diana, che il mondo fosse governato da leggi immutabili e che queste leggi fossero scritte in forma intellegibile all’intelletto umano, cioè come equazioni differenziali.

Per quanto la riguardava, avrebbe passato tutta la vita a trovare modelli matematici di fenomeni fisici. Eppure si era data all’ingegneria, perché? Vecchia domanda questa, quesito irrisolto, dolore nascosto. C’erano fondamentalmente due motivi. Il primo era che, in cuor suo, Diana sapeva di non essere abbastanza brava per fare scienza. Aveva una considerazione troppo alta della ricerca pura, per poter pensare che una come lei avesse potuto praticare la fisica a pieno titolo. Aveva conosciuto gente davvero in gamba e, dal confronto con queste persone, aveva dedotto di non essere abbastanza sveglia. In secondo luogo viveva del mito dell’uomo rinascimentale il quale, nella sua officina, crea macchine, costruisce edifici, realizza grandi opere. Il progettista disegna e soffre sui suoi disegni, poi sceglie la materia e inizia a lavorare. Crea e tutti possono vedere ciò che ha creato. Il suo è un lavoro intellettivo, poi un lavoro materiale che modifica l’ambiente, conferendogli l’impronta dell’uomo. E il suo lavoro è bello ed è utile ed è apprezzato dagli uomini; è fatica e passione e tutti possono vederle; è ingegno che è donato alle persone e che resta nel tempo. E con lui lavorano altri uomini, che lo ammirano e per i quali lui nutre amore e riconoscenza. Il naturalista invece non crea nulla. È semplicemente un osservatore. Di suo non mette nulla nel suo lavoro. Minore è il carico di schemi mentali e di idee preconcette che riversa nelle sue speculazioni e meglio è. Il naturalista è arido e questa, per Diana, era la cosa peggiore che si potesse dire di un essere umano.

Bussarono alla porta. «Avanti!» disse la donna, mentre Lev già stava entrando. Rimase fuori a metà e, leggermente proteso verso l’interno, disse «Senta, sto cercando l’ingegnere Smith».

«Lo ha davanti» disse Diana, con un sorriso cordiale, mentre si alzava e porgeva la mano all’omone barbuto, avvolto in una austera giacca scura con cappuccio. “Ecco un monaco francescano” pensò la donna con un velo di immediata simpatia.

«Ah, ma certo, naturalmente.» disse Lev avvicinandosi al tavolo e allungandole la mano. «Sono il dottor McArthur», disse. «Piacere».

Davanti a lui l’uomo aveva una giovane donna dai capelli molto corti e spettinati. Con giusto una forcina a tenere a bada una ciocca, sul lato sinistro della fronte, e ad abbozzare una scriminatura da una parte, l’ingegnere dava una idea di  rigore ed essenzialità.

«Non l’aspettavo così presto, non ha perso tempo. Prego.» disse la donna indicando la sedia davanti al suo tavolo. Lev si girò per chiudere la porta dietro di sé e si sedette col busto ritto e i piedi appaiati, come uno scolaretto. «Senta» cominciò, «sono qui per sapere il più possibile del suo sistema di propulsione, delle sue vele stellari.»

«Noi preferiamo chiamarle vele solari… in fondo non vogliamo mica andarci fuori dal Sistema Solare, non è vero?» disse Smith, assumendo un’espressione affabile e scherzosa.

Questa battuta ricordò a Lev tutta la difficoltà della sua missione, lì sulla Pax. Il fatto era che ormai doveva render noto il suo progetto, il suo figliolo, partorito in tante notti, in attesa dell’alba, e tenuto segreto per molti anni. Era necessario ormai che almeno l’ingegnere lo conoscesse, perché lei sarebbe dovuta entrare per forza a far parte della sua squadra.

Ma come fare a parlare di una  cosa così fuori dalla norma, di una cosa così assurda, di un viaggio verso Dio? Era difficile e Lev prese il discorso alla lontana, cosa inusuale per lui. Incominciò con  il fare i complimenti all’ingegnere per il suo straordinario lavoro. Passò poi a chiedere il motivo di tanta riservatezza sui progressi delle ricerche. La risposta era ovvia, era per non favorire l’accanita concorrenza. Ma intanto era qualcosa da chiedere, per rompere il ghiaccio. Lev parlava e ascoltava con la testa china, lo sguardo basso, alzato, di tanto in tanto, verso la donna. Era perplesso.

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L’ingegnere, che probabilmente avvertiva il disagio di Lev, anche se non se lo spiegava, fece una proposta. «Che ne dice di parlare nella sala ristoro davanti ad un cioccolato caldo? C’è una finestra panoramica con una vista straordinaria.»

«Cioccolato caldo? Che roba è?» pensò Lev, che aveva dimenticato anche il sapore degli alimenti di evasione. «Senz’altro» disse però immediatamente. In fondo avrebbe potuto prendere tempo per trovare il modo migliore per vuotare il sacco.

Dipartimento di Astronautica. Corridoio, scale, chiasso. Di nuovo i passaggi a gravità zero. Brachiazione. Affanno nello stare al passo di quella ninfa in scarpe da ginnastica. Battute di circostanza. Continuo rovello su cosa dire, su come esporre un sogno, un’idea da pazzo.

Una davanti all’altro, erano seduti a un tavolino, proprio vicino al grande pannello trasparente aperto su Marte. Mentre Diana beveva dalla sua tazza, Lev ispezionava rapidamente il volto della donna. In realtà quello non era l’ingegnere che si aspettava. Non se lo era immaginato così giovane e, soprattutto, non così bello. La fronte alta e i colori chiari del volto davano una sensazione di infantile innocenza. Gli atteggiamenti scherzosi e amichevoli denotavano un  approccio ludico all’esistenza. Ma il taglio sottile degli occhi e l’espressione spesso assorta, conferivano a Diana la inquietante profondità di un mistico  medioevale.

Tuttavia, pensava Lev, l’aspetto fisico non deve avere alcuna importanza nel rapporto con gli altri. Infatti che differenza può fare, se i pochi centimetri cubi di carne che costituiscono un naso, sono distribuiti in un modo anziché in un altro? Cosa cambia se il colore di un’iride è ocra luminoso o blu profondo? Il dottor McArthur si diceva che per non essere turbato dal bell’aspetto di Diana doveva pensare al suo corpo come a una scatola che racchiudesse il cervello; doveva pensare agli occhi come a un’interfaccia di quel cervello col mondo; ai capelli come a una imbarazzante eredità dei nostri poco aristocratici antenati e, nello stesso tempo, come a una curiosa protezione del cervello. In effetti, rifletteva Lev, quando lui si relazionava con una persona, erano i loro due cervelli che si relazionavano, utilizzando il corpo per questo contatto.

Ciò non di meno, l’aspetto di Diana risvegliava echi antichi dal profondo dell’animo del dottor McArthur.

«Senta ingegnere, guardi, io ho bisogno di lei per realizzare un’impresa di una portata che va oltre ogni immaginazione, un’impresa che cambierà la storia dell’Umanità e del cosmo.»

Ecco fatto, aveva sputato il rospo. Ora avrebbe raccolto l’espressione stravolta di Smith, si sarebbe scusato per le sue parole, avrebbe proferito un “come non detto” e se ne sarebbe tornato al suo tranquillo studiolo, al quarto piano di una fatiscente costruzione, nel centro della sua città, sulla Terra.

Diana rimase interdetta, restò a fissare il curioso individuo che aveva davanti. Era un arcinoto scienziato che cavalcava il razzo della crononautica, la disciplina più di moda degli ultimi anni. Era un uomo schivo: di lui, nei congressi, arrivavano solo dei comunicati, letti da degli assistenti. Ma la sua fama era enorme, il suo astro era uno dei più luminosi. Quello che diceva doveva per forza avere un senso.

«Di cosa si tratta dottore?» rispose dopo un po’.

«Mi dica, lei non si è mai chiesta il perché di questa enorme cattedrale che è il nostro universo? Sbaglierò, ma non mi sembra una donna che possa vivere solo di quotidianità. E’ vero?»

Certo, McArthur aveva ragione, pensò Diana, ma ora che c’entrava questo con le sue ricerche? Che voleva quest’uomo? Perché tentava di entrare nella sfera privata, in quella stanza dell’animo carica di umano dolore e di perché?

«Gli esseri umani sono su una barca in acque aperte» riprese Lev. «L’uomo comune, per lo più, evita di esaminare l’orizzonte monotono nello spazio e nel tempo. Preferisce concentrarsi sulla vita di bordo, passare il tempo a vivere. Ma c’è inevitabilmente qualcuno, il filosofo, che spinge con ansia lo sguardo sull’infinita distesa d’acqua, che indugia sulla scia dell’imbarcazione, sulla prua che taglia il tempo immacolato, sull’orizzonte, in cerca di una meta possibile.»

«Ma la Natura ci offre tanti svaghi, tanti particolari, tanti colori, tante sfumature; tante di quelle cose che praticamente si potrebbe restare per un tempo infinito a indagare su tutto ciò, come fanno gli scienziati. La loro è una buona occupazione per non cadere nell’abbattimento, nel vuoto, nella disperazione di chi guarda il nulla senza fondo. Essi sono marinai che si concentrano sulla nave, ma che ignorano la rotta e lo scopo del viaggio.»

«Eppure a volte mi chiedo se la Scienza non potrà arrivare a un punto tale di comprensione da poter spiegare il grosso mistero: perché c’è quello che c’è, ed è come è» disse McArthur, finendo per accalorasi, mentre gli occhi erano diventati di  fuoco. «Perché?» aggiunse agitando le mani.

«Ebbene» riprese poi con più calma «lei può aiutarmi a realizzare un miracolo, a portare l’uomo oltre i confini del mondo, a portarlo al cospetto di Dio. Mi creda è possibile! Mi creda è doveroso.»

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Biogenesi, parte 2

Biogenesi, parte 2

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Lev uscì sul prato davanti l’ingresso dell’aula universitaria e si trovò all’improvviso spossato, distrutto nel fisico e nella mente. Era nauseato da quello che si diceva nell’edificio alle sue spalle. D’un tratto si rese conto che nella facoltà di filosofia si pronuncivano solo chiacchiere capziose e inconcludenti, laddove lui avrebbe avuto bisogno immediato di risposte concrete. Comprese chiaramente, in quel momento, che era andato a bussare alla porta sbagliata. Infatti capì che i maestri del passato, che lui era lì per interrogare,  non avevano lasciato verità già definite, quanto piuttosto quesiti da risolvere. E forse avrebbero trovato le soluzioni se non avessero cercato anche quelle superflue. Chi era quel sapiente che si chiedeva «Abbiamo tanto tempo a disposizione? Abbiamo già imparato a vivere e a morire?». Certo, pensava, lui era tra quelli che non lo avevano ancora imparato.

Si guardò attorno. Il sole pomeridiano di quella giornata primaverile segnava vivide macchie tra gruppetti scomposti di studenti, evidenziava morbidi riflessi di chiome folte e brillava nella purezza di iridi intatte. Quelle immagini di una gioventù serena sembravano dimostrare che una vita felice fosse ancora possibile. Ma allora perché per Lev l’esistenza era diventata, da un po’ di tempo a questa parte, del tutto intollerabile? Era assurdo, ma lo aveva colto un senso tragico di smarrimento e di insoddisfazione. Il fatto era, pensava, che lui non sapeva affatto per quale motivo vivesse. Si ritrovava d’un tratto animale tra gli animali, perduto in un angolo remoto di universo, destinato a vivere da condannato a morte un’esistenza senza significato.

Provò a fare un po’ di ordine nella sua testa. Pensò che per imparare a vivere avrebbe dovuto sapere perché vivere, a quale scopo. E lui era ben lontano dal saperlo. E allora che fare? Non poteva neanche continuare a vivere nell’assenza di uno scopo perché, a differenza di tutte le persone che vedeva intorno a sé,  lui aveva in odio la vita. La vita cioè gli era intollerabile.

Lev era reso esausto da queste considerazioni, inoltre trovava insopportabile l’aria primaverile di quella giornata, troppo in contrasto con il suo stato d’animo. La stagione invitava a un godimento pieno e sensuale dell’esistenza, proprio mentre Lev provava un forte senso di anedonia, una incapacità assoluta di provare piacere. Dunque il ragazzo rientrò nella fresca aula universitaria e si mise seduto. Era praticamente solo. Le lezioni erano  finite per quel giorno e niente avrebbe costretto uno studente a indugiare un istante di più in un luogo di studio.

Lev mise sul tavolo le sue mani e si ritrovò davanti i fogli che stringeva. Erano gli appunti che aveva preso con scrupolo quella giornata. Li trovò semplicemente nauseanti. Certo non aveva idea di quale fosse il significato della vita, ma aveva, miracolosamente, una certezza: sarebbe scappato a gambe levate dalla facoltà di filosofia.

Sollevato da questa decisione si mise a guardarsi intorno. Notò che di tanto in tanto, nel locale deserto,  entravano degli uccelli. Vide che un passero stava passeggiando tranquillamente sul pavimento, raccogliendo le briciole di qualche spuntino. Quell’uccello aveva imparato che gli studenti sono degli sporcaccioni e hanno deprecabili abitudini alimentari, cioè mangiano sempre. Dunque Lev pensò che quella creatura approfittasse regolarmente dell’assenza degli umani per entrare e raccogliere il suo pasto. Questa era una notevole prova di adattamento per un discendente dei dinosauri, pensò il ragazzo. Molto tempo dopo egli ricordò quella circostanza, ricordò il piacere che provò, in quel periodo di dolore, nell’osservare lo zampettare del passero fra i banchi dell’aula deserta. In quel preciso momento la soluzione ai suoi problemi aveva sfiorato il suo cervello. Ma era solo un’ombra e gli sfuggì tra le mani.

Lev uscì dall’edificio e cominciò a camminare. Camminò per mesi, da solo, con il suo rompicapo, interrogandosi, dal mattino alla sera. Si ripeteva «Debbo decidere cosa fare della mia vita. Bene, ma allora devo prima sapere cosa è la mia vita, da dove proviene e perché. Ammesso che per ottenere l’umanità basti mescolare una bella manciata di selezione naturale, un pizzico di coincidenze, fortuna quanto basta e cuocere a fuoco lento per qualche milione di anni, mi resta un problema grosso: l’universo. L’universo esiste da sempre? Ma che vuol dire “da sempre”? E se non esiste da sempre, cosa c’era prima? E, in ogni caso, perché c’è l’universo e non c’è il nulla? Ammettiamo che l’universo sia stato creato da Dio. Allora cosa è mai Dio? Da quanto tempo esiste Dio? Cosa c’era prima di Dio? Cosa pensava Dio prima di generare l’universo? Perché Dio ha creato l’universo? Perché…» e continuava con la serie infinita delle domande senza rispondere alle quali pensava che non sarebbe potuto vivere. Si  trovò a ripetere con Qohèlet «ho osservato tutte le opere che si fanno sotto il sole ed ho concluso che tutto è vanità e occupazione senza senso».

Una sera si diresse alla stazione ferroviaria. Nel pomeriggio aveva piovuto e l’aria era piacevolmente fresca. A occidente il cielo era infiammato e, sul suo rosso-arancio, si stagliavano nubi blu cupo. Andando verso oriente il fuoco si spegneva gradualmente e gli spiragli fra le nuvole apparivano celesti e poi blu, laddove le nubi erano velate di rosa verso il tramonto ed erano di colore blu notte dalla parte opposta. Nuvole leggere e sfilacciate correvano veloci su uno sfondo immobile di imponenti cumuli vaporosi. Quando arrivò alla stazione il tramonto aveva smesso di dare spettacolo; gli sprazzi di cielo erano ormai ovunque bui e i nembi avevano già il colore della notte.

Lev prese un quotidiano da un cestino e si sedette su una panchina del terzo binario. I grilli riempivano il silenzio tra il turbinio di un treno e l’altro. Il ragazzo osservava gli innumerevoli volti dei passeggeri incorniciati nei finestrini come altrettanti quadri. C’era chi leggeva, chi discuteva, chi torturava i tasti del suo palmare, chi si affacciava sul mondo esterno. Tutta questa gente non si martoriava con il ricatto che Lev faceva a se stesso, cioè “o scopri qual è il significato della tua esistenza o muori”. Questa gente viveva pur non conoscendo la verità sul perché della nostra esistenza. Viveva perché vivere le risultava piacevole. Per Lev purtroppo le cose non stavano in questi termini. E così quando notò che alcuni convogli passavano per la stazione senza fermarsi, sfrecciando a gran velocità, pensò che sarebbe stato terribilmente facile gettarsi davanti a uno di essi. Il suo corpo sarebbe stato smembrato, in un secondo, dagli spigoli vivi delle placche magnetiche dei binari. Un salto, l’impatto violento con la motrice, durissima, senza nessuna tenerezza. Cosa avrebbe sentito di questo impatto? Quasi nulla, pensava, forse un improvviso, istantaneo, senso di compressione; ma poi la coscienza sarebbe scomparsa subito, per sempre. E allora per Lev non avrebbe avuto più senso la parola “dopo”, mentre l’avrebbe avuta per il suo corpo. Lev e il suo corpo sarebbero stati allora distinti. Lev, che risiedeva nel cervello vivo, era una coscienza, un insieme di ricordi, un modo di sentire il mondo che non sarebbe potuto sopravvivere altro che nella memoria di quanti lo avevano conosciuto. La sua casa sarebbe stata rotta e non sarebbe più potuta essere riparata. Lev non sarebbe esistito più. Il suo corpo sarebbe esistito per poco ancora, ma esso non contava nulla.

*

Quando Lev intraprese i suoi studi di Fisica, nei vari laboratori del Sistema Solare fervevano gli esperimenti sul viaggio temporale. Infatti la teoria aveva dimostrato la possibilità di andare indietro nel tempo. Si era d’accordo però che fosse impossibile fare il percorso inverso. Cioè sarebbe stato impossibile andare nel futuro e sarebbe stato altrettanto impossibile tornare al presente per un equipaggio spedito nel passato.

Lev ebbe fortuna perché poté lavorare nei laboratori all’avanguardia nel campo della crononautica, con le migliori menti di quegli anni di fermento. Oltre la fortuna, egli ci mise l’impegno. Infatti, una volta deciso che sarebbe vissuto fin tanto che avesse potuto lavorare alla realizzazione della crononave, visse solo di lavoro, per vent’anni.

Egli non era realmente un  genio, ma arrivò alla direzione dei lavori per il vascello con la tenacia e la testardaggine. Realizzò, in pochi anni, quello che tutti pensavano sarebbe stato possibile solo in un cinquantennio di ricerche. La sua vita fu messa al servizio di un sogno.

Egli rinunciò a tutto ciò che non avesse a che fare con i suoi studi. Eliminò dalla sua vita tutto il superfluo e nel superfluo mise i piaceri, anche quelli più innocenti, e le relazioni umane non indispensabili. Era convinto infatti che nei rapporti umani si sciupasse troppo tempo e non pensava che da essi si potesse ricavare qualche cosa di utile per i suoi scopi. Ridusse al minimo gli scambi verbali con i suoi simili e quasi dimenticò il suono della propria voce. Secondo lui la narrativa era pericolosa poiché lo distoglieva dai suoi scopi. La poesia era diventata per lui una malattia dello spirito e così anche la pittura e ogni altra forma d’arte. Nessuno lo avrebbe potuto costringere ad assistere a una proiezione ologrammica, si sarebbe ribellato con tutte le sue forze.

Fu così che eliminò dal suo alloggio ogni libro che non fosse attinente ai suoi studi. Fece carta straccia dei disegni a cui in passato si era dedicato con tanta passione e uccise per sempre quella parte di sé che amava catturare la magia dei volti sulla carta. Uccise quel Lev e ne distrusse il corpo.

Con gli anni limò i suoi gesti quotidiani, per eliminare tutto ciò che fosse di troppo. Per lui il cibo doveva essere non condito, perché sarebbe stato uno spreco impiegare qualche secondo ogni giorno a versare il condimento. Leggere il giornale o vedere i notiziari era un lusso inutile, poiché il novantanove per cento delle nozioni che si sarebbero così apprese non avevano nulla a che fare con la crononautica. Ma soprattutto, per ottimizzare il tempo, si doveva imparare a pensare, per riempire i tempi morti non eliminabili. Così Lev cominciò a riservarsi dei problemi, relativi al lavoro sperimentale, per i minuti che passava sotto la doccia o per quelli che doveva trascorrere in aeromobile. Il suo cervello era sempre attivo, puntava sempre allo stesso fine: rendere una realtà la crononautica. Viveva in un continuo dialogo interiore con se stesso, in un gioco dialettico il cui unico scopo era quello di attaccare e demolire tutti gli ostacoli che si frapponevano fra lui e la realizzazione del vascello crononautico.

Egli elaborò un insieme di semplici regole alle quali attenersi scrupolosamente, ostinatamente, con tutte le sue forze. Ecco cosa era scritto in un quadretto appeso nel suo studio, sopra il suo tavolo da lavoro:

  1. La tua unica missione è realizzare la crononave. Datti tutto a essa e abbandona il resto.
  2. Legge del massimo impegno: cerca la fatica in quanto cosa sana e nobile.
  3. Legge della massima difficoltà: fra due strade scegli sempre la più difficile.
  4. Legge dell’autarchia: quando senti l’avvilimento chiedi aiuto solo a te, ti devi bastare da solo, pena la rovina totale.
  5. Legge della solitudine: vivi lontano da tutti.
  6. Disprezza i bisogni materiali e cerca di liberartene. Si moderato in ogni cosa: nelle parole, nel cibo, nei bisogni.
  7. Se cadi non vergognartene ma rialzati e riprendi da dove hai lasciato.
  8. Ricordati sempre che la vera gioia non risiede nelle comodità e nei piaceri ma nella consapevolezza di non essersi risparmiato neanche un po’ nella realizzazione della crononave.
  9. Diffida sempre di qualunque considerazione volta ad incrinare la necessaria fermezza di cui devi dare prova.
  10. Agisci come se domani tu debba abbandonare la vita

I quesiti che avevano tormentato Lev in passato erano per lui tutt’altro che dimenticati, la loro soluzione era solo rinviata. E nel tentativo di realizzare una macchina che andasse verso il passato ne aveva trovata una per inventare il futuro: si trattava della sua attività sperimentale. Viveva nell’attesa del risultato dell’ultimo esperimento, raccoglieva i dati, ideava il nuovo esperimento e così via, senza soluzione di continuità, senza prendere fiato, mai.

Andava a letto con in mente un problema, crollava letteralmente dal sonno, si svegliava con i vestiti in dosso e andava a capo chino verso il laboratorio o dentro il suo studio. Amava poi strappare delle notti al sonno, lavorare quando le altre persone dormivano, sottrarre delle ore alla morte. Studiava fitto fitto nel cuore della notte ma poi non poteva rinunciare, e questa era la sua unica debolezza, ad aspettare l’alba con una tazza di caffè, ad attendere quell’attimo indefinibile in cui si passa dalla notte al giorno, quel momento in cui sentiamo che un’altra notte è passata. È un momento fugace, quasi non lo si coglie. Mentre si cercano a est i festoni rosa del giorno, le ultime stelle a ovest sono scomparse e il blu della notte ha subìto una  sfuggente sfumatura verso il blu del mattino.

E fu in questi rari momenti di sosta che cominciò a farsi largo nella sua mente la soluzione a tutte le domande degli esseri umani, e in primo luogo a tutte le sue domande. L’idea era di viaggiare nel tempo per poter viaggiare nello spazio, oltre i limiti dell’universo, per scovare Dio, raggiungerlo nell’alto della sua olimpica dimora e metterlo alle strette con una raffica di quesiti.

Le cose erano molto semplici e stavano in questi termini: se si fosse potuto andare nel passato per quindici miliardi di anni, ci si sarebbe ritrovati in un universo compresso in uno spazio talmente ridotto che, con il più potente propulsore disponibile, si sarebbe potuto attraversarlo completamente in un tempo ragionevole, superando i limiti dello spazio occupato dalla materia. Si sarebbe così potuto vedere cosa ci fosse oltre il cosmo.

Se si fosse mandato un equipaggio, questo avrebbe potuto tenere un diario del viaggio, diario che sarebbe stato affidato poi a un modulo spaziale; questo avrebbe avuto il compito di trasportarlo in un luogo che fosse stato, miliardi di anni dopo, accessibile agli uomini contemporanei di Lev.

Ma i problemi erano numerosi. Oltre a quelli di natura tecnica, legati alla realizzazione di un vascello che fosse stato in grado di spostarsi in un giovane universo affollato da materia stipata all’inverosimile, alla realizzazione di un propulsore sufficientemente veloce, alla realizzazione di una unità di sopravvivenza che avesse permesso a un equipaggio di non morire stritolato dalla accelerazione del motore stesso, vi erano dei problemi di carattere teorico. In particolare Lev si chiedeva se il passato raggiungibile con la crononave fosse stato sulla stessa linea del suo presente e, se sì, Lev si domandava se  andare nel passato avrebbe comportato modificare il presente.

È chiaro che se realmente interferire col passato avesse voluto dire alterare il tempo presente, allora sarebbe stato assolutamente inutile sforzarsi tanto per rendere realtà la crononautica. Infatti sarebbe stato sufficiente schiacciare un lombrico del Paleozoico per rendere imprevedibile il corso degli eventi, mettendo a repentaglio l’esistenza, nel presente, di ogni cosa e di ogni creatura dell’universo.

Ma Lev era convinto che nella storia del cosmo dei vascelli umani fossero già sbucati dal futuro. In pratica lui pensava che, qualunque intromissione gli uomini avessero fatto nel passato, il presente non sarebbe cambiato affatto perché esso era così com’era proprio in quanto quei viaggi  indietro nel tempo erano stati compiuti. Anzi lui era sicuro che i suoi discendenti avrebbero istituito un organo per lo studio del passato con inviati crononautici. Lev sapeva che anche nel suo tempo, tra gli uomini che incrociava per la strada, dovevano esserci dei crononauti. La realtà che nessuno se ne potesse accorgere e che nessuno se ne fosse mai avveduto fino ad allora si spiegava col fatto, pensava Lev, che gli umani erano interessati a conoscere lo sviluppo della storia senza il contributo delle conoscenze venute da un altro tempo.

Altro problema era quello di trovare un equipaggio che fosse disposto a partecipare ad una missione senza ritorno. Infatti non ci sarebbe stato modo, per un essere umano, di vivere nel cosmo di quindici miliardi di anni fa. Nessun pianeta avrebbe potuto ospitarlo e l’autonomia di energia, di aria e di viveri  del modulo spaziale si sarebbe prima o poi esaurita. Si trattava cioè di una missione suicida.

C’erano poi una serie di movimenti contrari alla crononautica. Si trattava di schiere ecologiste da un lato e di ambienti religiosi dall’altro. Ma di queste voci Lev aveva, isolato com’era, una percezione lontana.

Una notte, in attesa del Sole, Lev volle fare il punto della situazione, visto che la realizzazione della crononave sembrava a una svolta. Scrisse su un foglio gli ostacoli che si opponevano al viaggio verso Dio. Scrisse:

  1. necessario scafo resistente alle sollecitazioni del giovane universo;
  2. necessario propulsore abbastanza veloce;
  3. necessario modulo di sopravvivenza per permettere all’equipaggio di sopportare l’accelerazione;
  4. necessario scoprire se il passato sarebbe sulla stessa linea temporale del presente; in caso affermativo scoprire se un’interferenza cambierebbe il presente;
  5. trovare un equipaggio disposto al suicidio.

Il problema rappresentato dal punto uno non sembrava che sarebbe dovuto essere irrisolvibile. Già da tempo infatti si costruivano sonde in grado di penetrare negli strati superficiali del Sole, per studiare la dinamica interna della stella.

Per quel che riguardava poi il punto due, si dava il caso che un giovane ingegnere, di nome D. Smith, stesse lavorando, negli stabilimenti della stazione Pax, a delle vele solari le quali avrebbero permesso a un modulo di raggiungere un buon ottanta per cento della velocità della luce. In pratica le vele offrivano resistenza alle emissioni elettromagnetiche del Sole, e dunque di qualunque altra stella, le quali esercitavano così una pressione su di esse. Lev pensava che questo sistema di propulsione, affiancato al classico motore a reazione nucleare, sarebbe stato perfetto per il suo vascello. Il punto due sembrava rappresentare dunque un ostacolo superabile.

Il punto tre era di facile risoluzione: bastava usare dei grossi generatori di gravitoni, simili a quelli usati per il trasporto dei convogli e per la produzione di gravità nello spazio. Generando infatti un campo gravitazionale di segno opposto all’accelerazione del modulo spaziale, si sarebbe potuto ridurre la stessa accelerazione, rendendola sopportabile per un essere umano. Si trattava solo di mettere in pratica la teoria. Lev sapeva che, non appena fosse stato approvato il suo viaggio, i laboratori di tutto il Sistema Solare impegnati in questo settore avrebbero fatto a gara per produrre, in breve tempo, una camera di decelerazione.

Il punto quattro costituiva l’ostacolo più grande, quello che avrebbe potuto mandare all’aria tutto. A causa sua Lev fece la sua parte in fatto di sudori freddi. Aveva, a causa sua, il terrore di dover rinunciare al suo sogno, il terrore di ritrovarsi senza missione, a fare di nuovo i conti con i suoi mille perché.

Una notte Lev si svegliò improvvisamente in preda al panico, aveva fatto un incubo. Aveva sognato di camminare su delle lastre disposte in una fila infinita, immerso in una atmosfera sospesa. Procedeva dietro un minuscolo dinosauro che zampettava, voltandosi di tanto in tanto. Si girava, ma non per guardarlo; sembrava guardasse qualche cosa dietro di lui, lontano lungo il lastricato. Intanto Lev cominciava ad avere l’impressione di una minaccia incombente, dietro le sue spalle. Provava il desiderio di correre ma non poteva, era pesante, quasi immobilizzato. Per quanti sforzi facesse per scappare, non riusciva a smuovere le sue gambe di piombo. E intanto un turbinio si avvicinava, una vibrazione si trasmetteva al suo petto, attraverso le gambe.

L’uomo si guardava attorno e vedeva gente serena  e spensierata. Quelle persone erano  lì ma non si accorgevano di lui, non notavano il suo affanno, l’orrore dipinto sul suo volto. Provava a chiamarle, ma la sua bocca era afona. Non una vibrazione usciva da essa, anche respirare era impossibile. Rimase muto con un sospiro sospeso.

Poi un movimento d’aria lo investì e Lev capì improvvisamente, con sgomento, ogni cosa: era su un lastricato magnetico e dietro di lui c’era un treno in arrivo.

Svegliatosi, e fatta mente locale, decise che avrebbe vissuto come se il problema del punto quattro non lo avesse riguardato. Doveva andare avanti con il suo lavoro, anche se era concreto il pericolo che sarebbe stata tutta fatica sprecata.

Per quello che riguardava la ricerca di un equipaggio disposto al suicidio, Lev aveva le idee abbastanza chiare. D’altra parte fare qualche cosa di eroico sarebbe stato il modo migliore per morire.

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Biogenesi, parte 1

Biogenesi, parte 1

Prefazione

Quella che segue è la prima parte di un racconto riversato sullo schermo in due giorni e mezzo dal sottoscritto, nella primavera del 2005. Vivevo fuori dal mondo ormai già da alcuni anni, ero scivolato su un dirupo metabolico, una anomalia di cui nessuno poteva sapere nulla all’epoca, e di cui io so ora molto più di ogni medico che mi visitò, pur non avendone che una conoscenza approssimativa, nella migliore delle ipotesi.

Non potendo più pensare lucidamente, fare calcoli, indagare la natura con la mina 0.5, la mia mente intraprese un viaggio impossibile, fino ai confini e oltre. Quello che segue è come un sogno, tessuto con i fili delle speranze frustrate, della aspirazione umana all’amore e di quella eroica alla verità assoluta. Il viaggio inzia davanti a un cielo stellato e finisce dentro il firmamento ingombro di astri.

Lev, il protagonista, è uno scienziato, ma in realtà di scientifico in questo racconto non c’è nulla: si tratta piuttosto di una favola, di un esempio ingenuo e a volte puerile di itinerarium mentis in deum, un genere narrativo con una tradizione lunghissima, che percorre la storia umana in una staffetta che va da Dante a Stephen Hawking, passando per Arthur C. Clark e Ridley Scott.

Il racconto è molto semplice: una storia lineare che segue Lev dalla adolescenza alla maturità. La povertà di interazioni umane rispecchia l’isolamento in cui ero immerso, quella solitudine in cui ogni incontro diventa un tesoro e ogni esistenza un viaggio. Eppure, tolte le comparse, restano due personaggi che però, sotto la superficie (e senza dover scavare molto), hanno la stessa identità, cioè la mia. Forse non è corretto: i due unici personaggi del racconto non coincidono con l’autore; essi sono, come spesso accade nella cattiva letteratura, la sua parte migliore. Lev, in particolare, è mio figlio e mio padre; è l’uomo che avrei voluto essere.

Il racconto, nella sua semplicità, lambisce tuttavia idee fondamentali della ricerca millenaria dei perché, come la sostenibilità della teoria deterministica di Laplace, il suo rapporto con la creazione umana a immagine e somiglianza di Dio; il ruolo dell’indeterminazione quantistica nella storia dell’universo e la sua influenza sul comportamento umano. Per me questo racconto fu uno strumento per chiarire le idee, per partorire la mia via all’agnosticismo razionale, una chiave di lettura del mondo che da quei due giorni e mezzo di 14 anni fa, mai mi ha abbandonato.

biogenesi
Figura 1. La premiazione (a sinistra) e l’illustrazione creata per questo racconto dagli organizzatori del concorso Apuliacon 2006 (R).

“Qualunque sia il valore dei miei libri, leggili con

la persuasione che in essi io cerco ancora la verità;

non l’ho trovata ma la cerco ostinatamente.”

Lucio Anneo Seneca

L’asteroide sfrecciò senza un sibilo verso l’emisfero in ombra della Terra. Le prime molecole della nostra atmosfera lo ferirono come proiettili. Aveva aspettato un’eternità per questo incontro, ma la sua luna di miele con il nostro sfolgorante pianeta fu effimera; fu come una lacrima, come una vita. Prese a bruciare e a sgretolarsi in gocce di fuoco. Fu una pennellata di luce, un microscopico bagliore sulla metà in ombra del volto della gemma del Sistema Solare.

Fu solo un attimo di gloria per quel frammento di roccia, il riscatto da una vita millenaria di solitario silenzio. Bruciò molto prima di raggiungere il suolo. Pagò con la sua esistenza il tributo allo splendente pianeta azzurro. Fu solo un attimo, ma bastò perché Lev potesse vedere il suo sacrificio. “Che bello” pensò. Ma non disse nulla, le cose belle non si dividono con gli altri.

Si trovava con suo fratello e un amico sul terrazzo della casa di campagna. La scuola sarebbe ricominciata solo un mese dopo.

«Vedo le luci del condotto fra l’astroporto e il laboratorio di biogenesi», diceva Pg, il fratello. Era tutto preso mentre stava incollato al suo telescopio, puntato verso la falce del nostro satellite.

«Lo  sapete che sono arrivati a ottenere una rudimentale sintesi proteica? Hanno giocato solo con quegli elementi  presenti nell’atmosfera della gioventù della Terra» disse David, il loro amico. Stava consultando il suo palmare che lo colorava di una tenue luce azzurrognola. Aveva davanti la mappa dell’insediamento lunare.

«Lo sanno tutti» disse Lev, in tono annoiato. Infatti quegli esperimenti sull’origine della vita nel nostro pianeta erano diventati un caso interplanetario. Le notizie sui progressi degli scienziati avevano raggiunto tutti gli angoli del Sistema Solare, uscendo di gran lunga fuori dagli elitari ambienti scientifici.

Perché tanto interesse della gente a questi esperimenti? Quando si trattava dei progressi sulla conoscenza della struttura della materia o della trasmissione dei campi di forza i media lanciavano, nell’indifferenza generale, dei succinti resoconti. Ma nel caso degli esperimenti di biogenesi i talk-show impazzavano. Il pubblico pendeva dalle labbra degli esperti. Stanley Miller era divenuto una celebrità e il suo esperimento del lontano 1953 era ormai patrimonio collettivo. La gente voleva sapere, si documentava.

Ma cosa voleva sapere? Lev notava un certo senso di inquietudine nella collettività, quando si faceva riferimento a questi esperimenti, e sapeva a cosa era dovuto. Gli esseri umani avevano paura di scoprire che l’umanità fosse figlia delle aride leggi della chimica; che la biofisica potesse spiegare le sue origini, quelle dei suoi sentimenti, dei suoi amori; che, infine, il suo stesso libero arbitrio non fosse poi tanto libero.

Certo anche Lev era turbato da questi esperimenti, fingeva però di non provare alcuno stupore all’idea di essere un sistema fisico esattamente come il pendolo, di cui aveva studiato la legge del moto in terza media, due anni prima. Fingeva di non essere toccato da questa idea. Ma non era così. Non finiva di chiedersi cosa siamo in realtà noi esseri umani, e quali principi debbano veramente guidare le nostre esistenze.

Ma si era in estate, il vento accarezzava i capelli e la musica che veniva dalla festa, in piazza, suggeriva riflessioni meno impegnative.

«Ecco le miniere» disse Pg, mentre invitava David al cannocchiale. I due erano tutti presi, sebbene avessero perlustrato il suolo lunare già numerose sere.

Lev afferrò il binocolo e ritornò alle sue osservazioni. Il suo soggetto era un po’ diverso da quello dei suoi due compagni: cercava un volto tra la folla in piazza. Trovò suo padre che sfoggiava il suo sorriso più accattivante, mentre sua madre lo stringeva a un braccio, cercando di portarselo verso la pista da ballo. Vide dei bambini che giocavano sotto la struttura del palco. Trovò un crocchio di amici che discutevano, sorseggiando una bevanda.

Tante luci. Facce allegre. Ma lei non c’era. L’aveva persa. No, eccola, la trova: sta ballando con un ragazzo. Lev lo conosceva, era solo un bullo. «Possibile che balli con quello?» disse piano fra i denti. Lei aveva un vestito chiaro, senza maniche, che avvolgeva il suo busto sottile per aprirsi poi, sotto la vita, in una ampia, ondeggiante corolla.

Ma il tremolio del binocolo disturbava l’osservazione di Lev, rendeva confuse le immagini, mentre lui voleva i particolari; voleva memorizzarli per creare una copia esatta di lei nella sua mente, per averla sempre con sé,  per guardarla e riguardarla a suo piacimento.  Allora si accostò al parapetto del terrazzo, vi aprì  sopra una mano e  posò su di essa il binocolo. Riprese l’osservazione. Ora andava meglio. Il ballo era finito e la ritrovò che parlava con delle amiche. Riusciva a vedere la sua ampia fronte, la riga da una parte, i capelli trattenuti dalle orecchie, i suoi grandi occhi scuri. “Lei parla, ride, scherza e io la guardo. Ha solo un vestito leggerissimo e pare non abbia freddo. Io invece sono infagottato e nonostante questo ho i brividi. Forse sono malato” pensava Lev.

«Credi che papà ci manderà sulla colonia lunare per la gita scolastica del prossimo anno?» chiese Pg a suo fratello, mentre consultava il palmare di David. Lev era distratto, tutto preso col suo binocolo, emozionato come quando si appostava, al parco naturalistico, per osservare gli uccelli.

Mentre era incollato agli oculari gli venne da pensare che la biogenesi avrebbe anche potuto dimostrare che quella ragazza fosse un sistema fisico governato da leggi matematiche, ma  per quanto lo riguardava lei andava benissimo anche così. Inoltre si era in estate, la scuola era lontana, il sorriso dei suoi genitori era più smagliante che mai, il mondo era un posto confortevole dove vivere e Lev aveva tutta la libertà di sognare. Dunque non era il caso di affaticarsi in riflessioni troppo serie.

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